Michela Leonardi
Cartolina da Londra

Sputnik da museo

Dal "beep" dello Sputnik al viaggio di Gagarin: il Museo della Scienza di Londra con la bella mostra "Cosmonauts" racconta il sogno (non solo sovietico) di andare “verso l'infinito e oltre”

Il 4 ottobre 1957 il mondo venne sconvolto dalla notizia che l’Unione Sovietica aveva lanciato nello spazio il primo satellite artificiale. Lo Sputnik 1, il “compagno di viaggio” rimase in orbita intorno alla terra per 92 giorni, e mentre le alte sfere americane, preoccupate, cercavano di capire quali potessero essere i risvolti militari di una tale operazione, migliaia di persone, di tutte le età e da tutto il mondo, cercarono di sintonizzare le loro radio in modo da captare il segnale sonoro emesso dal satellite.

L’era dell’esplorazione spaziale era ufficialmente cominciata.

Nella realtà, però, l’era dell’esplorazione spaziale era iniziata parecchi decenni prima, sempre in Russia, ad opera di Kostantin Tsiolkovsky, un maestro elementare quasi completamente sordo, che viveva in un piccolo villaggio a 150 km da Mosca (fu lui a dire: «La terra è la culla dell’umanità. Ma non si può vivere per sempre nella culla»). In una società che si interessava alla conquista dello spazio fin dalla pubblicazione delle opere di Verne, Tsiolkovsky pose da autodidatta le basi matematiche per la nascita dell’astronautica. Il suo estro visionario inoltre lo portò a ipotizzare una serie di strategie per la vita nello spazio non molto dissimili da quelle tuttora utilizzate nella Stazione Spaziale Internazionale (ISS), e a scrivere romanzi di fantascienza che ispirarono una generazione di futuri ingegneri ed astronauti del programma spaziale.

cosmonauti3Da qui inizia la mostra Cosmonauts, birth of the space age (“Cosmonauti, la nascita dell’era spaziale”) al Museo della Scienza di Londra. E, sala dopo sala, ci accompagna alla scoperta del programma spaziale russo, raccogliendo per la prima volta in un’unica mostra un’impressionante mole di oggetti (molti dei quali appartenenti a collezioni private) che segnarono le tappe della conquista russa dello spazio. Dallo Sputnik alla Vostok originale di Valentina Tereshkova, dai modelli in dimensione reale del modulo lunare (mai utilizzato) alle tute spaziali in uso sulla ISS. Ma la mostra ci racconta la storia non solo attraverso i suoi cimeli, ma soprattutto attraverso i suoi protagonisti, da Laika a Gagarin, da Tsiolkovsky al misterioso “Ingegnere Capo” Sergei Korolev, la cui identità fu svelata solo dopo la sua prematura morte nel 1966.

E così, sala dopo sala, si inizia a scoprire qualcosa in più sull’avventura spaziale russa, grazie anche all’assistenza dei sorridenti volontari che raccontano aneddoti sui pezzi esposti e sulla mostra in generale. Da loro impariamo che un’esposizione simile è stata immaginata tante volte, ma è la prima volta che si è riusciti a realizzarla, tanto che una buona parte del pubblico (enorme) è composta di russi, che viaggiano fino a Londra per vedere finalmente ricostruita questa parte della loro storia.

All’uscita ci interroghiamo su questa avventura così simile ma così profondamente diversa dalla sua più conosciuta controparte americana. I nostri pensieri oscillano fra la grandiosa avventura tecnica e scientifica che ci è stata raccontata, e il drammatico conflitto nascosto che l’ha generata, nell’incapacità di conciliare questi due estremi così stridenti della mente umana, ieri come oggi,

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