Domenico Calcaterra
Un libro delle edizioni Nutrimenti

Eclissi o cecità?

Ezio Sinigaglia fa parte della famiglia dei "narratori paesaggisti", da Biamonti a Morandini. Il suo nuovo romanzo, “Eclissi", racconta il viaggio al Nord di un uomo in cerca della domanda finale della vita

Nonostante l’industria editoriale, nonostante la pervasiva inflazione di tic e moduli narrativi, fa piacere il riscontrare, in netta controtendenza, il sopravvivere di forme narrative che appaiono, da subito, del tutto sganciate da ogni cliché, frutto null’altro che dell’accordarsi della voce dell’autore a una precisa esigenza di racconto. Una simile considerazione offre occasione di svolgerla un libro davvero singolare come Eclissi (Nutrimenti, Roma, 2016), cesellato romanzo nordico con il quale Ezio Sinigaglia torna alla letteratura, a trent’anni dall’esordio con Il Pantarèi (1985). E libro singolare per almeno un fatto: nell’intreccio del dramma e del sublime, il suo scaturire quasi, pagina dopo pagina, dai sussulti del paesaggio; percepito, dal protagonista, come carta da decifrare, partitura da leggere (in accordo o contrasto con il pentagramma angusto d’una vita bloccata).

Sulla soglia dei settanta, Eugenio Akron, architetto triestino, in quello che considera il suo ultimo e decisivo viaggio, giunge su una sperduta isola nordica (tra Scozia, Islanda e Norvegia) per assistere all’eclissi totale di Sole, previsto per il giorno dell’equinozio di primavera. L’inatteso incontro con un’altra solitaria figura, la vedova Mrs. Clare Wilson, lo scabro contatto con quei luoghi, la lontananza, sono elementi che lo inducono a riflettere sui nodi irrisolti e sulle ferite di tutta una vita, concentrato nella ricerca non di una risposta, ma di una sola fondamentale domanda che appiani e chiarifichi ogni cosa («l’ultima occasione di estrarre dalla reticenza del mondo una domanda»).

ezio sinigaglia eclissiEzio Sinigaglia, è evidente, mostra di saper maneggiare con perizia le variabili assolute: traumi, memoria, età, ogni cosa è sottratta alla diacronia; ascisse e ordinate della vita di Eugenio Akron si curvano fino a rapprendersi in un punto esatto: il punto in cui tutto appare semplice, logico perfino.  Simultaneità suggerita (oltre che dal cognome) dal fenomeno astronomico dell’eclissi, nell’andarsi incontro (fino a sovrapporsi) dei due dischi del Sole e della Luna, qui erto a tersa metafora della nostra «ciechitudine», dell’incapacità di vedere/non-vedere la verità più elementare («una verità largamente alla portata dell’intelligenza e dei sensi», «un messaggio cifrato con ingenua perizia, e perciò ancora più chiaro»). A cadere, insomma, è l’illusoria idea stessa di una freccia del tempo «puntata sempre, solo e inesorabilmente nella stessa direzione», nella scoperta di una mobile quanto inutile circolarità, per cui la risacca della memoria, negandosi all’evidente senso del ricordo, deborda, si abbassa o innalza, condensandosi in figura di enigma.

A determinare questa dimensione unica contribuisce non poco la scrittura basaltica e a tratti equorea, contrappuntata da un parsimonioso mistilinguismo (che va dall’inglese al triestino); entro una ricercata estrema precisione del dettato che ha, per converso, come esito finale un’indeterminatezza, una sospensività astuta che corteggia l’universale. E nel ricercare un risolutivo contatto – nel «looking for a question» di Eugenio Akron – è, infine, il vedere lo spazio, la metrica del luogo, a far intuire la soluzione del rompicapo esistenziale. Come a dire che Eclissi ci riporta al cosiddetto modello del “romanzo-paesaggio” (per usare la felice definizione partorita da Calvino per il primo Biamonti), per cui spazio e voce si corrispondono, come in un gioco di specchi. Penso anche ad altri libri, più o meno recenti, in cui il dato spaziale diventa portante: come, per dirne una, il sorprendente esordio di qualche anno fa di un narratore decisamente orizzontale come Sergio Peter con Dettato (Tunuè, 2014) o ancora al sensoriale e visionario Neve, cane, piede (Exòrma, 2015) di Claudio Morandini; romanzi certo diversissimi, eppure accomunati da analoga attenzione allo “stato in luogo”. E che dire poi dell’intera produzione del paesologo Franco Arminio? Non si finirà mai di rilevare, nel dibattito critico odierno, la rimossa considerazione del problema decisivo della voce, al più frainteso come sterile innamoramento della parola e per la parola. Quando è, al contrario, ciò che definisce l’identità di un autore. Qualche esempio? Calvino e Consolo, anni luce distanti, senza il falsetto del primo e l’archeologia di parola del secondo, sarebbero stati, entrambi, tutt’altra razza di scrittori. E lo stesso si dica per gli autori degli anni Duemila: pensiamo a un Tonon la cui pagina fosse deprivata dalla scansione poematica e dalla grazia viva della sua scrittura: probabilmente i suoi romanzi finirebbero d’interessarci. La voce è il paravento dell’autore? Può darsi. Ma ciò non coincide con una perdita di autenticità. Riguardo la voce degli scrittori penso piuttosto valga ciò che nel Canto del pendolo Josif Brodskij scriveva riguardo ai poeti: «le vere biografie dei poeti sono come quelle degli uccelli, quasi identiche – i dati veri vanno ricercati nei suoni che emettono». È la voce, sempre, a fare la differenza, come ci rammenta il gradito e garbato ritorno di Sinigaglia al romanzo.

 domenico.calcaterra@gmail.com

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