Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Sfida Islanda-Cina

Di qua l'Islanda, matricola agli Europei di calcio che iniziano domani; di là la Cina che compra i grandi club e "in casa" punta a 50 milioni di praticanti entro il 2020. È il calcio globalizzato, signora mia...

In Islanda si gioca al calcio e in Cina pure. Due fatti lontani tra di loro, solo in apparenza, certificano in questi giorni la definitiva mutazione cromosomica del calcio, lo sport più popolare al mondo. Dove al popolare bisognerà sostituire l’aggettivo più in voga di questi tempi: globalizzato.

Primo fatto: l’Islanda, 102.819 kmq di superficie tra ghiacciai e vulcani, 321.857 abitanti, secondo dati del 2013 riportati da Wikipedia, prende parte per la prima volta ai campionati europei di calcio che vanno in scena in questi giorni in una Francia corazzata per il timore di nuovi attentati terroristici. Non sarà né la prima né l’ultima squadra-nazione che a sorpresa giocherà una manifestazione calcistica ad alto livello (tra l’altro c’è un’altra debuttante inattesa: l’Albania allenata da Gianni De Biasi). Il punto è: continueranno ad esserci delle Islande, dei Leicester, insomma delle piccole squadre, in questo nuovo calcio in mano ad imperi finanziari? Addirittura, ci si potrebbe chiedere se continueranno ad esistere tornei per squadre nazionale perché chi vuole il top del top intende allestire, prima o poi, Coppe e Campionati esclusivi. Via gli straccioni, dentro i ricconi.

Secondo fatto: il gruppo cinese Suning ha acquisito il 68,55% dell’Inter per 270 milioni di euro, 700 milioni se si aggiungono i debiti pregressi. In questo caso la parola “storico” non è fuori posto: una delle più famose società di calcio ha visto finire la dinastia dei Moratti – che già avevano ceduto una parte del club all’indonesiano Erick Thohir – ed è stata conquistata dal colosso asiatico degli elettrodomestici. Al Milan si aspetta soltanto che Berlusconi si decida di passare la mano ad un altro gigante cinese.

Per Forbes, Zhan Jindong, chairman di Suning, è uno degli uomini più ricchi della Cina, il ventottesimo per essere esatti, e il 403° al mondo con un patrimonio di 3,7 miliardi di euro. La Gazzetta dello Sport ha pubblicato una tabella prendendo spunto dalle valutazioni della rivista americana di economia e finanza. In cima alla classifica dei Paperoni del pallone c’è sempre Roman Abramovich (padrone del Chelsea, con un patrimonio personale di 7,1 miliardi di euro) seguito da Stan Kroenke (il business man statunitense che controlla l’Arsenal, 7 milioni) e poi da: Silvio Berlusconi (6,2, Milan); la famiglia Glazer (4,1, Manchester Utd), Zhan Jindong (3,7, Inter), John Henry (1,9, Liverpool). Mancano i Grandi di Spagna (Barcellona e Real Madrid) e il Bayern di Monaco perché hanno strutture di azionariato particolari e non riconducibili ad una persona fisica. E sono assenti Manchester City e Paris Saint-Germain perché in mano a sceicchi che non vengono quotati da Forbes.

cina calcio1La Cina ha capito che il pallone rappresenta un investimento redditizio per il business e l’immagine del paese che vuole i Mondiali. A proposito dell’affare Inter, Il Sole 24 Ore – a firma Rita Fatiguso, corrispondente da Pechino – ha messo l’accento sul piano quinquennale del presidente cinese Xi Jinping che prevede nella fase 2016-2020: 20 mila scuole calcio, 30 milioni di praticanti tra gli alunni delle scuole e 50 milioni di praticanti in genere. E ancora: la costruzione di 70 mila campi, una stima per cui entro il 2025 lo sport in Cina varrà 5 mila miliardi di renminbi (la valuta dello stato asiatico), una previsione di 300 milioni di tifosi su un totale di 1,6 miliardi.

Di fronte a questo gigantismo e a un dispiegamento finanziario di questa portata (non solo cinese, peraltro), si può ancora considerare efficace e fruttuoso il mecenatismo all’italiana? La risposta è: no. I raffronti sono crudeli. Nel confronto economico della stagione 2014-15, la classifica dei fatturati dei principali tornei europei ci colloca al penultimo posto, davanti solo alla Ligue. Fatturato della Premier inglese: 4403 milioni; fatturato della Bundesliga tedesca 2392 milioni; fatturato della della Liga spagnola: 2080 milioni; fatturato della Serie A italiana, 1840 milioni; fatturato della Ligue francese, 1418 milioni. Dicono gli esperti – in questo caso Marco Iaria che ha condotto un’inchiesta per conto del quotidiano sportivo “rosa” – che: «Nel processo di trasformazione del calcio in fenomeno globale, il provincialismo italico è stato la nostra palla al piede… Un decennio fa, la Serie A era seconda dietro la Premier in termini di ricavi ma non è stata capace di innovarsi e di rischiare… Il campionato italiano è quello che è cresciuto di meno: negli ultimi cinque anni, tra il 2010-11 e il 2014-15 il fatturato si è incrementato del 12% contro il 75% della Premier, il 37% della Bundesliga, il 36% della Ligue trainata dal Psg e il 17% della Liga».

cina calcio2Un disastro, come in altri settori della nostra economia che ha visto passare di mano le grandi aziende italiane. L’Inter presa dai cinesi verrà ancora sostenuta (12 milioni di euro) dal suo storico sponsor, la Pirelli, nel frattempo finita a Chemchina. Il calcio del Belpaese campa sulle tv (ma in Inghilterra la ripartizione dei proventi favorisce più equilibrio: il gap tra grandi e piccoli club è più contenuto e le favole Leicester nascono anche così). La nostra Lega è paralizzata da lotte intestine e veti incrociati e le riforme non ci sono. In più sul quel fatturato di 1840 milioni «gli stipendi si mangiano 1250 milioni, cioè il 68%». Ci sono continue perdite di bilancio che gli azionisti non riescono a colmare, anzi. E quando potranno resistere ancora i vari Della Valle e De Laurentiis per restare nel calcio che conta?

Il patrimonio netto aggregato della Serie A è negativo: 8 milioni. Quello della Premier viaggia su 2622 milioni, quello dei tedeschi su 1044. Insomma il sistema italiano fa acqua da tutte le parti. Tranne che su una voce: l’indebitamento. «Calcolando i debiti al netto dei crediti, viene fuori che quelli della Serie A (1753 milioni) sono inferiori a Liga (2675) e Premier (2567). Ma tutto va parametrato alla capacità di generare entrate. Grazie al volume del suo fatturato, il campionato inglese è in grado di tenere sotto controllo i debiti». La Germania, neanche a dirlo, va meglio di tutti anche nel calcio: i debiti netti sono soltanto 559 milioni.

Poi, certo, il pallone rotola su un prato verde, è toccato da Cristiano Ronaldo, da Ibrahimovic e da Eidur Gudjohnsen, 37 anni, ex attaccante di Chelsea e Barcellona, esperto “vecchio” della panchina islandese; la sfera varca la linea di porta, finisce su un palo, su una traversa, viene collocato su un cerchietto dove l’erba è colorata bianca e i calciatori tirano di lì i calci di rigore. Voglio dire che non si vive di solo fatturato e che non bastano i soldi a vincere e a far sognare i tifosi e gli appassionati; che non sempre i piani quinquennali e gli investimenti milionari funzionano. Perché poi accade che Ranieri stupisca l’universo con le sue “volpi” (che tanto povere non sono); che il Crotone finisca in serie A senza avere grandi investimenti; che il Sassuolo vada a giocare una coppa europea affidandosi a piedi indigeni; che i tecnici italiani siano richiestissimi in tutto il mondo. Insomma, qualche favola ce la possiamo raccontare anche noi…

Anzi, certe volte i quattrini ingannano. Perché l’altra faccia dei soldi cinesi è il Pavia calcio, finito in mano ad un fondo cinese che si è volatilizzato lasciando il piccolo club lombardo indebitato e sull’orlo del fallimento. Oltre ai soldi, ci vogliono anche conoscenza dell’ambiente, capacità di scorgere i talenti, abilità nel tenere i conti in ordine. Occorre, infine, programmazione.

islanda calcio3Parolina che ci riporta all’Islanda, Cenerentola fino ad un certo punto. Intanto perché, finito il dilettantismo, gran parte dei suoi biondi marcantoni gioca all’estero, in Premier, nella Ligue e anche in Italia. Poi perché, scavando, si scopre che nella Terra dei ghiacci, dalla fine degli anni Novanta, inizio Duemila si sono dotati di norme legislative e piani che favoriscono il diffondersi del pallone. Pare anche per fermare tra i giovani il diffondersi del consumo dell’alcol e del fumo. Nell’isola crescono come funghi i campi di calcio (al coperto) e fioriscono scuole con maestri e allenatori nelle accademie del calcio. Nel 2012 l’Islanda era al posto 131 nel ranking della Fifa. Oggi è salita al numero 34. Ha già sfiorato la partecipazione al mondiale del 2014. È arrivata agli Europei togliendo di mezzo la signora Olanda. A guidare Iceland è uno svedese, Lars Lagerback, un cognome che ricorda la Filippa di Fazio. Il tecnico, dopo la Francia, lascerà la squadra al suo collaboratore Heimir Hallgrimsson, che di professione fa il dentista. Ma i dilettanti sono un ricordo del passato: Gylfi Sigurdsson, il migliore dell’Islanda, un centrocampista avanzato, ha fatto da sempre il calciatore girando tra Inghilterra e Germania. E così gli altri della nazionale che indossa maglie blu con un righino rosso, i colori della bandiera.

Dovremmo dunque tifare Islanda? Tenere per i piccoli, che non schierano i più forti e i più pagati, in uno slancio sentimentale, romantico? Intanto, potete anche cambiare canale. Ma se siete lì, battete le mani alle squadre a sorpresa, ai club che non si arrendono al dominio della finanza e del broadcast televisivo. Simpatizzate con quelli che riescono a sovvertire le gerarchie. Anche in una partita di pallone.

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