Laura Novelli
Visto all'Eliseo di Roma

L’intrigo di Cecchi

«La dodicesima notte» che Carlo Cecchi porta in tournée ormai da tempo è un piccolo capolavoro di ritmo e ispirazione. Che punta a svelare un intrigo secolare: quello delle parole

Si regge su una trama intricata, complessa, sfuggente, aerea, leggera La dodicesima notte, celebre commedia di William Shakespeare che potrei ragionevolmente paragonare a un campo magnetico capriccioso e imprevedibile dove le forze in gioco si attraggono e si respingono di continuo e dove l’amore – con tutte le sue declinazioni, tanto più quella omosessuale – muove uomini, donne, azioni, equivoci, illusioni, beffe e scambi di persona. Ma così deve essere. Perché nel vagheggiato regno d’Illiria nulla è come sembra (“Quel che volete” suona l’emblematico sottotitolo), nessuno ama chi crede di amare, i contorni tra fantasia e realtà sono fragili come le passioni umane e tutto corre inevitabilmente verso il necessario lieto fine solo dopo aver mostrato la sua faccia beffarda e carnevalesca.

Così deve essere anche perché così vuole la migliore tradizione comica rinascimentale d’ispirazione classica (è noto che qui il geniale drammaturgo inglese abbia attinto a fonti plautine e, ancor meglio, alla commedia Gl’Ingannati recitata dagli Intronati di Siena nel 1531 e pubblicata a Venezia sette anni dopo) e così richiedeva la compagnia shakespeariana stessa, ricca di attori giovani assai avvezzi alle sfumature di genere e ai travestimenti più furibondi.

Tuttavia questo testo ha delle particolarità tutte sue che lo rendono, a ben vedere, malinconico nella giocosità e pensoso nella spensieratezza: la musica innerva della sua sostanza la sostanza stessa degli avvenimenti e del linguaggio, e il buffone Feste – un buffone/cantante – è tra tutti i fool del Bardo quello più “mobile”, più follemente saggio, più arguto. Non è un caso che Carlo Cecchi, nella felice regia dello spettacolo in programmazione fino a domenica all’Eliseo di Roma (e prossimamente di scena a Brescia, Como, Bolzano e Palermo), abbia puntato proprio sulla musica, sul movimento scenico, sull’istrionismo del maggiordomo Malvolio (ruolo di beffato e idealista che ha riservato per sé) e sull’efficace Feste di Dario Iubatti per regalare al pubblico una lettura della commedia quanto mai lucida e frizzante.

carlo cecchi dodicesima notte2Il lavoro, impreziosito dalle belle musiche di Nicola Piovani eseguite dal vivo, viaggia per le maggiori piazze italiane dal 2014 e credo funzioni in primo luogo perché intriso di una sapienza teatrale, artigianale e insieme preziosissima, in ragione della quale gli attori diventano il cuore pulsante di un meccanismo fatto di corpi, note, gesti, parole, volti e null’altro. Il palcoscenico è vuoto. Al centro una pedana girevole (idea già messa in atto da Cecchi nel suo intelligente allestimento dei “Sei personaggi in cerca d’autore” del 2003) allude alla fluidità delle apparenze e della vita e permette ai personaggi di mostrarsi nelle loro svariate sfaccettature come fossero pedine di un destino in fondo misterioso. Di lato, i musicisti Luigi Lombardi d’Aquino (tastiere), Alessio Mancini (flauti e chitarra) e Federico Occhiodoro (percussioni) introducono e scandiscono il perpetuo ingarbugliarsi e rovesciarsi della trama assecondando l’idea centrale del testo, quell’emblematico “If music be the food of love, play on” (“Se di  musica vive amore, si suoni ancora”) che il duca Orsino (Remo Stella, un po’ convenzionale) recita come battuta d’apertura. Innamorato da tempo della contessa Olivia (l’ottima Barbara Ronchi), non è da questa corrisposto e decide di usare il suo paggio Cesareo (in realtà Viola/Eugenia Costantini, camuffata in abiti maschili dopo aver fatto naufragio in quella terra a causa di una tempesta) come intermediario. Ma caso vuole che la bella nobildonna si invaghisca dell’effeminato servitore, mentre questi frema sempre più d’amore per il suo padrone. Ci vorrà il ritrovamento di Sebastiano (l’acerbo Davide Giordano), fratello gemello di Viola creduto morto nella tempesta, per riequilibrare l’asimmetria dei sentimenti e permettere, alla fine, che ognuno sposi l’amato/a.

E mentre il registro dei personaggi “alti” si muove essenzialmente su questo equivoco, evocando richiami fin troppo ovvi alla Commedia dell’Arte (si veda, ad esempio, la produzione di Gian Battista Andreini) e al futuro Goldoni de I due gemelli veneziani, a infarcire la commedia di lazzi e burle ci pensano Sir Toby/Vincenzo Ferrara, Sir Andrew/Loris Fabiani, Fabian/Giuliano Scarpinato, la cameriera Maria/Daniela Piperno e il povero Malvolio, vittima di uno scherzo violento e acre che, nel ridicolizzarlo, lo fa risplendere. Tanto che risplende davvero Cecchi nei panni di questo ingenuo credulone dal passo danzante e la gestualità marcata capace di ricapitolare in sé la lingua energica e istrionica dell’attore comico italiano di tradizione rileggendola, come sempre, con stile e fabulazione del tutto personali. Da fine conoscitore di Shakespeare quale egli è (come non ricordare la splendida maratona del ’99 composta da Amleto, Misura per Misura e Sogno di una notte di mezza estate?), il regista toscano sembra aver capito che al gioco danzante dei suoi giovani colleghi (non sempre e non tutti incisivi, soprattutto nella prima parte, meno solida e ritmata della seconda) servono qui degli argini, dei puntelli, dei contrappesi: il suo Malvolio in calze gialle e abito nero arriva in scena come un fascinoso mattatore d’altri tempi ed è gran teatro, grande minuzia grottesca; il Feste dell’intenso Iubatti, da parte sua, realizza pure lui un perfetto gioco di contrasti. Nel chiaroscuro della sua savia pazzia c’è tutta l’arguzia di Shakespeare. Nel suo clarinetto malinconico c’è tutta la compassione di Shakespeare. E nella sua canzone finale, laddove egli ci consegna l’epilogo e il congedo («Molto antica è del mondo la vita /Al vento, alla pioggia, ohilì / Ma che fa? La commedia è finita/ E speriamo che piaccia ogni dì»), si mostra significativamente ancora una volta per quel “corruttore” di parole che meglio di ogni altro personaggio ha capito «quanta falsità ci sia nel dire» e come il teatro possa e debba sempre ricordarcelo.

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