Teresa Maresca
Una mostra da vedere in rete

Profezie africane

Al Williams College Museum of Art di Williamstown, nel Massachusetts, espongono (anche via web) i maggiori artisti africani contemporanei. Contro lo stato delle cose, nel mondo

Sarebbe assurdo scrivere di una mostra così lontana e fuori da ogni percorso turistico com’è, se non fosse per alcune riflessioni che suscita. Il museo che la ospita è a Williamstown, nel Massachusetts, ed è il Williams College Museum of Art.  La mostra, visibile fino a maggio 2016, (ma che si può vedere via web  sul sito http://wcma.williams.edu/exhibit/african-art-against-the-state/) si intitola “African art against the state”,  che potremmo tradurre : “arte africana contro lo stato”, inteso come lo stato delle cose, le cose così come sono in Africa e come sono state dopo il colonialismo. Il progetto della curatrice, Michelle Apotsos, è ambizioso: «La mostra illustra la lunga e straordinaria storia dell’attivismo, dell’intervento, e della resistenza che hanno caratterizzato gran parte dell’arte africana dalla preistoria al presente. Una serie di opere d’arte sono state scelte da varie tradizioni e momenti artistici per dimostrare quanto la cultura espressiva generi impegno e azione per gruppi e comunità diseredati e marginalizzati attraverso il tempo e lo spazio, confermando la teoria che talvolta le immagini parlano più forte delle parole».

Fabrice Monteiro2La mostra, che ospita diversi artisti provenienti da vari stati dell’Africa subsahariana, è articolata in tre sezioni tematiche, ognuna delle quali ospita opere d’arte antica e contemporanea. La prima sezione, La politica dell’esistenza, verte sui temi dei rapporti tra i sessi e la società; la seconda, intitolata La politica dell’Impero,  raccoglie opere nate per contrastare le strutture di potere dell’imperialismo occidentale; l’ultima sezione, La politica dell’ambiente, raccoglie opere intorno ai temi quali Terra, Attivismo ed Ecovention. Quest’ultimo termine, nato quindici anni fa da due parole, ecologia+invenzione, è un progetto d’arte, diffuso in tutto il globo, che si propone di trasformare fisicamente un ecosistema tramite interventi creativi.  Per intenderci, installazioni nei boschi, lungo i corsi dei fiumi, persino tra l’erba delle malghe o nelle brughiere.  Gli artisti della mostra sull’Africa con le loro opere all’aria aperta focalizzano l’attenzione su temi che vanno dalla desertificazione all’inquinamento, dallo spossessamento della terra al boom del petrolio.

Premesso che in mostra sono presenti opere d’arte, da essere considerate tali a pieno diritto, ciò che mi sembra più originale e persuasivo è l’uso del paesaggio per raccontare di un paesaggio che non esiste più, un ambiente deprivato dei suoi elementi vitali, ma anche di una popolazione che ha perso col paesaggio la propria identità. Mi viene in mente una poesia di Baudelaire, Il Cigno, pubblicata di recente qui su Succedeoggi (clicca qui per leggerla: http://www.succedeoggi.it/2015/02/canto-cigno/) , in cui l’elegante uccello che si è perso tra i vicoli sporchi di Parigi ricorda al poeta la donna nera magra e malata che nelle stesse strade cerca gli alberi dell’Africa Superba, che non troverà.

Tra gli artisti più interessanti in mostra c’è il raffinato fotografo senegalese Fabrice Monteiro (sono due le foto che illustrano l’articolo), con le sue immagini dal titolo The Prophecy. Titolo quanto mai adatto a raccontare per immagini del tutto costruite, come in un teatro di posa, quello che l’Africa è diventata: spossessata di tutto, della propria cultura, del ricordo delle origini, del proprio territorio. Al centro di ogni foto c’è un’enorme figura femminile, una potente dea nera, una regina, una madre terra guerriera. L’aspetto è altero e distante, come solo le donne africane sanno essere, naturalmente eleganti e flessuose. Indossa gioielli tribali e acconciature elaborate. Il suo abito sontuoso sorge direttamente dal terreno, vestendola di volta in volta di coloratissima spazzatura, di petrolio e liquami, di rami secchi in una savana completamente disseccata e polverosa, di reti da pesca dove non ci sarà più pesce, di stracci mentre incede altissima tra i poveri che frugano in paesaggi di sola immondizia. La Profezia della morte dell’Africa sembra essersi avverata in queste immagini spietate quanto dolorose.

Fabrice Monteiro3Il Nobel nigeriano Wole Soyinka sostiene però che la presunta debolezza dell’Africa sia la sua forza. Il continente è la «fonte non ancora sfruttata» di nuove risorse umane e intellettuali. Pulsa come un «lievito potenziale nell’esausto impasto del mondo», proprio in virtù dei suoi resistenti valori quali il senso di responsabilità, di comunità, di appartenenza, di tolleranza religiosa, di rifiuto dell’egemonia». Un continente, secondo lo scrittore africano, che è da sempre votato alla pace, ma al quale l’imposizione delle due religioni non autoctone, l’Islam e il Cristianesimo, ha apportato mentalità e culture non sue. Tornare all’antica religione animista nelle sue diverse declinazioni, secondo Soyinka, restituirebbe all’Africa la sua specificità culturale, la sua ricchezza endogena.

L’Africa, scrive ancora Soyinka, è stata defraudata e spogliata in prima istanza dallo schiavismo, la Grande Diaspora, «un crimine contro l’umanità africana, paragonabile a Hiroshima e alla Shoa». E poi dall’imperialismo e dal colonialismo europeo. Ma anche dai molti leader africani, capi di stato corrotti, interessati solo al potere e alla ricchezza personale.

Ciò che il continente Africa può dare è molto, soprattutto a un’Europa la cui civiltà sembra aver perso lo smalto dei tempi migliori. Ne sono del tutto convinta, anche perché il mio punto di osservazione è quello dell’arte: esaurita la carica rinascimentale, brancoliamo in esperimenti solipsistici, mentre dall’Africa arrivano stimoli nuovi e interessanti, se considerati senza alcun pregiudizio accademico eurocentrico.

Dunque, per l’Africa che amo, preferisco la profezia di Soyinka: «La storia ha sbagliato. Le dichiarazioni secondo cui l’Africa è stata esplorata sono avventate, come le notizie della sua morte imminente. Un’indagine davvero illuminante sull’Africa deve ancora avere luogo. Spero che nasca una nuova stirpe di esploratori per la corsa alla necessaria Età della Comprensione Universale, inspirata dall’Africa».

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