Pasquale Di Palmo
Landolfi critico e traduttore

Russi e russisti

Adelphi raccoglie in volume scritti vari e in gran parte inediti sulla letteratura russa del grande narratore. Che non risparmia critiche anche ai suoi autori preferiti - da Puškin a Pasternak. Come se nessuna opera sia mai per lui completamente soddisfacente…

L’editore Adelphi, nell’ambito della meritoria riproposta delle opere di Tommaso Landolfi, ogni tanto ci riserva delle gradite sorprese. È il caso del volume intitolato I russi (368 pagine, 30 euro) che contiene una serie di scritti miscellanei di Landolfi, in gran parte ancora inediti in volume, dedicati alla letteratura russa. Il libro è idealmente suddiviso in due parti: la prima accorpa una sequenza di interventi critici e recensioni di varia natura, originariamente pubblicati tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta in varie riviste, tra le quali L’Italia letteraria e Il Mondo. Giovanni Maccari, fine curatore del volume, ha a sua volta suddiviso tali testi in tre capitoli (L’anima russa, Ottocento e Novecento), accogliendo, a seconda dei temi trattati, gli articoli o le recensioni di Landolfi. Ovviamente la parte del leone la fanno gli autori ottocenteschi che Landolfi tradusse mirabilmente: Puškin, Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj (a tal riguardo figurano anche le introduzioni a Poemi e liriche di Puškin e ai Racconti di Pietroburgo di Gogol’, editi rispettivamente da Einaudi nel 1960 e da Rizzoli nel 1941). Inoltre compaiono diverse riflessioni su un altro autore particolarmente amato come Cechov nonché su Turgenev, narratori di cui Landolfi si occupò traducendo da par suo alcuni racconti in occasione della stesura dell’antologia Narratori russi, edita da Bompiani nel 1948.

Landolfi ritrattoSi consideri che, oltre ad aver ispirato il libro di saggi Gogol’ a Roma (Vallecchi, 1971), gli autori russi costituirono un inimitabile modello anche sul versante narrativo: per limitarci al solo Gogol’ segnaliamo Cancroregina (Vallecchi, 1950), magistrale racconto lungo di ambientazione fantascientifica in cui Landolfi sembra riscrivere, in ambito decisamente futuristico, la trama del Giornale di un pazzo o il surreale racconto La moglie di Gogol’, contenuto nella raccolta La spada (Vallecchi, 1942). Nonostante I russi accolga scritti per lo più di carattere occasionale, lo spirito caustico del «divino Tom» (a destra in un ritratto di Nilda Calza, ndr) è sempre presente, non rinunciando alla sua consueta vena ironica né alla tendenza a sottilizzare, spesso a voler spaccare il capello in quattro. Sembra infatti che nessuna opera presa in esame sia in qualche modo soddisfacente ma che, anche di fronte ad alcuni testi che hanno segnato la storia della slavistica, l’atteggiamento di Landolfi sia, se non critico, sempre distaccato, aristocratico, a volte sprezzante. Un ruolo di primo piano in tale atteggiamento gioca senz’altro la maschera che l’autore stesso si è creato, consapevole com’è che la letteratura, al pari del gioco, rappresenta una sorta di universo cangiante e irraggiungibile.

Uno dei casi più eclatanti è quello che riguarda l’antologia allestita da Ripellino sulla Poesia russa del Novecento, edita da Guanda nel 1954, dalla quale il narratore della Pietra lunare prende le distanze, asserendo che sì, le versioni «sono per lo più soddisfacenti», precisando tuttavia che «se quei testi avessimo invece sott’occhio, c’è da scommettere che (noi quali cultori, in altri tempi, delle medesime discipline) troveremmo a ridire sulla tale o tale altra soluzione, come troviamo positivamente a ridire sulla scelta dei componimenti in qualche caso». E tale critica sussiste nonostante tra Landolfi e Ripellino si sia in seguito consolidato un rapporto di stima reciproca, come osserva lo stesso Maccari: «In cinque anni, dal 1958 al 1963, traduce per Einaudi Poemi e liriche di Puškin, il suo Teatro e favole, Lermontov, Leskov e infine Tjutčev. Rifiutando ogni volta, a parte la prima, di produrre anche la più stringata delle introduzioni. Può contare del resto su un referente editoriale di prim’ordine come Ripellino, con cui si scambia per lettera attestati di stima e qualche rara osservazione di carattere letterario».

Cop I russiSembra che il metodo di Landolfi sia quello di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, di individuare cioè i meriti di un’opera, sottolineandone al tempo stesso le lacune, le ambiguità, le storture. Landolfi non si riconosce dunque in alcuna opera – neppure nella propria – trovando sempre l’occasione per accentuare un particolare difetto insito nella stessa. Landolfi – che, non dimentichiamolo, traduceva correntemente anche dal francese e dal tedesco – prende le distanze anche da Pasternak di cui recensisce sia le Poesie, curate dallo stesso Ripellino per Einaudi nel 1957, sia Il dottor Zivago, edito da Feltrinelli nello stesso anno, considerato «libro bello e importante (occorre in conclusione soggiungerlo?)». «Pasternak insomma vuole che il suo romanzo sia accolto e giudicato in quanto tale, con tutte (sempre in quanto tale) le relative ed evidenti storture, dispersioni, oscurità, incongruenze, con tutto il relativo spregio per ciò che si chiama economia espositiva» aggiunge Landolfi.

Ma, durante la sua esposizione, Landolfi non lesina critiche – o commenti falsamente benevoli – neppure ai classici e agli autori amati, compreso Puškin di cui si mette a caccia per mezza Europa dei manoscritti originali, finanche agli amici come Renato Poggioli che, in qualche modo, lo avviò allo studio della lingua e della letteratura russa a Firenze, del quale recensisce Pietre di paragone, pubblicato da Parenti nel 1939, editore che due anni prima aveva pubblicato il suo libro d’esordio, la raccolta di racconti Dialogo dei massimi sistemi: «Dal tempo in cui andava recitando pei caffè fiorentini agli amici le sue versioni o i suoi testi, sembra che il Poggioli (e buon per lui) non sia per questo riguardo molto mutato: lo stesso senso di scoperta e di avventura (diciamo pure, dunque, di poesia), la stessa ingenuità, se si vuole, percepisci nelle sue pagine ora».

La seconda parte del volume presenta, a sorpresa, alcune traduzioni inedite o apparse solo su rivista: un paio di racconti di Bunin, alcuni testi di Tolstoj, nonché qualche lirica del solito Puškin, di Sel’vinskij e di Chlebnikov, autori questi ultimi lontani anni luce rispetto alla sensibilità e al gusto landolfiani. Si tratta per lo più di lavori giovanili ma che, in taluni casi, conservano una freschezza e uno stile davvero encomiabili.

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