Danilo Maestosi
“Geocittà?”: un saggio da leggere

Per una città “porosa”

Sospese tra globalizzazione e migrazioni, le città devono aprirsi ai flussi materiali e immateriali delle diversità che caratterizzano sempre più la convivenza urbana. Lo spiega l'architetto Pepe Barbieri

Geocittà? Strano per un libro presentarsi con un titolo seguito da un punto interrogativo. Graficamente così vistoso, un sasso bianco attorcigliato e scagliato su una copertina rossa. Nei giornali per cui ho lavorato, era un tabù invalicabile: i lettori vogliono fatti non domande, si impuntavano i direttori. Ho sempre pensato fosse un principio sbagliato, che alla lunga ha partorito un giornalismo asettico e senza umori di vera curiosità. E insopportabili giornali a tesi, svincolati persino dall’obbligo della dimostrazione. Credo che in una società sempre più complessa anche i lettori cerchino più che risposte, in genere forzate e inattendibili come quelle di tanti politici che rincorrono l’attimo fuggente d’un twit, modi e stimoli per porsi e per porci domande giuste.

Giusto, dunque, il punto interrogativo di questo saggio (edizioni List, 216 pagine) firmato da Pepe Barbieri, architetto, progettista e insegnante di lungo corso e solida carriera internazionale, che ci invita a riflettere su come l’onda lunga della globalizzazione con tutte le sue derive, dal boom della Rete al dominio sovranazionale della finanza che ha ormai scalzato dal trono la politica, dall’esodo epocale dal Mediorente al terrorismo, si specchia nelle nostre città, invade e trasforma le periferie, ci obbliga tra infiniti conflitti a nuovi modi di convivenza.

pepe barbieriUna domanda quanto mai attuale resa ancora più esplicita e intrigante dal sottotitolo: «In che modo, oggi, si abita, nello stesso tempo, un ”luogo” e il ”mondo”?». Sembra un orizzonte futuribile ma è una realtà bifronte che viviamo ogni giorno, perché il luogo è il porto dove troviamo stabile o provvisorio ancoraggio. La casa in cui viviamo e che dobbiamo arredare. E perché il mondo, lo si voglia o no, dimostra l’autore citando Kant, che a sua volta gioca sulla metafora della rotondità delle sfera terrestre, ci scivola addosso l’Altro e verso gli altri ci fa scivolare. Un pianeta di migrazioni e migranti, che su questi flussi ha costruito la sua storia e quella di tutte le civiltà che ne hanno cucito la trama. Un mondo multietnico che ci impone la convivenza con la diversità e un’infinità di ineludibili doveri di salvaguardia e manutenzione delle risorse e degli equilibri naturali, pena la nostra stessa estinzione.

Pepe Barbieri è un architetto, e agli architetti soprattutto si rivolge. Ma non scrive in architettese: sconfina con piacevoli argomentazioni nella filosofia, nel cinema, nella lettura, nelle arti visive. E ci offre il vantaggio di un punto di vista diverso, approdi che non appartengono al nostro bagaglio di non addetti. Come quando ad esempio fotografa la realtà dell’ininterrotta schiera di centri urbani lungo la dorsale adriatica che salda insieme diverse città e insieme ci impone di considerarle nel progettarle e immaginarne il futuro. Oppure quando punta i riflettori sulla crisi della pianificazione urbana calata dall’alto dai piani regolatori che ha condannato al disordine e all’incompiutezza le nostre città e suggerisce come farne comunque tesoro ripartendo da una visione di comunità che nasce dal basso, dall’analisi e dal coinvolgimento dei singoli contesti. Sottolineando l’esigenza primaria del «dare forma», partendo proprio dalle diversità, dal conflitto, dall’invenzione di modi nuovi di dialogo per sconfiggere la tentazione dilagante dell’erigere muri, e quella, a sua avviso, altrettanto dannosa del trasformare il progetto di un intervento urbano in una gabbia, le architetture in oggetti muti, immobili.

La città che diventa mondo deve essere – spiega Barbieri – una «città porosa», aperta ai flussi materiali e immateriali delle diversità che caratterizzano sempre più la convivenza urbana. Gli edifici, i complessi direzionali non devono bruciare territorio, erigere barriera, ma essere attraversabili, spingere che li abita e chi li visita a farlo. E la città non deve continuare a rubar spazio alla campagna, ma accoglierla dentro di se, farne tesoro, incentivarne un uso collettivo più attento, coinvolgente.

Deve cambiare anche lo sguardo degli architetti che devono smetterla di rivolgersi solo verso l’alto, un’insensata gara a costruir grattacieli, ma sfruttare la profondità, inserire anche il sottosuolo, la sua vivibilità collettiva, nella progettazione, riprendendo un collegamento tra queste due dimensioni su cui già gli antichi fondavano la sacralità dei loro recinti urbani. Deve rompere ogni separazione, anche quella del mare, ripristinando un dialogo con l’acqua specialmente nelle città costiere, seguendo il flusso di un evoluzione della nostra civiltà, nata con le culture millenarie dei fiumi, passate nel grande modello dell’impero romano ad organizzarsi attorno a un mare chiuso come il Mediterraneo, e ora costrette a misurarsi con la sterminata assenza di confini dell’Oceano.

Suggestioni, sassi gettati nello stagno, una buona dose d’utopia. Poi a chiudere il volume e a ri-ancorare al concreto il percorso di questo saggio, una ricca appendice di progetti esemplari. Cibo da esperti che le tre sezioni teoriche di questo bel libro, rendono più agevoli leggere e analizzare.

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