Alberto Fraccacreta
L'elzeviro secco

Mistica di Pannella

La processione di questi giorni in omaggio a Marco Pannella "normalizza" il digiunatore. Una parabola nella quale leggere, a rovescio, quella di padre Ferapont, «gran digiunatore e osservatore del silenzio» dei fratelli Karamazov

«Gran digiunatore e osservatore del silenzio», padre Ferapont si diceva che prendesse a calci nel sedere i diavoli nascosti dietro le gambe del tavolo, rosicchiate dai tarli. Dostoevskij ne I fratelli Karamazov lo descrive come uomo appassionato e impassibile, che si oppone ferocemente alla politica spirituale del “santo”, lo starets Zosima, da lui accusato di adorare molto (troppo!) il thè e lasciarsi sottomettere così, anche se in minima parte, alla prigionia degli appetiti.

Padre Ferapont voleva una vita cruda e battagliera, che nulla concedesse al facile, vita – per definizione – contrastata, irregolare come i lati di un trapezio. Non era certo un amante della quiete domestica. Il “no” era la sua filosofia, il negativo il sue lume di speranza. Con l’aspetto austero, sempre concentrato nell’attacco perpetuo agli schemi del reale, smaniava di trincerarsi in una lotta della lotta, un conflitto purificato dai termini, perseguendo non tanto il fine (la liberazione dalle passioni), quanto il mezzo stesso della lotta, la sua irrinunciabile eventualità.

Il viso scioperante e gli occhi iniettati di sdegno ricordano un po’ la meta del pellegrinaggio che si sta consumando in questi giorni nel seminterrato di via della Panetteria: Marco Pannella, corpo mistico dell’iconografia radicale, oggi dolorante e grinzoso, ossuto e brusco come il suo parallelo letterario, padre Ferapont. La forza vulcanica del pathos che da sempre lo contraddistingue, anche lo sostiene nel duro agone dell’ultimo biennio: dall’estate del 2014, con la sua proverbiale tempra slava, tiene botta ad una temibile battaglia termica tra radioterapie e operazioni.

marco pannellaL’esistenza è pólemos, diceva Eraclito, tutto è guerra. La sostanza delle cose risiede nel contrasto. Ed egli incarna perfettamente questo ideale. Ma oggi sembrano alle porte duelli più difficili.

Un cucinino con le travi di legno intagliato, luce ambrata sulle pareti infarcite di quadri e piatti di ceramica, tra caos di caffè e sigarette, visitato non dai demonî celati sotto le gambe arcuate del tavolo ma da demoni (della scena politica) a mezza altezza, che porgono il loro affettuoso saluto all’illustre negatore.

Ma è verosimile che l’imago del ribelle, il dissidente per antonomasia sia riconducibile e ricondotto, con astuta docilità, nel giardino del governato? È davvero possibile che lo stesso uomo che ha fatto del prefisso anti- l’essenza snocciolata del suo programma politico, sia accolto e, peggio, reintegrato nelle sbavature del consueto? Non c’è forse dietro una precisa volontà di addomesticamento tardivo, di risolutorio “suvvia, volemose bene”? È realmente lealtà tra pugili, questa?

Che quest’ultima domanda abbia risposta affermativa (“sì, è lealtà”), può essere, è un augurio che lo sia. La retorica politica, però, volge verso un pericoloso appianamento non solo della sua dialettica, invero delle forme esteriori, delle ritualità. Non che non si debba visitare o mostrare vivo sostegno nei confronti del buon Pannella; tuttavia è quasi offensivo questo “dovere alla visita”, il diktat del buonismo di largo consumo, contornato di tracciati e foto di gruppo, il trattare come un feticcio chi per professione tentava di scombinare i piani, scardinare il sistema. È tradire l’intero messaggio di opposizione, per consegnare il suo fautore alla gloria illusoria di un Ser Ciappelletto. È abbastanza strano allinearsi alle processioni per il gusto di farlo. Diventa critico se dietro al gesto non c’è un’intenzione autentica.

Forse il termine politico decisivo, definitivo – come voleva Gaber – è partecipazione. Ma esso ha senso soltanto se “umanizzato”, ripulito delle scorie ideologiche e ricomposto chimicamente di empatia, quella capacità, spirituale prima che politica, di aprirsi agli altri senza riserve sino a comprenderne lo stato psicologico, la situazione emotiva, l’intima sofferenza. Ci muoviamo coerentemente verso l’alterità o diamo spazio soltanto al lato esteriore, alla scorza esterna, che non tange di un palmo l’interno?

Empaticamente, dunque, partecipiamo al dolore di Pannella, rammentando che la vita e la dignità di uomo sono le uniche cose che veramente contano, al di là degli schieramenti. Ma a questo non è necessario aggiungere una dose di massificazione del disagio. Non dobbiamo drogare le intenzioni di perbenismo, che infine occulta un abile gioco sociale.

È come cercare di far piacere il thè a padre Ferapont, «gran digiunatore e osservatore del silenzio» per altro.

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