Manuela de Luca
Raccontare il corpo/1

Senza scarpette

«La domanda assordante aleggiava in quella baracca. Rimbalzava nel loro cervello ogni volta che un paio di scarpe appena catalogato, finiva nei cesti posizionati al fianco dei tavolacci, dove i prigionieri procedevano con il lavoro di smistamento»

Il soldato tedesco urlò il solito ordine mattutino. Guido e tutti gli altri si alzarono velocemente. Non c’era altro da fare  se non correre fuori  e mettersi in fila per l’appello. Neppure vestirsi. La logora divisa dell’esercito italiano era pigiama e abito da lavoro.

Guido pensava a casa sua, al caffellatte caldo sul tavolo in legno scuro della cucina. A sua sorella che gli riavviava i capelli dolcemente mentre inzuppava il pane secco nella scodella.

Dopo aver risposto all’appello, mentre altri nomi venivano gracchiati dall’ufficiale tedesco, la sua attenzione si spostò su quel grande camion parcheggiato al centro dello spiazzo, di fronte agli alloggi della truppa. “….Ci portano via…..” pensò. L’ufficiale sbraito` il suo ordine, prima che la paura potesse stimolargli l’intestino. Un crampo inutile quando mangi a giorni alterni bucce di patate. Ma almeno per quel giorno il trasporto straordinario del camion non furono i prigionieri. Ammucchiate  in piramidi di differente altezza, c’erano centinaia di scarpe. Paia e paia che si erano mischiate tra loro. Lo stupore malcelato, costò a tutti cazzotti, spintoni e calci dei fucili nelle costole.

Guido le guardò sperando di poter sostituire i suoi scarponi sfondati. Ma il loro compito era  solo quello di  smistarle, ricomporre le coppie, lucidarle e segnare le numerazioni su un talloncino di cartone giallastro.

senza scarpettaDi chi erano? Di chi erano? Chi erano i proprietari di quelle calzature?

Che non fossero nuove era evidente. Dentro c’erano stati i piedi di qualche cristiano.

Si misero al lavoro. Testa bassa, in silenzio. Come ordinato. Ma la domanda assordante aleggiava in quella baracca. Rimbalzava nel loro cervello ogni volta che un paio di scarpe appena catalogato, finiva nei cesti posizionati al fianco dei tavolacci, dove i prigionieri procedevano con il lavoro di smistamento.

Guido prese l’ennesima scarpa, fermandosi per un attimo. Entrava nel palmo della sua mano. Non era quella di un adulto. Era una scarpetta di bimba. Doveva essere stata bianca. Ora era grigiastra, logora, ma possedeva ancora  una deliziosa fibbietta di corno color ambra.  Immaginò, suo malgrado, una bimba minuta,bionda e gracilina, con grandi occhi blu. Gli veniva da piangere. Fino a quel momento non aveva mai pianto, nonostante la  miseranda condizione, la paura e gli stenti.

Cosa c’era da commuoversi. Una scarpetta era solo una scarpetta!

Si mise a cercare con una lena ed una caparbietà,  che andava ben oltre le sue forze, la compagna di quel grazioso gingillo. Alla fine la vide che penzolava dal mucchio più alto. La afferrò con attenzione, per non far franare quella grottesca collina di vite sconosciute e si mise a lustrarla con forza e determinazione. Voleva tornasse bianca. Uno dei soldati di guardia si accorse, con sospetto, del suo eccessivo zelo,  ma Guido non si fermò. Allora il tedesco gli si avvicinò e con un sorriso beffardo gli disse : «…Keine muehe fuer dich. ..zumal sie dune schuhe begraben wurde…».

Non fare sforzi inutili, l’hanno seppellita senza scarpe.

Lui continuò ugualmente affinché la principessina bionda che aveva immaginato riavesse le sue scarpette bianche ed intonse.

Negli anni a venire ricordò quell’episodio tutte le volte che ci fossero orecchie disposte ad ascoltare quel dolore. Una fitta acuta che gli trafiggeva lo stomaco ogni qualvolta scandiva le parole  del soldato tedesco.

Fino al ritorno a casa la sofferenza causata da quelle scarpette da bimba perbene rimase una frase senza soggetto. La tragedia piombò sulle spalle di Guido tempo dopo, quando insieme alla gioia di essere tornato si mescolo`la consapevolezza dello sterminio degli ebrei.

La tessera del puzzle prese il suo posto. La domanda ebbe la sua risposta.

Quando nacqui nel maggio del  1967 mio padre uscì a comperare due cose:  un’enciclopedia e un paio di scarpette alla bebè, di nappa bianca, con una deliziosa fibbietta di corno color ambra. Ambedue mi sono tornati molto utili.

Questo te lo dovevo, Guido.

* * *

Manuela de lucaMi chiamo Manuela De Luca, nasco a Teramo nel 1967. Maturità classica ed un tentativo universitario alla facoltà di giurisprudenza della mia città. Poi un diploma in Stilismo, una grande passione per la moda, seconda solo alla letteratura. Leggo da sempre. Di tutto. Anche le cartine geografiche. Scrivo da quando me lo hanno insegnato. Ed è  L’unica cosa che ha sempre avuto ragione di me e del mio brutto carattere. L’illustrazione è di Veronica Malatesta.

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