Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Celebrando il Tottileo

Se Spalletti ha rianimato la Roma, nelle ultime partite di certo Totti gli ha fatto la respirazione bocca a bocca. Ma i ricchi “mecenati” che hanno in mano il calcio contemporaneo faranno fatica a capire che cosa sia successo ieri sera all'Olimpico. Perché Totti è il rimedio non taroccato al calcio degli imbrogli

Qualcuno ci ha già pensato: farlo sindaco, subito. Giachetti ha accarezzato l’idea di metterlo in lista ma poi ha rinunciato perché quello avrebbe preso molti più voti di lui e del Pd (certo, ci vuole poco). Si sa, invece, che il 2016 non sarà l’anno del Giubileo ma l’anno del Tottileo. Passeranno altri vent’anni e si parlerà ancora – ingigantendo ogni cosa – di quello che Totti aveva fatto una serata di fine campionato 2016 contro il Torino. Lui, escluso e discriminato, che entra in campo a pochi minuti dal termine della partita, segna due gol e ribalta ogni cosa. La saga non è finita. Andrà ancora avanti, potremmo passare l’estate a discutere del futuro di un quarantenne. Perché Totti si è ripreso la scena e compirà altre cose incredibili, come buttarsi come un ragazzino su un pallone che sta quasi per uscire verso il fondocampo. Lo stadio e la piazza continueranno a fischiare Spalletti, il tecnico di Certaldo, Valdelsa, Toscana, uno che assomiglia sempre più al Klaus Kinski del Nosferatu di Herzog. È lui il serial killer. S’è azzardato a buttare giù il monumento che gli è finito addosso.

Chissà che cosa c’è dietro tutta questa querelle che sembra, in apparenza, mettere contro un giocatore-mito e un buon allenatore, quasi un duello antropologico tra la vecchia e molle Roma e uno che non ama certi atteggiamenti della romanità (Pigi Battista ha provato a spiegarlo sul Corriere, è stato ricoperto di insulti). Molto di più forse del conflitto che infiamma la tifoseria e le radio, divide i buoni dai cattivi, grazie Roma, dimmi cos’è che batte forte, forte, forte in fondo al cuore, che ci toglie il respiro e ci parla d’amore…

C’è persino chi mormora di quote azionarie del Pupone che darebbero fastidio alla società americana di mister Pallotta. Come se non lo volessero tra i piedi. Questi americani che stanno gestendo la società in maniera discutibile, standosene oltre Oceano e manifestandosi ogni tanto. Loro puntano tutto nella costruzione di uno stadio che al momento appare come un miraggio nel deserto («ma quale stadio, tocca costruì er tempio al dio Totti…» recitava un twitter dopo l’impresa con il Toro). Pallotta va e viene, dice e non dice, delega a Spalletti, che dovrebbe fare soltanto il suo mestiere: allestire la formazione, schierare la squadra in campo, parlare di tattica e di modulo. Escludendo dalla formazione anche Totti e decidendo di impiegarlo quando lo ritiene opportuno. Non altre cose. Non la gestione dell’uscita di scena di un campione come Totti che, con Rivera e Baggio, è stato il più grande talento del calcio italiano dagli anni Cinquanta in poi. Spalletti ha rianimato la Roma affogata da Garcia ma Totti gli ha fatto la respirazione bocca a bocca nelle ultime partite. E se i giallorossi potranno giocare il prossimo anno in Champions come sembra scontato (in teoria potrebbero addirittura superare il Napoli al secondo posto se dovessero vincere il confronto diretto), lo dovranno al loro Capitano. Giocare la Champions significa, per la società, incassare un bel gruzzolo di quattrini: 75-77 milioni. Mister Pallotta, è sicuro di non voler fare un nuovo contratto a Francesco Totti?

Totti 2In tre minuti tutto è cambiato, il fascino del calcio sta in questi misteri. Le lodi del “nonnetto” fuoriclasse si sprecano. Il povero Spalletti è finito in un angolo. Siti, social e tv non parlano d’altro. I giornali sono tutto un inno per lui: “Totti sei un mito”, “Un Capitano. C’è solo un Capitano”, “Adesso chiedetegli scusa”. Al momento ha vinto lui, il ragazzo un po’ stagionato di Porta Metronia. Non è un atleta finito, è in grado di giocare ancora, ha fatto capire. Spezzoni di partite certo perché questo può fare in un calcio dove tutti corrono come pazzi. E lui questo non l’ha mai fatto e non può farlo adesso che è sulla soglia dei 40 anni. Ma di questi limiti probabilmente è consapevole lo stesso Francesco, che stupido non è; però chi gli sta vicino non lo aiuta a scegliere, non gli dà una mano a staccare la spina. Poteva gestire diversamente questo finale di partita. Ma lo poteva fare anche la società. Anzi lo doveva fare per prima. La Juventus annunciò con largo anticipo l’addio a Del Piero in maniera fredda, “sabauda”, manageriale. Hai voglia a dire che non si trattano così le “bandiere”. Sta di fatto che la Juve ha continuato a collezionare scudetti, a non sbagliare un acquisto, ad arrivare vicina alla Champions. La Roma no. Allora, la società dia a Totti una scrivania di prestigio, di primissimo piano per costruire la Roma del futuro (non quei ruoli tra le quinte che il club giallorosso ha riservato nel passato ai suoi campioni, ad esempio Bruno Conti). Non è vero che l’idolatria di Roma per Totti sta uccidendo la Roma (la tesi di Giancarlo Dotto sulla Gazzetta dello sport). Forse sta uccidendo i suoi allenatori. Spalletti potrebbe essere l’ultimo (per poi andare in nazionale?). Più verosimile che le non-scelte della proprietà stiano destabilizzando la Roma.

Così vanno le cose tra il Colosseo e l’Atlantico. Non serve fare i lord anglosassoni schifati e storcere il muso. La Totteide sta innervando le giornate primavera-estate della capitale, il Tottismo le rovina. Che importa se tra qualche mese si vota, se la Meloni fa le scarpe a Bertolaso, se Giachetti coprirà le buche e se la Raggi farà trottare gli impiegati capitolini.

Totti è Roma, non la Roma. La Roma indolente e del volemose bene, la Roma cialtroncella e smaliziata, la Roma testarda, popolare e generosa, quella che gioca a carte fino a tarda notte e si fa du’ spaghi. L’ultima presentabile al mondo. Quella città lontana dalle bande della Magliana e dalle mafie capitali. Dal cancro degli intrallazzi e della corruzione, della politica e anche della società civile. Un posto enorme, infinito dove il clima che si respira giorno dopo giorno è sempre più aggressivo e irrespirabile. Come in tante metropoli. Livelli al limite che le centraline antismog non segnalano. A pensarci bene, una storia come quella di Totti è la panacea al calcio delle legioni straniere e dei mercenari in campo, piccoli e grandi interpreti del calcio contemporaneo. Che è in mano agli sceicchi, ai cinesi e a qualche americano, tutte ottime persone e disinteressati mecenati dal ricco portafoglio, che faranno fatica però a capire che cosa sia successo dal minuto 86 alla stadio Olimpico in una serata di primavera quando è entrato un tipo con la maglia numero 10 sulle spalle. Il rimedio, Totti, al calcio degli imbrogli e dei “grandi biscotti” non solo sui campi verdi ma anche negli uffici ovattati dei grandi trust televisivi italiani, che si spartiscono la milionaria torta tv e poi fanno finta di litigare. Quella stessa “pazzesca” televisione (avete notato che esiste un solo aggettivo per i commentatori di Sky: “pazzesco”?) che dopo i due gol del Capitano ha mostrato un giovane con lo smartphone in mano che piangeva: ma che bravi! Solo che uno si chiede se sia tutto vero o quel giovanotto non sia stato messo lì apposta per far sembrare tutto più emozionante e commovente. Perché il calcio che viviamo è anche questo: messinscena. Quello che ci viene mostrato spesso ha il sapore delle cose taroccate, false. Totti, a parte.

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