Valentina Fortichiari
Italia, primo agosto/3

La cerimonia del nuoto

«Nuotare nel mare è il mio modo di celebrare un rito di fusione assoluta, esaltante e insieme panico: una lentezza mai scomposta accompagna i gesti, so bene che basterebbe un minimo incidente per compromettere la sopravvivenza»

Arrivo molto presto, il mattino. Amo poter stare nel silenzio e nella solitudine a guardare il mare. È necessario guardare lungamente il mare. Una forma di meditazione che aiuta a staccarsi da sé, toccando una dimensione senza corpo. Senza tempo. Soltanto sensi. Il respiro comincia a farsi profondo, le narici annusano, e i rumori del mare fanno rallentare il sangue.

Bisogna prepararsi scrupolosamente alla cerimonia del nuoto.
Intanto, gabbiani sorvolano la superficie, e poi decidono di lanciarsi verso l’alto. Posso provare a seguirli, ma preferisco l’isolamento del cormorano che, dopo la pesca, se ne sta laggiù sugli scogli, fermo ad ali aperte, per farle asciugare, e fissa l’orizzonte.
Mi domando se il blu marino, così intenso, a volte tanto blu da incantare, sia opera del cielo, di quell’azzurrità che vi si riflette. Questa prevalenza di blu commuove: tutto dorme nel blu, fatto d’aria e d’acqua, di cieli e di mare; il blu è ovunque, un colore che dovrebbe essere freddo, eppure ha il potere di rasserenare. Mi domando come mai, in acqua, la trasparenza nasconda – tra lampi di luce – sfumature verdi, gialle, brune. E perda quella pennellata di blu corposo, compatto.
Se mi capita di entrare in acqua per prima, comincia quello stato di euforia che è solo di alcune mattine magiche. Oggi è una di queste, sono fortunata. Entro con la delicatezza di chi non vuole turbare lo stato perfetto e immobile di un mare morbido, senza onde. Lo saluto, sorrido mentre saggio la consistenza del liquido salino sulle dita, ne misuro la temperatura. Rispetto all’inizio della stagione si sta scaldando, purtroppo, soprattutto nella baia racchiusa da un confine roccioso. Devo uscire al largo, verso le boe, perché adoro l’acqua fredda, quella che tonifica muscoli e cervello.

Ho bisogno di un minimo di bracciate per saggiare umori e assetto giusto per la nuotata e proseguire verso il largo. Galleggio brevemente, supina, gli occhi in su, verso quel tetto senza confini, appena maculato da riccioli bianchi di cotone, soffici, immateriali. Scie di aerei in transito sono corsie che delimitano il mio nuoto a dorso, il preferito, tutto sguardi, tutto cielo.

L’impermanenza dell’acqua, penso mentre sono immersa, che non conosce angoli o spigoli. Che non ha forma, che permette al mio corpo di farsi largo, di entrare, di percorrerla lasciando impresso in essa uno spazio senza spazio, una nicchia senza contorni: il corpo sta in acqua e vi si muove senza mai incontrare resistenza. Scivola, si sposta, e l’acqua lo abbraccia, lo sostiene, lo accompagna. Non lo abbandona, eppure l’errabondare acquatico è talmente singolare che pare simulare ogni volta una nuova nascita. Forse è per questo che – stando immersi nel mare – si prova una felicità semplice, ancestrale, istintiva. Si può arrivare persino a provare l’estasi di sentirsi acqua nell’acqua.

Nuotare nel mare è il mio modo di celebrare un rito di fusione assoluta, esaltante e insieme panico: una lentezza mai scomposta accompagna i gesti, so bene che basterebbe un minimo incidente per compromettere la sopravvivenza. Ecco perché l’affidarsi alle acque aperte è emozione mai disgiunta dalla venerazione timida e dai tremori di un’amante inerme tra braccia ancora sconosciute. Bisogna avere una smisurata fiducia per sfidare gli abissi e insieme la sovrumana presunzione di poterne domare forza e capricci, furori repentini. È importante venerare il mare, rispettarlo, ma insieme giocare ad armi pari la scommessa della libertà e della sfida.

Mentre mi muovo nel mare con la leggerezza inconsistente di una medusa, posso sentire l’acqua sulla pelle, sul viso, sulle mani, tra le dita: il mare respira, ride, mi parla, lo vedo dalle aggraziate bollicine argentee che mi fanno il solletico. Il fondale pare il manto pezzato di una mucca: macchie nere irregolari risaltano sulla sabbia chiara. La profondità mi mette paura, mi dà le vertigini; chiudo gli occhi per non vedere e mi sento invadere da una corrente

che mi avvolge e mi sospinge delicatamente. È questa la sobria ebbrezza della vita? È qui la felicità del vivere? È in questo stato di beatitudine che posso abbandonare i si e i no già detti o che ancora devo dire, la sequenza dei desideri senza fine e senza inizio? È qui che posso fermarmi, gettare l’ancora, mettere radici e fissare per sempre il mio stato di assenza di gravità? Nuotare e volare, volare e nuotare, una medesima emozione: non desidero altro, non voglio che questo sogno di potenza perenne trovi ostacoli. Voglio perdermi tra le infinite anse di un mare che abbraccia, trattiene. Incatena. È in questi momenti che prendo coscienza di uno stato di grazia indicibile.

Sono senza età, senza nome, non ho identità. Non conosco passato né futuro. Solo il qui e ora di puro movimento, di muscoli e pulsazioni, di respiro. Posso sentire tutto come se mai avessi avuto questa capacità di percezione assoluta, al massimo grado: accarezzo la superficie, spingo porzioni d’acqua dietro di me come fossi remo, ascolto suoni e battiti, sibili e sfrigolii sott’acqua dove pare che vento e fuoco combattano l’uno contro l’altro, assaporo l’umore salino che brucia la gola, osservo le piccole colonie di pesci che si aprono al mio passaggio e mi sfiorano, trattengo nel naso profumi e odori familiari, fatti di molecole diverse, vivide e a volte nauseanti.

Lascio che un minuscolo ippocampo arrotoli la sua coda a ricciolo sulle falangi del mio mignolo e si lasci portare. Dove andiamo? Vuoi seguirmi? Vuoi che impari la tua danza? Vorresti insegnarmi a respirare sott’acqua senza polmoni?

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