Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Diba, l’estraneo

Era metodico, ma lo dicevano lento; aveva visione di gioco, ma lo accusavano di essere freddo, aveva un tiro infallibile, ma lo chiamavano raccomandato. Storia di Agostino Di Barolomei, un campione scomodo

«Non vedo l’uscita dal tunnel» scrisse in quell’ultima lettera alla moglie. Ma forse la frase più agghiacciante e profetica la disse, un po’ di mesi prima della tragedia, ad un amico mentre erano in macchina. Parlavano del suicidio di Raul Gardini. «Ha sbagliato a spararsi in testa. Meglio mirare al cuore perché solo così si è sicuri di morire all’istante», affermò l’ex calciatore.

Agostino Di Bartolomei si sparò al cuore sul grande balcone della villa di San Marco di Castellabate la mattina del 30 di maggio 1994 a 39 anni. Si uccise con la sua Smith & Wesson, calibro 38 special. Aveva una passione per le armi: in quella villa del Cilento c’erano anche una carabina 4,5 millimetri e una pistola 357 Magnum. Giusto dieci anni prima, il 30 maggio 1984, la Roma aveva perso ai rigori nello stadio amico, l’Olimpico, la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. 30 maggio 1984-30 maggio 1994: una concomitanza che fa venire i brividi.

Ha scritto Luca, suo figlio: «Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero. Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse quel giorno ti si è insinuato dentro, ecco. Come la depressione che ti porta ad un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area di rigore. Perché, papà, io non ci ho mai creduto e non voglio crederci che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio…».

Non tirava solo calci a un pallone, Ago. Era un uomo pieno di interessi, invece. Finito il liceo scientifico, voleva fare il medico, anche se poi si iscrisse ad Economia e commercio: «Io avrei continuato a studiare, una facoltà scientifica: biologia o medicina. Il calcio mi ha impedito di fare il medico», ripeteva. Amava la pittura tanto da riempire le sue case di quadri di astrattisti e futuristi, frequentava Renato Guttuso il quale durante una cena scongiurò il presidente Viola di trattenere Diba alla Roma. Viola se ne uscì con una delle sue battutine con quella voce sottilmente nasale: «Ma c’è una congiura per questo giocatore…». Di Bartolomei conobbe il pittore comunista grazie a monsignor Fiorenzo Angelini, poi cardinale, un pezzo importante della curia romana. Agostino, amava leggere romanzi e saggi. Aveva un carattere schivo, silenzioso. Era un introverso: l’opposto di Totti. A molti appariva presuntuoso. Una volta disse: «Quanto alla presunzione, credo mi abbia giocato un brutto servizio il fatto che mi piace studiare ed aggiornarmi, interessarmi di tutto… Mi piace anche la letteratura: italiana, russa, romanesca. Sono un cultore appassionato di Trilussa e di Belli, autore di poesie bellissime e tristi al tempo stesso, che hanno il pregio di descrivere con impietosa precisione l’anima del romano. E non è vero che il romano sia un allegrone: è soprattutto triste perché è consapevole della sua decadenza dai tempi in cui dominava il mondo ad oggi». Questa e altre frasi si ritrovano nel bel libricino che Giovanni Bianconi e Andrea Salerno, entrambi giornalisti, scrissero sul campione giallorosso nel 2000 e riedito sei anni fa da Fandango nei Tascabili: L’ultima partita. Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei. Che contiene in apertura la “lettera” di Luca – il figlio che all’epoca del tragico gesto aveva 12 anni e quella brutta mattina era a scuola – al padre.

di bartolomei3È con Sandro Ciotti, tuttavia, che Ago si racconta bene. Il grande radiocronista sottolineò nell’introduzione ad una intervista del marzo ’79 (ripresa dal mensile Giallorossi): «Di Bartolomei è uno che si intende di pittori e di musica, che non fa mai esercizio di diplomazia, che frequenta il pianeta calcio senza concedersi agli isterismi, è un po’ fuori schema. Riservato da apparire superbo…». Lui rispose: «Non sono né superbo né timido ma sono solo frenato dal timore di sembrare invadente o esibizionista. Parlo poco perché è meglio che parlare troppo e perché c’è sempre il rischio che quello che hai da dire non interessi nessuno». Come sono lontani i moderni gladiatori delle arene sportive: spesso vuoti e tanto compiaciuti di se stessi. Mai incalzati da domande vere e pepate (ma la colpa è di chi non le fa). Già ottenere un’intervista da un calciatore, uno qualsiasi non Messi, oggi è diventata un’impresa, tra agenti, procuratori, diritti di immagine, avvocati, presidenti ed esclusive tv. Con Obama si fa prima. Certo, era un altro mondo, un altro calcio e un’altra società, diversi i costumi, ma stiamo parlando degli anni Settanta e Ottanta, non della metà dell’Ottocento quando nei college inglesi si cominciò a praticare il gioco arrivato fino a noi. E stiamo parlando di una brava persona, educata. Uno che da capitano parlava agli arbitri mettendo le braccia all’indietro, quasi un gesto da banchi di scuola. Bonucci e Higuain, più qualche arbitro, si rivedessero certi filmati.

Persino del suo matrimonio si seppe qualche mese dopo. «Perché non vedevo come una faccenda tanto privata, potesse interessare la gente. Ci siamo sposati a Londra, una cosa agile e sobria. Dopodiché, venni accusato di condurre una vita da libertino per il fatto che a casa mia “c’era una donna”: era la signora Di Bartolomei». La signora Di Bartolomei era Marisa De Santis, hostess dell’Alitalia, origini salernitane, conosciuta a una festa. Quando le dissero che il giovane che aveva di fronte era un calciatore della Roma, lei volle fare la spiritosa: «Beh, insomma…uno che lavora con i piedi». E lui: «Tu invece, che fai?». «La hostess dell’Alitalia». E lui che la fredda: «Ah, la cameriera di bordo».

Fu Marisa a raccoglierlo morente, richiamata dalle urla di Gianmarco, l’altro figlio della donna, nato da un precedente matrimonio. E fu Marisa ad accusare: «Un mondo a cui ha dato tutto, l’ha vigliaccamente tradito». Lui non chiamava nessuno, non sopportava il fatto che nessuno si ricordasse di lui.

Aveva finito con il pallone a Salerno, in serie C; e l’ultima stagione aveva portato la squadra, che indossa la maglia granata, in serie B, dopo 24 anni di esilio nelle serie minori. Era il 1990, Diba aveva 35 anni. Dopo la Roma, c’era stato il Milan, poi il Cesena, poi la Salernitana. Aveva lasciato la Roma martedì 26 giugno 1984, l’ultima partita all’Olimpico, la vittoria sul Verona di Bagnoli e la conquista della Coppa Italia. La curva Sud gli dedicò tanti striscioni, su uno c’era scritto: «Ti hanno tolto la Roma non la tua curva».

di bartolomei milanUn po’ di mesi dopo, si giocava Roma-Milan (0-1, rete di Virdis) molti in quella curva e in qualche altro settore dello stadio lo fischiarono; e pure si levò qualche coro infame che mandava affanculo l’ex capitano. Ciccio Graziani fece anche di peggio: gli mollò un pugno a fine partita perché, secondo lui, aveva scalciato Bruno Conti. Ancelotti qualche tempo dopo disse: «Lui ci rimase malissimo per quella accoglienza, si aspettava cose diverse». Conti fu molto acido, quasi cattivo: «Non è vero, come qualcuno ha scritto, che sono amico di Di Bartolomei. E poi in campo mi ha detto un paio di frasi che non mi sono piaciute… Comunque lui ha amici che contano. Nel Milan continua a giocare come nella Roma: tranquillo, pulito, senza mai uscire dal campo sudato. Ed era sempre il migliore di noi…».

Nella partita di andata a San Siro tra il Milan e la Roma (2-1), era successo che Di Bartolomei segnasse ed esultasse, i pugni levati al cielo. Quasi una liberazione e una sfogo più contro i dirigenti che contro la tifoseria. Non glielo perdonarono e aspettarono la gara di ritorno. Ai tempi nostri assistiamo a delle plateali messinscena, di calciatori che non godono del gol alla loro ex squadra. Ipocrisie di mercenari ben pagati che fanno finta di avere un cuore. Hanno pure paura di minacce e ritorsioni da parte dei tifosi di una volta. Diffidate di loro quando li vedete con la testa bassa mentre rifiutano di abbracciare i compagni.

Nella Roma, Di Bartolomei ha giocato 308 partite, 146 da capitano: 66 gol, uno scudetto e tre Coppe Italia. Aveva un tiro fulminante, potente, preciso. Le sue punizioni facevano male alle mani dei portieri. Ma vedeva anche il gioco come pochi, metteva la palla dove voleva con lanci millimetrici. Quando Liedholm, il suo maestro, lo arretrò in difesa facendolo giocare da libero – nella squadra campione d’Italia nel 1983 – pensava proprio a questo: alla capacità che aveva Ago di scavalcare con le sue sciabolate lo schieramento avversario e pescare i compagni, mandandoli in porta.

Se lo era andato a prendere, la Roma, giovanissimo, a Tor Marancia, zona a ridosso delle Ardeatine. Lo voleva anche il Milan ma lui disse no: «A 13 anni non si lascia casa». A Tor Marancia c’erano il terreno dell’Omi, dove si formeranno vari campioni, e il campo della Chiesoletta vicino alla parrocchia di San Filippo Neri. Giocava in mediana e il provino lo sostenne al campo delle Tre Fontane sotto gli occhi di Helenio Herrera, il “mago” che a Roma fece poche magie. Quando la cosa divenne seria, di lì a poco, Di Bartolomei al liceo usciva dopo la seconda ora per andare ad allenarsi e nel tardo pomeriggio, grazie a compagni e professori, recuperava le lezioni perse al mattino.

di bartolomei1Ago è stato tanto amato a Roma, e lo è tuttora. Ma fu sempre sotto esame. Una volta si sfogò con Gigi Ferrajolo del Corriere dello Sport, il giornale sportivo della capitale: «Sono sempre un giocatore discusso per motivi tecnici e per altri, diciamo di carattere umano. Sono un giocatore un po’ freddo, da laboratorio… Non ho mai vissuto di ripicche e gelosie. Dicevano che non digerivo Falcao, ma può mai succedere tra due che amano il calcio, che giocano al calcio in un certo modo? Fuori dal campo è diverso, ognuno coltiva i propri interessi, ha la sua vita. Ma nel lavoro in campo, la domenica, è giusto sentirsi fratelli, uniti da un grande traguardo».

Quando raggiunse la prima squadra, aveva Ciccio Cordova davanti. A molti tifosi e dirigenti questo ragazzino non piaceva: godeva già fama di antipatico. Ma non era solo questo. Lui denunciò attorno a sé un clima strano, episodi oscuri e tentate aggressioni. Venne poi mandato a farsi le ossa a Vicenza (e Conti fu spedito al Genoa). Al ritorno tra i giallorossi, fu bersagliato dalla critica che gli rimproverava di essere troppo lento. Questo è stato un po’ il suo limite che probabilmente ha inciso anche nelle considerazioni di altri tecnici: Bearzot non lo prese mai in considerazione, non lo portò in Spagna nell’82, eppure Agostino era al massimo, un anno dopo avrebbe vinto lo scudetto. Proprio a Ferrajolo, Di Bartolomei rivelò: «Mi sono arreso: calcisticamente non sono un fulmine anzi sono lento. Ma sapeste quello che ho fatto: per anni mi sono applicato con ostinazione. Alla fine ho capito che veloci si nasce, non si diventa».

Aveva pochissimi amici in squadra: il portiere Tancredi, Pruzzo che, quando si trasferì a Roma, andò per un periodo ad abitare da lui. «No, non c’è un compagno cui sia particolarmente legato. Il calcio è spietato, non è tutto oro». Un’altra volta disse con amarezza: «Il calcio è disumano soprattutto quando non gli servi più».

di bartolomei falcaoQuella sera dei rigori falliti contro il Liverpool, si diffuse subito la voce che il capitano avesse  avuto negli spogliatoi un incontro molto ravvicinato con Falcao, che il rigore non lo tirò per ignavia o per calcolo. Tutti smentirono, lui stesso ci rimase male per quelle voci sulla zuffa. A Roma ancora oggi sono convinti del contrario. Tuttavia il campione brasiliano («Io non tiro i rigori» ripetè in quei giorni) continuava ad essere esaltato da stampa e tifosi. Partito Liedholm e arrivato l’altro svedese, Sven Goran Eriksson, sulla panchina romanista, finì il tempo di Ago alla Roma. «È un distacco difficile, amaro, mi costerà tanto, Roma è la mia città, la Roma è la mia squadra… In questi anni hanno detto tante cose, non ho mai dato peso alle malignità… Hanno detto che sono troppo amico di gente importante, della stampa, dei giornalisti…». Quelli che non lo sopportavano forse pensavano a qualche porporato importante che conosceva, essendo, tra l’altro, profondamente cattolico. Quella, del resto, era la Roma di Viola e di Andreotti. Che tentò di spezzare il potere juventino, riuscendovi solo in parte.

Finita la sua esperienza nella Roma, Di Bartolomei  telefonò al suo maestro e chiese se lo volesse al Milan: «Non ci sarebbe un posto a centrocampo?». Liedholm non se lo fece ripetere due volte. Era quello il Milan di Farina, poi arrivò Berlusconi e infine Sacchi, che non sapeva cosa farsene di un giocatore dalle caratteristiche tecniche del romano. Fece in tempo, Ago, però ad assistere ad una udienza in Vaticano, alla vigilia di un altro Roma-Milan, stagione ’86-’87, con uno show di Berlusconi.

Lo ricorda Curzio Maltese, giornalista amico del giocatore,nel libro di Bianconi e Salerno: «Una delle cose che faceva ridere a crepapelle Di Bartolomei era il suo racconto di Berlusconi dal Papa… Secondo alcuni lo stesso Agostino si era adoperato per facilitare quell’incontro e la cosa non è impossibile, visti i rapporti di quest’ultimo con Andreotti e qualche pezzo di curia. Di Bartolomei raccontava che Berlusconi si era avvicinato a Giovanni Paolo II e gli aveva detto: “Santità, lei in fondo è come il Milan, porta nel mondo, cioè in trasferta, un’idea vincente, quella di Dio”». Infatti il Milan vinse all’Olimpico e il presidente e futuro leader politico ebbe a dire negli spogliatoi: «Ringrazio il nostro terzo straniero. Due li conoscete già, il terzo è il Papa». Si avvicinerà anche politicamente a Berlusconi, Di Bartolomei. Venne a Roma dal Cilento quando il Cavaliere tenne la convention di fondazione di Forza Italia.

di bartolomei muralesMa il male covava dentro. Dopo il ritiro aveva frequentato il corso allenatori a Coverciano, aveva commentato qualche partita per la Rai, aveva fondato una scuola calcio a San Marco. Ma non riusciva a veder realizzati altri progetti per pastoie burocratiche, per mancanza di fiducia nei suoi confronti. Aveva fatto anche qualche investimento sbagliato che gli procurò pochi debiti.

E il calcio non faceva mai squillare il telefono. Ci era rimasto malissimo quando il presidente Sensi aveva chiamato l’ex arbitro Agnolin a fare il dirigente della società giallorossa. Roma e la Roma erano i suoi tormenti. La scelta di trasferirsi con la famiglia al Sud non lo aveva aiutato. Era come se fosse finito fuori dai radar del calcio che conta. Antonello Venditti, che gli ha dedicato un brano straziante (anche Paolo Sorrentino si è ispirato a lui per uno dei protagonisti dell’Uomo in più), analizzò con lucidità, dopo la morte, quello che era successo al suo amico Ago: «Col passare del tempo l’ho sentito sempre più disincantato, triste, pensieroso, solitario, con una tendenza a darsi per vinto a causa di tutti gli ostacoli che bloccavano i suoi sogni… A uno come Di Bartolomei la popolarità e il riconoscimento della bravura dovevano servire più per affrontare il dopo, che non durante la carriera; invece, più si allontanava il periodo delle sue giocate che infiammavano gli stadi, più diventava difficile per lui essere riconoscibile… Lui questo non riusciva ad accettarlo né a comprenderlo, e a quel punto, l’isolamento che all’inizio era stata una scelta, ha cominciato a pesargli. Tant’è vero che tornava sempre più a Roma, e pur con l’estrema riservatezza che ha sempre avuto, tentava di dare qualche cenno di sé». Nessuno gli prestò attenzione. E quel maledetto mese di maggio 1994, che era iniziato con lo schianto di Senna ad Imola, si chiuse con un’altra morte violenta.

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