Laura Novelli
Il direttore di “Kilowatt Festival”

Sansepolcro, città/teatro

Conversazione con Luca Ricci per tirare un bilancio della rassegna di Sansepolcro che da quattordici anni coinvolge un'intera comunità negli "azzardi" del nuovo teatro

Sabato scorso si è chiuso il Kilowatt Festival di Sansepolcro (programma completo consultabile nel sito www.kilowattfestival.it). La rassegna, giunta alla 14° edizione e diretta da Luca Ricci in sinergia con Lucia Franchi, ha messo insieme una carrellata di proposte ed eventi molto interessanti, sempre più sintomatici di esplorazioni stilistiche che superano le canoniche divisioni tra generi artistici e sempre più inclini ad intercettare quanto di nuovo provenga dalla scena internazionale. Quest’anno, a tenere insieme il fiorito bouquet dei titoli in scaletta, ci ha pensato – proprio in controtendenza con il pessimismo e l’angoscia che attraversano i nostri giorni – una visione espressamente ottimistica dell’arte e della sua funzione educativa, sociale. «È tempo di risplendere» suona infatti il verso di Amelia Rosselli che (su suggerimento di un’altra grande poetessa italiana, Mariangela Gualtieri) ha campeggiato sul manifesto/simbolo della vetrina: una fotografia in bianco e nero di Mario Giacomelli scattata negli anni ’60 dove si intravedono due amanti immersi in un luminoso paesaggio naturale con in primo piano due galline. “Con questo titolo e questa immagine – mi racconta Ricci durante una pausa mattutina dal suo lavoro – abbiamo voluto sottolineare l’idea che l’arte debba dire la sua, debba aprire gli occhi sulla realtà, non essere cioè inadeguata rispetto alla realtà, ma anche illuminarla, perché la bellezza può risplendere oltre il reale, oltre i tempi bui che stiamo vivendo”.

Luca RicciIn quest’ottica mi sembra si inquadri perfettamente anche il rito sonoro “Bello mondo” di e con Mariangela Gualtieri che è stato uno dei titoli inaugurali del festival. Una scelta molto significativa. Cosa puoi dirmi a riguardo?

Mariangela Gualtieri è un’artista e una poetessa formidabile. Non solo ci ha suggerito il verso della Rosselli che ha fatto da sottotitolo a questa edizione e ci ha regalato un momento molto alto di teatro, poesia, spiritualità, ottimismo, ma è stata presente  qui da noi ogni sera “in voce”: i suoi versi sono stati oggetto, infatti, di una diffusione sonora a Piazza Torre di Berta che durava cinque minuti e che, precedendo gli spettacoli in programmazione, cambiava ogni volta. Si è trattato di un augurio di positività, di un inno alla bellezza della vita, e non a caso abbiamo intitolato questo prezioso regalo Ecco che è tempo di risplendere.

Dopo quattordici edizioni e tanta energia profusa in questa iniziativa, quale credi sia la vera sfida di Kilowatt?

Credo che la nostra sfida principale consista ogni anno nella volontà di portare il festival nel cuore della città, di coinvolgere quanti più cittadini possibile, avvicinandoli ai linguaggi della scena contemporanea senza distinguere tra teatro di piazza e teatro di nicchia. Ciò che si può vedere fuori va bene anche dentro spazi chiusi e viceversa. Quest’anno, ad esempio, “abbiamo osato” proporre i lavori di Oscar De Summa (La sorella di Gesucristo, ndr) e di Teatro Sotterraneo (Il giro del mondo in 80 giorni, ndr) all’aperto, in piazza. Può sembrare una follia, ma con il tempo capisci che invece poco a poco la gente, così facendo, si accosta al teatro meno popolare più facilmente.

Nel 2010 il la rassegna ha ricevuto il premio Ubu per il progetto I visionari che, sin dalla prima edizione, coinvolge alcuni cittadini di Sansepolcro e li “incarica” di seguire una serie di spettacoli durante l’anno per poi scegliere quelli da inserire nel cartellone festivaliero. Come è nata questa idea?

Diciamo che già quattordici anni fa ci siamo posti come priorità quella di riuscire a riportare il teatro nell’orizzonte quotidiano di tante persone di qui; persone che nella vita fanno altro ma che ogni mercoledì sera, da dicembre ad aprile, si incontrano per vedere spettacoli, discutono di teatro, si confrontano tra loro. Esserci riusciti è per noi fonte di grande soddisfazione e sono convinto che questa sia la chiave per migliorare le sorti del teatro in tutta Italia. Si tratta semplicemente di mettere insieme un certo disegno culturale, la valorizzazione di artisti che hanno bisogno di visibilità e il pubblico, facendo però di quest’ultimo l’elemento centrale del manifestazione.

Tanto più che questo progetto negli anni ha acquisito sempre più un respiro nazionale e persino internazionale. Come si articola oggi?

Il format de I visionari si è diffuso rapidamente e ha suscitato l’interesse di altre realtà teatrali italiane. Ad un certo punto abbiamo iniziato a ricevere richieste di informazioni da parte di organismi che avrebbero voluto attivare un’iniziativa simile nel loro bacino d’azione. Così abbiamo pensato di indire un bando che allargasse il modello all’intero territorio nazionale. Oggi i visionari esistono in diverse città della Penisola come, per esempio, Como, Rimini, Messina, Livorno e sono oltre duecentocinquanta. Ogni gruppo è indipendente dall’altro e lavora in modo autonomo ma il concetto di base è lo stesso. L’esportazione del format all’estero è stata poi possibile grazie al progetto europeo Creative Culture che attualmente ci vede legati a nove Paesi. Anche in questo caso ogni partner ha la sua autonomia ma ovviamente l’impianto del programma non può che essere sinergico.

kilowatt festival2Nello specifico parli di “BE SpectACTive!”, progetto di cui Sansepolcro è capofila. In cosa consiste?

Molto semplicemente ci sono diverse realtà artistiche di città estere legate con noi che lavorano su temi specifici, coinvolgendo spettatori visionari. Poi si arriva alla fase di scambio di produzioni con l’attuazione di residenze creative che durano due settimane. Si tratta insomma di agevolare le nuove generazioni dando un ruolo attivo al pubblico. Spesso infatti gli spettatori partecipano alle prove, intervengono nelle scelte di stile o di contenuto e possono persino modificare l‘esito di una determinata produzione.

Dunque un’educazione al teatro che parte da chi lo fruisce e che nel nostro Paese dovrebbe forse coinvolgere anche i giovanissimi, i bambini. Qualche mese fa il MIUR ha pubblicato Le indicazioni strategiche per l’utilizzo didattico delle attività teatrali per l’anno scolastico 2016/2017 dove si invitano gli istituti scolastici di ogni grado ad attivare buone pratiche in tal senso. Che ne pensi?

Sulla carta mi sembra un documento importante ma staremo a vedere. Anche io sono convinto che l’educazione allo spettacolo dal vivo debba iniziare dai ragazzi, dalla scuola. Qui da noi, anche prendendo a modello alcune nazioni modello, bisogna creare i presupposti affinché si crei un’abitudine reale al teatro, un’idea di vicinanza, di necessità naturale. Un po’ quello che dicevo prima riguardo ai visionari.

Veniamo alle dolenti note: a livello economico, in un periodo storico così difficile per la nostra cultura, Kilowatt sopravvive facilmente?

C’è da dire che i teatranti della mia generazione (Luca Ricci è autore e regista e figura anche tra i condirettori del progetto capitolino Dominio pubblico, ndr) sono abituati a fare con poco. Penso, solo per fare degli esempi, ad atre importanti vetrine come Teatri di vetro, Ipercorpi, Short Theatre. Il nostro festival gode di una sovvenzione comunale ma il grosso arriva da contributi privati senza i quali non potremmo sostenere le spese. Mi sento però fortunato a lavorare in Toscana, una regione la cui amministrazione è molto vicina agli artisti e agli operatori. Ci si sente tutelati, ascoltati, protetti.

Da questa “torre di controllo” privilegiata che è un festival ormai collaudato da anni cosa ti sembra di intercettare rispetto alle nuove generazioni teatrali della scena italiana?

Difficile dirlo. Senza dubbio c’è un ritorno al testo, alla costruzione di senso. Al contempo direi una semplificazione delle strutture sceniche. Noto inoltre anche  una minore vivacità creativa. Forse, ma è solo una mia impressione, una minore preparazione. Come se qualcosa non funzionasse nella pedagogia teatrale stessa. Ciò non toglie comunque il fatto che di realtà interessanti in Italia ce ne siano davvero tante.

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