Alessandro Boschi
Visioni contromano

La forza sia con Jeeg

"Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti è un piccolo capolavoro di ritmo e trovate. Fatto di superpoteri, ironia e passione per il cinema di genere

Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione. Da oggi è anche perseveranza. Da oggi il genio, o comunque qualcosa che gli assomiglia molto, è la convinzione di avere un’idea buona per fare un film e, nonostante oltre cinque anni di rifiuti da parte di alcuni produttori italici, poco avvezzi al genio suddetto, si decide di incagliarsi in quell’idea e metterle le gambe. Costi quel che costi. Anche produrlo con i propri mezzi. Questo, in breve, il percorso de lo chiamavano Jeeg Robot, da oggi nelle sale. La fortuna del regista Gabriele Mainetti, oltre ad avere le possibilità per portare a termine una simile operazione, risiede soprattutto in una incrollabile fiducia in uno schema narrativo ultra collaudato. Arricchito però da una intuizione che rende la pellicola unica nel suo genere. Che è peraltro una contaminazioni di generi vari. E, a ben vedere, anche il completamento di un percorso iniziato con altri lavori minori propedeutici a questo suo primo lungometraggio. Parafrasando Borges, sperando che il premier non si adiri se citiamo il suo autore preferito, i grandi autori creano un genere nel momento in cui riescono a dare un senso a tutto un susseguirsi di opere che trovano compimento in un’opera che raccoglie le intuizioni spesso frastagliate e incerte che l’hanno preceduta.

La storia credo sia nota a tutti, anche se abbiamo verificato che ognuno nel raccontarla privilegia un dettaglio o un aspetto diverso, segno evidente della ricchezza dell’allestimento. In pratica: un delinquentello da quattro soldi si ritrova titolare di una forza spaventosa e cerca di sfruttarla per i suoi bisogni primari. Una ragazza gli fare capire che potrebbe fare ben altro, ammesso che il cattivo di turno glielo permetta. Quando parlavamo di schema narrativo ultra collaudato ci riferivamo proprio a questo: diteci se, ridotta all’osso, non sembra la storia de L’uomo ragno. Ma è proprio qui che viene fuori la bravura di Gabriele Mainetti, peraltro bravissimo nell’allestire un cast impeccabile.

Lo chiamavano Jeeg Robot, che già nel titolo potrebbe accostarsi a Trinità o comunque a una leggenda che si racconta e si tramanda, è uno scrigno di trovate, di colpi di scena, di cambi di ritmo. Ecco, secondo noi la caratteristica migliore del film è proprio il ritmo. Problema in cui incappano molti autori attigui (non sappiamo perché ma ci viene in mente l’amato Alex de la Iglesia). Vedrete che alla fine della pellicola, con una immagine a metà tra Un americano a Roma e Batman, vi verrà voglia di dire: quando uscirà il prossimo? Nel film c’è anche molto altro, se ne potrebbe trarre una lettura filosofica, addirittura esistenziale. Ma sarebbero analisi riduttive: la vera forza del film interpretato dai bravissimi Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli (sorprendente) sta nello svilupparsi di una storia che produce in continuazione aspettative, voglia di vedere ancora, ancora. In fondo, come diceva Furio Scarpelli, è dai tempi di Omero che le storie dovrebbero essere così. Dovrebbero. Sveglia produttori!

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