Daniele Pischedda
Una riflessione a due voci

La tata con la Rolleiflex

Una mostra rende omaggio a Vivian Maier, la fotografa che ha fatto della "semplicità" la sua chiave di lettura del mondo. Ce la raccontano due "colleghi", Daniele Pischedda e Alessandro Marongiu: uno con le parole l'altro con le immagini

La mostra dedicata dal Man di Nuoro a Vivian Maier dal 10 luglio al 18 ottobre dello scorso anno, curata da Anne Morin e realizzata in collaborazione con diChroma Photography, è stata la prima personale della «tata con la Rolleiflex» a venire ospitata in un’Istituzione pubblica del nostro Paese. Ed è stata senz’altro un successo ― ha attirato migliaia di visitatori, non di rado stranieri ―, ma forse non ha sciolto i dubbi (o il mistero) legati alla sua figura: bambinaia con l’hobby della fotografia, o fotografa che per mantenersi faceva la bambinaia? Artista a tutto tondo, o mero prodotto di marketing?

Il fotografo sassarese Daniele Pischedda prova a riflettere sulla fotografia della Maier dall’interno, analizzandone la (presunta) semplicità e ipotizzando le ragioni che la spinsero ad accumulare fino a 150.000 negativi nel corso della seconda metà del Novecento. A corredo delle sue parole, gli scatti di Alessandro Marongiu realizzati dentro il Man nei giorni conclusivi della mostra nuorese (per la post-produzione di alcuni di essi si ringrazia Tonia Chessa), che con i loro giochi di rimandi sottolineano l’ambivalenza (o ambiguità) che ancora circonda la Maier.  

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Ufficialmente una governante per famiglie benestanti di Chicago, la città in cui ha trascorso la maggior parte della vita, di origine francese per parte di madre – a suo tempo emigrata negli Stati Uniti –, Vivian Maier visse i suoi giorni in maniera anonima: oltre al lavoro di tata, svolto con metodicità ed estrema seriosità, apparentemente poco altro. Apparentemente, appunto: perché al di fuori del suo ambito professionale “ufficiale” (ma a volte, per essere precisi, anche in contemporanea con quest’ultimo: pare che spesso portasse con sé la sua Rolleiflex anche durante le gite che le capitava di fare con i bambini di cui si prendeva cura), la Maier visse una seconda esistenza, quella di fotografa. Una ricerca costante, puntuale, forse addirittura ossessiva, la sua, di soggetti fotografici da ritrarre, e di situazioni ad una prima impressione banali e quotidiane.

Vivian Maier 04Poco interessante discorrere ancora del personaggio che si è creato intorno alla «tata con la Rolleiflex», o delle politiche di marketing che sicuramente hanno favorito, o quantomeno velocizzato, la sua esplosione e la sua improvvisa notorietà. Così come, a conti fatti, poco interessante è il documentario che le è stato dedicato, Alla ricerca di Vivian Maier (Feltrinelli, 2014), teoricamente votato a far conoscere in profondità la persona-fotografa Maier, ma che purtroppo finisce per insistere fin troppo sul pettegolezzo, con ricostruzioni ed aneddoti spesso superflui. Non un racconto intimo, che ci consegna qualcosa sulla fotografa Vivian Maier, ma più che altro il ricordo della sua fisicità un po’ goffa, delle sue (pare) scarse abilità interpersonali e dei suoi modi di fare atipici. A trasmetterci qualcosa in più, a consentirci di vedere attraverso i suoi occhi, a renderci partecipi del suo modo di guardare il mondo, per fortuna, sono rimaste le sue fotografie.

Vivian Maier 06Meglio dunque lavorare per sottrazione, concentrandosi solo su queste – per quanto ormai, obiettivamente, le informazioni che ci hanno raggiunto su di lei non possano che influenzarne l’interpretazione.

Da fotografo quale sono, provo a compiere un’operazione ardua, audace: entrare dentro queste immagini, tentare di instaurare un rapporto intimo col modo di fotografare della Maier, col suo modo di rappresentare il mondo, e, attraverso questo, di raccontarci un po’ di sé. Ogni fotografo e, più in generale, ogni comunicatore, utilizza un medium per descrivere “la sua realtà” e inventa personaggi che possano veicolare qualcosa di profondamente privato ed autobiografico. Questo, credo, ha tentato di fare, più o meno consapevolmente, anche la Maier. Molti, davanti alle sue foto, avranno da obiettare, sosterranno che si tratti di foto e soggetti semplici, di situazioni quotidiane che niente svelino di eccezionale. Sotto un certo punto di vista, potrebbero avere ragione.

Vivian Maier 07Ma è pur vero che, quando si parla di fotografia, la semplicità è un valore aggiunto, così come credo si possa generalmente dire per le arti figurative in generale, specialmente negli ultimi secoli. Ricordo vagamente una frase di Pablo Picasso a riguardo: «A quattro anni sapevo già dipingere come Raffaello, ma ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino». Attraverso le fotografie che Vivian Maier ha scattato si possono intuire dei piccoli frammenti della sua persona. Soggetti a volte ironici, uniti quasi sempre da una velatura melanconica e dalla ricerca, praticamente sempre riuscita, di un equilibrio formale che esalta la semplicità del soggetto stesso senza aggiungere niente in più di quello che è necessario. Credo che la Maier avesse bisogno di quell’arma, di quel medium, di quell’oggetto quadrato e di una pellicola fotosensibile per relazionarsi con il mondo e dimenticarsi per qualche istante della pesantezza del suo corpo e della maschera caratteriale che la contraddistingueva, facendola apparire spesso fredda e distaccata. Forse – io ritengo sia così – era fotografa per necessità, per cercare di comunicare nell’unico modo in cui si sentiva capace di farlo, e per cercare di restituire a sé stessa un’immagine diversa.

Vivian Maier 10Basti guardare i numerosissimi autoscatti, che la ritraggono nel semplice gesto di fotografare, sempre e comunque attraverso la protezione di un ulteriore medium, di un filtro aggiuntivo, a volte uno specchio, altre una vetrina, un’ombra. Questo, le sue foto, mi restituiscono di lei: la perenne ricerca di qualcosa che la facesse sentire adeguata, un po’ meno goffa e meno solitaria. La solitudine è presente in ogni sua fotografia, la malinconia del suo sguardo pure. Ed è questo che rende delle semplici foto degne di essere guardate ed esposte. È l’effetto di emozione che ci fa fermare davanti a due occhi.

Vivian Maier 02E questo è anche, secondo me, il punctum – come lo definirebbe Roland Barthes – che rende speciale la semplicità di queste fotografie, un coinvolgimento emotivo, apparentemente nascosto, un piccolo dettaglio ad un primo sguardo insignificante, ma certamente decisivo. Un piccolo punto che esula dalle informazioni esplicite che la fotografia ci riporta, ma talmente importante da nascondere e custodire il vero significato e la bellezza dell’immagine. È quanto mi piace pensare, ed è sinceramente quanto provo quando osservo le fotografie di Vivian Maier, la governante austera, seriosa, malinconica, impassibile, grave, con una nascosta attitudine alla ricerca della semplicità, della leggerezza, della propria idea di felicità.

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