Angela Panaccione
Raccontare il corpo/5

Lo sguardo

«Il suo odore insinuò in Giulia la percezione di un pericolo imminente. Due mani rapaci la spinsero fuori dalla pista, mentre le persone intorno a lei ballavano inconsapevoli e distratte dalla musica»

Giulia aveva scelto L’Aquila, perché le piacevano il clima freddo di montagna e l’apparente scontrosità delle persone del posto. Tutto quel verde intorno a lei, poi, la confortava davvero, quando, in conflitto con il mondo, vi si perdeva fiduciosa.

Era al secondo anno di lettere e quella facoltà si accordava perfettamente con il suo carattere. Tenace e studiosa, era in regola con gli esami e anche quel pomeriggio di gennaio, ne stava preparando uno. Ma contrariamente al solito, era incapace di studiare, perché premevano nella sua testa tanti ricordi e tante riflessioni. Giulia aveva avuto sempre un carattere dolce, innamorata ancora, alle soglie dell’età adulta, di tutte le fiabe lette e rilette da bambina. Spesso, infatti, prima di dormire, ripensava a Biancaneve, a Cenerentola e al suo abito meraviglioso, ad Aurora, ma soprattutto immaginava il giovane principe innamoratissimo e devoto.

Nelle lunghe chiacchierate con sua madre, che l’adorava, aveva maturato la convinzione  che anche lei avrebbe vissuto la sua fiaba. Per questo, quando conobbe Stefano, le era sembrato che il sogno si realizzasse, così come lo aveva atteso. Non poteva immaginare che lui, pur così giovane, era già tanto furbo da intercettare i suoi bisogni, dandole risposte in apparenza soddisfacenti. Seguì un anno di amore senza limiti, perché il vero amore, così diceva Stefano, non li ammetteva. I suoi occhi adoranti convinsero Giulia che aveva ragione.

Il rumore del vento contro la finestra semiaperta la riportò a sé, ma non era più il sapore dolce dei ricordi a cullarla, piuttosto quello amaro di una realtà indesiderata.

Quando Stefano le confessò imbarazzato che aspettava un figlio da un’altra, Giulia non riuscì a impedirsi quelle lacrime, ma gli promise di non farne una tragedia, perché la vita sarebbe stata ancora generosa con lei, di mille splendide opportunità.

Come ai funerali, una ressa di amici aveva cominciato a tempestare Giulia di consigli inutili, anche se doveva riconoscere che tutto quel chiasso le evitava di stare sola. Tra tutti i consigli inutili che le volavano intorno, quello della sua amica del cuore le sembrò interessante: invece di continuare ad essere una sciocca bambina sognatrice, non era forse ora che riprendesse in mano la sua vita e imparasse che i principi non esistono? Per questo, aveva aderito con entusiasmo alla proposta di una serata diversa in discoteca, tutti insieme. Dopo tanto tempo per rimorchiare. Nonostante fossero trascorsi solo due mesi dalla fine così dolorosa della sua storia con Stefano, Giulia decise che da ora in poi avrebbe vissuto diversamente, seguendo un progetto che non le era ancora del tutto chiaro, ma che comunque l’affascinava. Si riscosse dalle sue riflessioni, tirò fuori dall’armadio un abitino rosso che le copriva appena il bel sedere e l’abbinò con le calze a rete, capaci di renderla più seducente. Sottolineò, con rabbia, lo sguardo chiaro con una matita nera e le labbra con un rossetto pastoso e forte. Era veramente soddisfatta: dall’immagine riflessa era scomparsa ogni traccia della bambina che era stata fino a qualche mese prima. Una giovane donna sconosciuta la guardava, reclamando la sua libertà dai lacci dei sogni infantili.

Dopo aver preso le chiavi, Giulia uscì di casa ondeggiando sui tacchi scomodi e simulando sicurezza, accelerò il passo, fino a raggiungere la discoteca. La musica arrivava forte già a cinquanta metri e, superato il controllo, proprio all’ingresso, una voce maschile la raggiunse alle spalle: “Ti accompagno, se vuoi, principessa solitaria!”. “Non sono solitaria e non sono principessa” rispose la ragazza.  Non sapeva perché, ma quella voce che l’aveva individuata, non le piaceva e, sentirsi chiamare “principessa” (lo sembrava ancora così tanto?), le aveva insinuato inquietudine.

Senza soffermarsi su quello spiacevole incidente, si infilò nella discoteca: il buio complice dei luoghi di ritrovo per universitari, le continue lame delle luci psichedeliche e il volume altissimo della musica le impedivano di pensare. Si guardò intorno e presto nell’orgia di visi anonimi e sconosciuti, individuò i suoi amici, li raggiunse e cominciò a ballare con loro. Tutto sparì dentro di lei: il suo timore, il suo pudore, il suo angolo personale dei sogni, anche se, in fondo al cuore, un sottile senso di colpa l’avvelenava.

Per distrarre se stessa da quella fastidiosa sensazione di inadeguatezza, sollevò gli occhi, proprio mentre il vestitino rosso si tirava su da ogni lato. Suo malgrado, incontrò di fronte a lei, poco distante, uno sguardo maschile che la seguiva con un interesse sempre più sfacciato. Certa di poter vincere quella piccola battaglia, simulò una sicurezza spavalda, che la rendeva ambigua e ammiccante. Lo sguardo, staccatosi dal muro, si avvicinò, il suo odore insinuò in Giulia la percezione di un pericolo imminente. Due mani rapaci la spinsero fuori dalla pista, mentre le persone intorno a lei ballavano inconsapevoli e distratte dalla musica. Strattonata fino a una saletta accanto a un ingresso secondario, Giulia si sentì perduta. Le mani sconosciute le strapparono il vestitino rosso e le calze. Mentre sputava la sua rabbia con forza inutile, la schiacciarono contro il muro.

Un pugno chiuso si faceva strada faticosamente, ma decisamente dentro di lei, penetrandola una volta, due, tre.

Le sembrò un tempo infinito in balia di quelle mani che, finito il loro gioco mostruoso, l’avevano poi trascinata fuori dal locale. L’avevano lasciata sola, seminuda e quasi incosciente, nel ghiaccio impietoso di gennaio. Aperta come un fiore fuori stagione, spiccava come una rosa calpestata e guardava dritto il cielo in cerca delle stelle. Quando la ritrovarono, era immobile, le mani incapaci di muoversi e le gambe bellissime e giovani annegate per sempre in un lago di sangue rappreso.

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angela panaccioneCullata dal vento di primavera, sono nata il 20 marzo 1962. Ho amato fin da bambina gli studi classici che da ragazza ho affrontato felicemente. Laurea in lettere moderne è il passo successivo, poi, dopo qualche articolo sul quotidiano “Il Tempo”, insegnante per caso, ma da molti anni per passione, nel liceo “G. Milli” di Teramo. Non considero la scrittura un mestiere, ma il segno tangibile del mio amore per le parole. Mi affascina, infatti, da molto tempo, creare con esse nuove geografie, alla vana ricerca di terre sconosciute. Ho il privilegio di condividere la mia vita con due figli meravigliosi, pieni di tutte le qualità che il tempo attuale disprezza.

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