Pier Mario Fasanotti
Su “Fine del carabiniere a cavallo”

Sostiene Sciascia

Adelphi ha ristampato una serie di interventi critici sparsi di Leonardo Sciascia. Sono articoli e riflessioni sulla Sicilia, sulla letteratura, sulla politica italiana: una griglia di idee per capire quel che siamo diventati

Spieghiamo subito il bellissimo titolo, Fine del carabiniere a cavallo, scelto dall’editore Adelphi per la raccolta di saggi (246 pagine, 23 euro) di Leonardo Sciascia. Parlando del verismo italiano dal 1940 in poi, il grande narratore siciliano ragiona di quel «richiamo all’ordine» che fu una forte esigenza del primo dopoguerra. Anche certi letterati, per esempio i rondisti e post-rondisti, nutrivano «l’elogio del carabiniere a cavallo». Si voleva fortemente «quella sciagurata parola» che era l’ordine. Leggendo Il diavolo a Pontelungo di Riccardo Bacchelli,  Sciascia si sofferma sul passo in cui viene descritta la carica dei carabinieri in alta uniforme «contro i poveri rivoluzionari che da Imola si avviavano a conquistare Bologna. E aggiunge: «A me pare di capire tante cose. Ordine come bastonate. Ordine, come poi sarà, prepotenza e crudeltà del fascismo. Tornando al verismo, lo scrittore di Racalmuto si dice convinto che le radici debbano essere «cercate nel Verga e più indietro, nei dialettali Belli e Porta». Per concludere con un auspicio: « Speriamo che questi rari e grandi precedenti salvino la letteratura di oggi da quella sorta di marinismo realistico che da qualche parte si sente pericolosamente affiorare». Inevitabilmente, e per fortuna, Sciascia, allievo ed erede morale di Luigi Pirandello, ci parla della follia, «che nei paesi trascorre blanda, domestica, familiare. Forse in tutti i paesi, ma sicuramente in quelli siciliani d’area pirandelliana- di un pirandellismo, per così dire, di natura».

La trinacria intrisa di quel moto dell’anima che entra nelle case, seguendo tracce misteriose. «La si considera parte della vita, suscettibile di scattare presto o tardi in ognuno e in ognuno avvertibile quasi se ne sentisse, come di un gatto, il sonno, il ronfare; e ogni tanto il sussulto. Domestica, appunto, come il gatto». In quei momenti di stranezza si indica la testa, «questo misterioso ingranaggio». Quando si vuole trasmettere una premonizione, solitamente si dice «la testa mi dice» o «mi dice la testa». E’, spiega Sciascia, un sentimento «siciliano» che è stato sottilmente analizzato da Vitaliano Brancati (catanese). E riferisce quanto aveva rivelato Alberto Savinio, ossia che una volta, a tavola, Maupassant disse «Una pillola mi ha detto». Era la prima manifestazione della follia che stava per esplodergli. Sempre quella di sorta di follia indusse un sessantenne a entrare nel Collegio del Carmelo «per spiare la vita delle poche suore che ci stanno. Nulla di violento o di boccaccesco».

leonardo sciascia3Il settimanale Epoca chiese a Sciascia un commento-corrispondenza, ma, detto pirandellianamente quel fatto era «un sacco vuoto». Andando all’indietro nel tempo, ci sono episodi simili. Sciascia scrive: «Che certe follie non siano prive di metodo – e forse nessuna lo è – ormai è risaputo; ma che abbiano una tradizione, se ne può avanzare il sospetto». Con ciò si tira in ballo il meccanismo di causa-effetto e più in generale alcune condizioni di vita, che ci marchiano. Inevitabile, dunque, tornare a Pirandello e al pirandellismo là dove il premio Nobel fa riferimento all’antica «pena di vivere così, l’antica solitudine, la tensione dell’apparire che a un certo punto si disgrega nell’essere, nel voler essere».

Suggestiva la percezione della follia come il disgregarsi di una forma. Sciascia precisa che è «in un paese come questo, dove con la follia si convive e dove i meccanismi di esclusione entrano in funzione soltanto quando un atto di follia diventa vistosamente reato, ci si avvicina a tale verità». E conclude: succede, per una legge giusta nel principio e folle, appunto, nell’attuazione, chi spia le monachelle finisca in carcere e non in ospedale. Dalla follia che entra come gas tra i pertugi delle abitazioni, favorita dalla disgregazione di un modo di vivere, Sciascia tratta, con la cadenza del dizionario, altri temi. Tra il polemico e il tristemente comico. Il Parlamento, per esempio. Nota a tutti l’invettiva di Mussolini: «Quest’aula sorda e grigia…». Sciascia ne ricorda un’altra definizione: «Una pescheria», nella quale c’è un gran vociare, le parole da mercanti sussurrate all’orecchio poco, pochissimo prima di un accordo. Infine il cattivo odore che pervade uno spazio che visto dall’alto somiglia a un grande e strano pianoforte, con colori dominanti il bianco e il nero. Un’aula così vuota, «sembrava più che alla pescheria corrispondere al discorso di Mussolini che ci facevano mandare a memoria (a scuola, ndr). È stata magari sorda, mancando allora gli altoparlanti, ma non si capisce quel “grigia” se non immaginando una combinazione di luce invernale, spiovente dalla vetrata…». Si era infatti nel gennaio del 1925.

Ma un’altra staffilata cromatica Sciascia la dà ricordando il nero delle camicie fasciste. Le accostava alle donne perennemente vestite di nero, in segno di lutto, di pena, di apprensione, «a contrasto di quel che di festivo c’era nella gente che andava a votare». Una sorta di presagio storico, la prefigurazione, appunto di un aula parlamentare popolata di «sorda e grigia umanità: di condannati che si considerano eletti. Solo che si sentissero condannati: e sarebbero meno sordi, meno grigi. Al contrario che nel regno di Dio, in una repubblica democratica molti sono gli eletti, pochi i chiamati».

leonardo sciascia2Non mancano, in questa straordinaria raccolta di saggi, alcuni profili, magari solo abbozzati. A proposito degli ottant’anni di Jorge Louis Borges, per certi versi molto affine a Sciascia, il narratore siciliano scrisse di lui nelle pagine culturali della Gazzetta di Parma. In cui si legge che l’argentino «non è ossessionato dalla storia, ma dal tempo; per lui la storia non è che l’assurdo corollario di quella più vasta e spaventosa assurdità che è il tempo». Sciascia ricorda una sua frase: «Desidero dimenticare ed essere dimenticato». E così prosegue: «L’abolizione della memoria, l’abolizione del tempo: e ne è presupposto l’abolizione della scrittura – o conseguenza (con Borges non si sa mai: la scrittura può essere presupposto o conseguenza; o insieme presupposto e conseguenza)».

I due si incontrarono in un negozio di pelliccerie, a Roma, ed è verosimile che parlassero di tempo e di storia, ma anche di labirinti, molto cari all’argentino. Scrive Sciascia: « In questa guerra al tempo, Borges è armato di teologia. Che sarebbe poi l’arma del nemico». E ricorda alcune pagine borgesiane in cui si afferma che «Ogni uomo colto è un teologo». Al contrario, sostiene il siciliano, pochissimi uomini colti lo sono. E solo Borges, oggi, lo è in modo straordinario, eccezionale, totale. Il più grande teologo del nostro tempo. Un teologo ateo. «Vale a dire il segno più alto della contraddizione in cui viviamo».

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