Pasquale Di Palmo
“Dialoghi con Iosif Brodskij”

Il servo della lingua

Non è il poeta che si esprime attraverso il linguaggio ma il linguaggio che si esprime attraverso il poeta. Così Brodskij in una delle interviste a Solomon Volkov raccolte in un unico volume. Uno strumento indispensabile per entrare nel suo laboratorio alchemico

Il caso di Iosif Brodskij è senz’altro un caso atipico nel panorama letterario internazionale. Vissuto nella prima parte della sua esistenza in Unione Sovietica e poi emigrato negli Stati Uniti, l’autore di Fermata nel deserto scrisse i propri versi in russo mentre le prose furono redatte direttamente in inglese (arrivò emblematicamente ad anglicizzare il proprio nome in quello di Joseph Brodsky). Dopo il recente volume di Conversazioni edito da Adelphi (vedi anche http://www.succedeoggi.it/2015/11/brodskij-contromano/) esce a sorpresa Dialoghi con Iosif Brodskij di Solomon Volkov (LietoColle, 426 pagine, 20 euro), curato e tradotto da Galina Dobrynina. Il libro, originariamente pubblicato nel 1998, raccoglie una serie di interviste fatte dal 1978 – sei anni dopo l’esilio forzato del poeta russo a New York – al 1992. Si tratta di un testo che rappresenta uno strumento indispensabile per misurarsi con l’opera e il pensiero di Brodskij che, con il passare del tempo, acquistano un valore sempre più paradigmatico. Il volume è suddiviso in dodici capitoli che, in linea di massima, si sviluppano intorno al nucleo di un determinato tema, a volte di carattere biografico a volte di approfondimento intorno alla poetica dell’autore russo.

VolkovVolkov, emigrato anche lui negli Stati Uniti, da noi conosciuto per una splendida monografia dedicata a San Pietroburgo, edita da Mondadori nel 1995, non si limita a porre passivamente delle domande al suo interlocutore, ma dialoga con esso in virtù di una non comune empatia intellettuale. Si passa così ad analizzare sia le vicende che hanno contrassegnato il processo del 1963 in cui Brodskij venne paradossalmente accusato dalle autorità «di parassitismo sociale» solo per il fatto di scrivere liriche che erano invise al regime sovietico («l’unico al mondo dove si uccide per una poesia» aveva sentenziato Nadezda Mandel’štam) sia le vicissitudini che segnarono il suo esilio e lo portarono a conoscere Auden, sempre considerato da Brodskij come una sorta di deus ex machina, e altri intellettuali di rilievo del panorama internazionale, da Robert Lowell a Susan Sontag.

Ma il libro di Volkov è soprattutto un’occasione per misurarsi con il laboratorio alchemico di Brodskij, con il suo lavoro sul linguaggio. Non è il poeta che si esprime attraverso il linguaggio ma il linguaggio che paradossalmente si esprime attraverso il poeta. «È sciocco dire che “il poeta sente la voce della Musa” se non si chiarisce qual è la natura della Musa. Ma se si guarda più da vicino, ci si accorge che la voce della Musa è la voce della lingua» osserva lo stesso autore in un’intervista. Un altro leitmotiv è la considerazione che ebbe riguardo ai suoi poeti di riferimento (si pensi all’uopo alle straordinarie pagine in prosa dedicate ad alcuni di essi in un libro campale come Less than one, edito nel 1986, smembrato nelle versioni italiane in due volumi: Fuga da Bisanzio e Il canto del pendolo): si passa dall’Achmatova alla Cvetaeva, da Mandel’štam a Frost, dallo stesso Auden ad Hardy, senza dimenticare il legame che lo accomunò ad alcune tra le più rappresentative figure del Novecento come Milosz e Walcott o l’amicizia con il ballerino e coreografo Baryšnikov.

In particolare Brodskij mette l’accento sulla particolare grandezza che contrassegna l’opera di certi autori come la Cvetaeva, considerata «il più grande poeta del XX secolo», superiore finanche all’amatissimo Auden, e come l’Achmatova della quale rievoca, negli anni del suo apprendistato poetico a San Pietroburgo, allora chiamata Leningrado – «Ho sempre dato una grande importanza al fatto che la gente, anche negli anni in cui la città si chiamava Leningrado, continuasse a chiamarla Piter» -, una serie di interessanti aneddoti. Il libro è disseminato di piccole perle, come la seguente: «Il poeta di fronte alla società ha un solo dovere: scrivere bene. È il suo dovere nei confronti della lingua. Infatti, il poeta è il servo della lingua. Il servo della lingua, il suo custode e il suo motore. E quando un poeta viene accettato dalla gente, succede che la gente si mette a parlare la lingua di quel poeta, non quella dello “stato”».

Brodskij Nilda CalzaIl libro di Volkov è ricchissimo di episodi poco conosciuti sull’esistenza condotta da Brodskij (a sinistra, visto da Nilda Calza, ndr) prima dell’esilio americano come l’abbandono degli studi scolastici, i processi, la reclusione in carcere e nel manicomio criminale, il lavoro come aiutante geologo nelle regioni nordiche, come assistente in un obitorio o come bracciante nella regione di Archangel’sk, le traduzioni dai poeti occidentali, soprattutto inglesi (Donne, Eliot), le difficoltà legate alla pubblicazione dei suoi testi in madrepatria, i samizdat ecc. Di particolare rilievo il ritratto che scaturisce di certi intellettuali che, al di là degli atteggiamenti apparentemente anticonformistici, erano legati a doppio filo con il potere, se non con lo stesso Kgb. Si pensi al caso di Evgenij Evtušenko che, a più riprese, viene tratteggiato da Brodskij come un arrivista senza scrupoli: «Evtuch [Evtušenko, n.d.r.] e compagnia lanciavano le loro pietre nella direzione autorizzata dal potere […] sia Evtuch che Voznesenskij hanno avuto sempre amici nel Comitato Centrale del Partito […] era gente ben informata, che sapeva sempre in che direzione avrebbe tirato il vento l’indomani…».

Ma Brodskij disquisisce con Volkov intorno a qualsivoglia argomento: dalla musica alla didattica, dall’arte alla cucina, dalla cognizione del tempo ai viaggi. In tale ambito si rievocano soprattutto i viaggi compiuti in Italia, in particolare a Roma e Venezia, città a cui l’autore russo ha dedicato pagine indimenticabili. A proposito di Venezia osserva: «L’acqua, se vuole, è una forma concentrata del tempo». E ancora: «Quando il sole tramonta a Venezia, la luce del crepuscolo si riflette sulle finestre, simili a pesci rilucenti di squame. Ricorda tutte quelle finestre quasi gotiche, o piuttosto romaniche che si trasformano in gotiche? Più tardi, quando si fa sera e si accendono le luci, queste finestre diventano pesci illuminati dall’interno, e le persiane delle squame semichiuse». Sembrano passaggi tratti da quel gioiellino in prosa che è Fondamenta degli incurabili mentre è solo la scheggia di uno di questi dialoghi.

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