Vincenzo Nuzzo
Cartolina dal Portogallo

Aristotele a Coimbra

Nello spazio della vecchia città di Coimbra convivono due concezioni contrapposte della scienza e della società: quella classica e quella illuminista "importata" da Marquês de Pombal

Coimbra è uno dei luoghi in cui si può cogliere al meglio l’insieme di vecchio e nuovo che caratterizza il Portogallo. Con il persistere tenace dell’uno accanto all’altro. E ciò non da oggi, bensì da davvero molto tempo. Decisivo momento di svolta in tal senso furono le grandi riforme dello stato condotte dal Marquês de Pombal. Personaggio davvero fatale, e tanto più in quanto ancora oggi molto discusso (Miguel Real, A voz da terra). Plenipotenziario liberale e illuminista entro uno stato ancora pienamente monarchico ed inoltre ancora non poco teocratico. Militare dal pugno di ferro e senza scrupoli, anzi vero e proprio spietato despota. Esponente della piccola nobiltà che aveva in odio le grandi e potentissime famiglie dell’aristocrazia tradizionale; alcune delle quali (Tavora, Aveiro) egli letteralmente sterminò nella repressione del complotto anti-monarchico del 1758. Ma soprattutto primo grande rinnovatore del Portogallo. Queste le sue controverse ma coerenti diverse identità.

Ebbene a Coimbra c’è una strada, Rua São João, che attraversa la città universitaria e che separa nettamente i due versanti spazio-temporali costituitisi proprio in seguito all’intervento storico-politico di Pombal. Da un lato, in alto ad ovest il complesso di edifici universitari in stile razionalista-fascista fiancheggiati dal pombaliano Museo della Scienza, dall’altro lato ad est la vetustissima città universitaria medievale. Quella, per intendersi, dove sorgono la famosissima Biblioteca Juanina e l’altrettanto famosa Sala dei Cappelli. Da un lato abbiamo la moderna scienza naturale e sperimentale introdotta dall’Illuminismo (ed ereditata poi in pieno dalla retorica salazariana con l’abbattimento di molti vecchi edifici per far posto ai nuovi delle Facoltà di Medicina, Biologia, Matematica, Fisica, Chimica ed Architettura). E dall’altro lato abbiamo le vestigia architettonicamente ancora in piedi dell’antica scienza aristotelica. Esattamente quella scienza metafisico-religiosa che Pombal volle soppiantare per sempre in quanto oscura ed assolutamente improduttiva. Con lui infatti il Portogallo, per quanto ancora pienamente monarchico (ed in questo senso «antico» in termini socio-politici), volle uscire per sempre dalle nebbie di una tradizione in cui costantemente la più fervida fede (spesso però sconfinante nel fanatismo) si intrecciava strettamente alla vita civile e politica, e così anche alla stessa prassi scientifica. Questa tradizione (viva allo stesso modo anche in Spagna) era quella che aveva fatto sì che l’intera penisola iberica si tenesse ostinatamente lontana dalla possente propulsione storica che dal Rinascimento in poi aveva portato fuori il Nord-Europa da qualunque forma di ordine teocratico e da qualunque forma di pensiero antico (Francisco de Tejada, Napoli spagnola). Cosa che aveva poi comportato la necessità di pagare il prezzo altissimo dell’esclusione di tale area geografica dal progresso economico-produttivo e tecnologico intanto in marcia. Insomma quel Portogallo che, con i Descobrimentos e le collegate innovazioni tecniche, aveva di fatto aperto la strada a buona parte del nuovo ordine capitalistico post-rinascimentale, ora, con la Controriforma, rifluiva nella sua originaria identità politico-religiosa. Identità ombrosa, austera, riservata, diffidente verso il nuovo in tutte le sue forme. Sempre più però gli intellettuali e le élite ricche e colte mordevano il freno di quello che era di fatto anche un giogo. Il giogo posto dalla Chiesa e dal Papato romano sulle nazioni cattoliche elette a suoi baluardi militari. E le polveri così accumulatesi presero poi fuoco con l’Illuminismo.

coimbra2Venne dunque Pombal. Ma verso la fine del secolo venne poi anche Napoleone con le sue armate non solo di liberazione ma anche di invasione e distruzione. E questo offese non solo il Re ma anche un intero popolo ed un’intera storia. Dunque la voce di protesta che si levò non poteva non essere quella dell’antica identità mai svanita, e cioè quella che da sempre si sottraeva al fascino del Progresso. Evidentemente però in questo paese non è data la possibilità che l’uno o l’altro lato prevalga. Infatti in pieno secolo XIX, dopo aver digerito anche l’invasione napoleonica, le voci moderniste ricominciarono a farsi sentire con grande forza. Ciò avveniva con un’intera generazione di intellettuali, letterati e riformatori politici, i quali esigevano ormai il definitivo annullamento del gap separante la società portoghese da quella delle nazioni del Nord-Europa (specie Inghilterra e Francia). Era chiaramente l’eredità di Pombal e dell’Illuminismo. Fu in tale atmosfera che, in seguito a diverse convulsioni politiche (spesso sconfinanti nella guerra civile), maturò l’assassinio dell’ultimo re di Portogallo e la fine della monarchia. Seguita poi da una stagione politica e civile ancora più convulsa e tormentata alle quale pose fine la dittatura di Salazar.

L’intera serie di questi eventi storico-politici è cristallizzata nel lato occidentale di Rua São João a Coimbra.

E dato che qui ci troviamo nel bel mezzo di un’Università (una delle più antiche e gloriose d’Europa), più che mai tali eventi assumono in questo luogo un significato culturale. Ebbene, ciò che vi spicca in particolare è proprio il Museo della Scienza. Strutturato in varie sezioni, tra le quali una dedicata all’oggi così in voga «scienza viva» ed un’altra poi dedicata alle scoperte del padovano Domenico Vandelli (che qui introdusse la scienza morfologico-tassonomica di Linneo). Inoltre proprio in queste settimane il Museo cerca maliziosamente di accreditarsi addirittura come luogo alchemico per mezzo dell’esposizione dedicata al libro di Étienne Schréder dal titolo O segredo de Coimbra. Appena facciamo ingresso nel museo un grande ritratto di re Josè I e quello ben più piccolo del segaligno Pombal ci informano del fatto che culturalmente ci troviamo nel pieno del dispotismo illuminato-illuminista. E questo dice già tutto, dispensandoci così dal diffonderci su tutta una serie di aspetti collegati. Ciò a tutto vantaggio di chi non è tanto interessato a prospettive limitate ma è invece molto più interessato a prospettive di ampio respiro. A costui non interesserà quindi tanto il complesso qui completamente dispiegato delle scienze naturali e sperimentali (che si prolunga dal museo alle istituzioni scientifiche storiche, e cioè agli istituti universitari), ma molto più gli interesserà quella così curiosa relazione tra un lato e l’altro della strada, che è poi anche la relazione tra un lato e l’altro della storia. Storia non solo del Portogallo, ma anche di tutta l’Europa, ed in fondo del mondo intero.

In questa strada di Coimbra ci troviamo pertanto in un luogo davvero cruciale della storia. Esso è però davvero cruciale solo per colui al quale non interessano solo le prospettive limitate. Infatti, quando sono invece queste che interessano, si darà per definitivamente morto e sepolto il lato orientale di Rua São João, ossia quello dove sorge l’antico campus universitario medievale. A costui insomma questo luogo interesserà appena come curiosità storica ed artistica, ossia come un luogo di fatto già morto. In termini più concreti di esso non gli interesserà un fico secco. E dato che ci troviamo in un luogo dalle fondamentali valenze culturali, a lui non interesserà allora un fico secco dell’antica scienza aristotelica – metafisico-religiosa e puramente descrittiva (quindi tecnologicamente sterile). È infatti proprio quest’ultima che per lui è ormai morta e sepolta. Pertanto, come avviene con i morti, essa è per lui completamente muta. Non ha più assolutamente nulla da dire. Chi invece parla è pertanto solo la scienza dell’altro lato della strada, quella moderna e sperimentale, e quindi altamente prolifica in termini di produttività tecnologica.

Ora, non è che Aristotele sia poi così degno di molta stima. Anzi tutt’altro! Sta di fatto però che ci troviamo qui al cospetto di un vero e proprio giudizio di valore. È esattamente quest’ultimo che segrega nettamente l’un tipo di scienza dall’altro. Ma essendo un giudizio di valore, esso negherà all’un tipo di scienza la qualifica effettiva di «scienza» che essa vorrebbe invece rivendicare a sé stessa. E per quanto questa rivendicazione possa essere discutibile nella sua oggettività (ammesso che esista davvero un’oggettività scientifica che funga da paradigma), essa è comunque l’atto sul quale poggia l’intero esistere della prassi che, con esso, ritiene di aver sufficientemente identificato sé stessa. Qui insomma è un intero pezzo della conoscenza umana che viene disarticolato ed amputato dal corpo ideale di quest’ultima – finendo appunto in quel dimenticatoio di oggetti storici ormai morti, che potrebbe essere considerato l’orrendo bidone del macellaio oppure del chirurgo di guerra.

Ebbene, per quanto in alcuni possa essere forte la tentazione di scusare tutte le colpe ed i vizi (storici e personali) di un personaggio come Pombal, in quanto egli avrebbe il merito di essere «illuminista» – il che in qualche modo lo accomunerebbe addirittura ad un Salazar, nella comune opera di rinnovamento del Portogallo –, la colpa appena delineata può davvero essere scusata? Può essere davvero scusato l’atto brutale che scaccia dalla storia millenni di conoscenza umana dopo aver applicato ad essi l’anatema dell’«ormai datato» o dell’«oscurantista»? E tale brutalità può davvero essere mitigata e così separata dalle altre sue ben più evidenti forme? In altre parole – restando entro i concreti limiti delle questioni portoghesi –, una volta preso come paradigma politico negativo uno come Salazar, può davvero essere possibile non assimilare uno come Pombal proprio alla sua figura?

Dunque, per tutto quanto è stato finora detto, consiglio caldamente, a chi visitasse Coimbra con il mio stesso spirito (cioè alla ricerca di una visione davvero globale di ciò che questa suggestiva città ha ancora da insegnare), di trascurare di visitare il lato orientale di Rua Dom João, e cioè soprattutto il così pretenzioso Museo della Scienza. Esso offre senz’altro molti «moderni» stimoli (solletichii sensoriali con parvenza di sollecitazioni alla crescita culturale), ma in realtà dice pochissimo. Per sottrarsi a questo fascino, però, non bisogna essere un «moderno» turista. Anzi bisognerebbe proprio rinunciare al turismo stesso. Cos’è infatti quest’ultimo se non il tentativo famelico di appropriarsi in breve tempo di cose che non ci appartengono e ci sfuggono per definizione? Perché esse hanno la profondità, complessità ed immensità che sono solo della storia di un popolo e di una terra.

 

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