Alberto Fraccacreta
Ancora sul “Trittico del Distacco”

Di Palmo&Bacon

Nella sua raccolta poetica Pasquale Di Palmo procede sulla “via negationis”, dove l’affermazione avviene per negazione, l’assenza come presenza, il dolore come ricordo di quando si era felici. Ma in questo procedere, la privazione si fa ricchezza. Così viene in mente un altro celebre Trittico…

Qualche anno fa, a Rimini, in una mostra memorabile a Castel Sismondo, assieme al Canaletto, Kandinskij, Picasso, Degas e molti altri, esponevano il celebre Trittico di Francis Bacon, «Three Studies for Figures at the Base of Crucifixion». Ricordo che, dopo l’estasi del Semeur di Millet, il Trittico, con i suoi rossi sanguigni, i suoi grigi ossuti,mi provocò un shock visivo non irrilevante. È il passaggio dalla dolcezza allo stridore, che spesso accade nella vita, quasi volesse richiamare la coscienza a un principio inderogabile, quando l’essere umano scopre di essere uno ma dimezzato, separato dall’altro e dagli oggetti, sempre anelante a una impossibile unione. È proprio la presenza del distacco, però, a consentirci di riconoscere nell’altro, come un marchio tatuato sulla consapevolezza, la «traccia del nostro esilio», per citare Lacan. È forse questo rovescio di significato che Pasquale Di Palmo, nella sua ultima silloge, Trittico del distacco (Passigli, 81 pagine, 12,50 euro, vedi anche http://www.succedeoggi.it/2016/02/poesia-del-dolore/), desidera lasciare intravedere al lettore, suggerendogli di seguire un sentiero apparentemente disseccato, ma molto fecondo in poesia: la via negationis, l’affermazione per negazione, l’assenza come presenza, il dolore come ricordo di quando si era, inconsapevolmente, felici.

Di PalmoScrive bene Giancarlo Pontiggia nella Prefazione alla raccolta di Di Palmo (a destra, nella foto di Arcangelo Piai): «All’epigrafe agostiniana viene dunque accordato il solo compito di serbare viva, nell’ignoranza delle cose che stanno di là dalla vita, l’ansia di un mistero che si traduce, umanisticamente, in pietas, in un esercizio di misericordia tutta umana. Ma la potenza conoscitiva, il riverbero mistico delle parole di Agostino gettano sui versi che seguono una luce drammatica, corrusca, che li intensifica, posto anche che quell’epigrafe fosse da leggere in senso angoscioso, antifrastico».

In Addio a Mirco, la prima sezione, dedicata al cugino dell’autore, il linguaggio colloquiale tenta di solcare, raschiare la pietra statuaria dei fatti per scorgerne una relazione ulteriore. È il lavoro della poesia al netto del consueto, il non dire che si vuol dire proprio quella cosa di cui non si parla. L’intera poesia è quella cosa di cui si parla, perché non si può dirla, è troppo dolorosa dirla. «Sogno ancora di essere l’adolescente/ che gioca interminabili partite/ sulla piattaforma in cemento della Gescal,/ con il vento che affila volto e fianchi,// la palla servita/ al compagno più imbranato/ che spreca l’occasione imprecando/ nel sole allucinato delle due e quaranta». L’aver giocato assieme, l’essere stati assieme ha un significato? Può averlo? Cos’è l’altro per noi? Con chi abbiamo vissuto? Domande sofferte.

La seconda sezione, Centro Alzheimer, è permeata dal rapporto con il padre, in una «preghiera filiale» di memoria kafkiana che «rinunciando ad ogni filtro o schermo e svincolandosi da ogni residua scoria letteraria, si cimenta […] con le ferite sanguinanti e coi nodi irrisolti delle proprie contingenze o di un passato ristretto all’ambito degli affetti più privati», come afferma Maurizio Casagrande nella Postfazione.

Cop Di PalmoQui Di Palmo stringe il nodo del discorso. Il distacco è preso alla gola. Regna sovrana l’antinomia nel capovolgimento di fronte. La reticenza espressiva si apre alla nudità del vero. «Io, diventato padre di mio padre./ Tu, diventato figlio di tuo figlio./ Ti lavo ti sfamo/ ti accudisco./ Mangi, come un cane,/ dalla mia mano./ Non articoli che poche/ parole intelligibili/ scandite in corone/ di frasi senza senso./ Parole che somigliano al silenzio./ Mi guardi e ti guardi./ Con quegli occhi/ sempre più piccoli e smarriti/ mentre la tua voce di nebbia/ mi esorta febbricitante a portarti/ – “andemo dài andemo” -/ laddove non esistono che nuvole/ ignare di ogni nostra parentela». L’esperienza del distacco è totale: e proprio nell’infinita separazione avviene l’infinito desiderio di essere uno, assieme. Al limite della commozione la parola si fa sempre più confidenziale, emotivamente accesa, arrivando a sfondare le frontiere della lingua sino al dialetto veneto: «Papà, adesso che no ti ghe xe più,/ vorìa dirte/ ne la to lingua/ ne la lingua che ti parlavi ti/ fin da putèo,/ vardandote fisso nei oci,/ “Te vogio ben”/ e darte un baso, papà,/ su la to fronte granda/ scavada dai pensieri/ che scampa come bisse sora l’erba».

Nell’ultimo affresco del trittico, I panneggi della pietà, la poesia mostra il suo volto prosastico, la sua capacità di modulazione e di ritmica anche nel rigo lungo, e tira le somme intorno alla propria essenza. La poesia è ovunque e può fornirci un barlume di verità, anche nell’oscuro. «Portare la poesia in dono sullo scheletro delle labbra a chi non interessa la poesia. Camminare incontro alla chiglia del giorno con il sole che ti bruca la faccia, in esso riconoscere la felicità degli ebeti. Stendersi in un prato, sedersi sulla panchina di un parco suburbano contro un cielo sereno. Rialzarsi nel vento senza i soliti mulinelli in testa, essere lieto nella neve, dei detriti, degli aghi di ghiaccio sulla carotide. Penetrare nella cordigliera del sonno senza più voce, finalmente muto, in spregio alle nuvole che ti burlano».

Di Palmo riesce così a farci assaporare l’incanto del distacco, della separazione, vissuta non più come privazione, ma come ricchezza.

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