Pier Mario Fasanotti
A proposito di “Rituali quotidiani”

Il rito della scrittura

Mason Currey ripercorre le abitudini degli scrittori: quando, come e dove prendono penna e vanno in cerca di ispirazione? Dall'insonnia di Kafka alle passeggiate di Voltaire

Quando si legge un grande autore, sbuca inevitabilmente una curiosità: qual è il suo rituale? In altri termini: come fa a conciliare la vita di tutti i giorni con la scrittura? Quale metodo e quale rigore (se ce l’ha) persegue? In quale stanza («una tutta per me», diceva Virginia Woolf) tramuta esperienze e fantasie in poesie, racconti o romanzi? Ebbene, l’editore Vallardi, con la firma Mason Currey, scrittore ed editor, ha appena mandato in libreria un pregevole, documentatissimo e divertente, libro che risponde a tanti nostri interrogativi: Rituali quotidiani (270 pagine, 15,90 euro).

C’è chi, come Franz Kafka, soffriva della «tirannia del tempo», considerava “orribile” l’ufficio dove lavorava (era nel ramo assicurativo), e si riprometteva di «provare a svicolare con abili manovre». L’autore de Il processo stava molte ore insonne. All’illuminista francese Voltaire piaceva molto dettare i suoi pensieri ai segretari standosene a letto. Il letto come scrivania era comune anche a Colette e a Proust. Voltaire non voleva appesantirsi col cibo. Dopo un percorso di buon ora in carrozza riprendeva a lavorare fino alle otto, ma continuava spesso la sera, fino a tarda notte. Il suo capo-segretario riferisce che il maestro della tolleranza «lavorava in tutto dalle diciotto alle venti ore al giorno». Voltaire considerava questa una vita “perfetta”. E aggiungeva: «Adoro stare in camera».

Facciamo un salto nel tempo e parliamo di Federico Fellini, che ammise in un’intervista (nel 1977) di non riuscire a dormire per più di tre ore consecutive. La mattina si alzava alle sei, girovagava per casa, spostava oggetti, beveva il caffè, telefonava agli amici, spesso alle sette (magari disturbando amici e interlocutori, che, come ha riferito il regista «mi consideravano come un servizio sveglia»). Fellini asseriva che «uno scrittore può fare di tutto da solo, ma ha bisogno di disciplina… io sono troppo vitellone per mantenerla». Vitellone sì, ma estremamente produttivo, a ogni ora della giornata, lieto della «combinazione di lavoro e convivenza offerta dal cinema».

Stephen KingTutti sappiamo che Stephen King (nella foto), il maestro dell’horror, è uno stakanovista da sempre. Scrive tutti i giorni, inclusi quelli di vacanza.  L’autore di Rituali quotidiani sostiene che il narratore del Maine lavora anche nel giorno del suo compleanno. Francamente a noi non risulta. King di solito smette dopo aver raggiunto l’obiettivo di duemila parole quotidiane. Comincia a scrivere la mattina alle otto/otto e mezza. I pomeriggi e le serate li dedica alla famiglia, alla lettura, al riposo, a seguire in tv le partite dei Red Socks. Per King è essenziale la stanza in cui scrive, solo. La chiama «Un luogo dove si va a sognare». Simile a King in quanto ad autodisciplina è stato Saul Bellow, chiamato dai colleghi un “burocrate”. In effetti lavorava tutti i giorni. Si alzava verso le sei, aspettava la dattilografa magari ancora in pigiama. Dettava fino all’ora di pranzo. La presenza di qualcuno o addirittura la confusione non lo disturbavano. In questo assomigliava a Dickens. Del suo metodo disse in un’intervista: «Semplicemente mi alzo al mattino e lavoro, e di sera leggo. Come Abe Lincoln».

rituali quotidiani di mason curreyE il pignolissimo Italo Calvino? Diceva: «In teoria, mi piacerebbe molto lavorare tutti i giorni, ma la mattina invento ogni scusa possibile per non lavorare, che devo uscire, fare acquisti, comprare il giornale. In linea di massima, alla fine spreco la mattinata e finisco per sedermi a scrivere di pomeriggio. Sono uno scrittore diurno, ma poiché spreco le mie mattine, sono diventato uno scrittore pomeridiano». Quel che non rivela Calvino è la possibilità che il vagabondaggio mattutino gli servisse a elaborare trame. Non scriveva comunque velocissimo, a meno di aver già «preso in largo». Certe lentezze erano da attribuire al fatto che il suo intento era di “semplificare” idee molto complesse. Lo scrittore ligure citava la storia di quel famoso artista cinese cui l’imperatore chiese di disegnare un granchio. Rispose che gli servivano almeno dieci anni, una casa grande e venti servitori. Passarono dieci anni, l’imperatore tornò alla carica. Il disegnatore chiese altri due anni. Alla fine il sovrano lo andò a trovare e l’artista che ottenne una settimana di proroga. Ma nello stesso istante prese in mano la penna e disegnò un granchio in un istante, «con un unico grande gesto».

Negli anni Cinquanta la canadese Alice Munro (premio Nobel nel 2013) era una giovane madre alle prese di due bimbe. Scriveva nei ritagli di tempo. Approfittando del tempo che le figlie passavano a scuola e si chiudeva nella sua camera, a scrivere. Provò ad affittare un monolocale, ma si accorse della troppa confusione in strada. Munro impiegò vent’anni per mettere insieme il materiale per la sua prima raccolta di racconti (La danza delle ombre felici). La pubblicò nel 1968. Lei aveva trentasette anni. David Foster Wallace (morto suicida) confessò un giorno: «Di solito faccio turni di tre o quattro ore interrotti da sieste o cose del tipo da-fare-con-gli-altri abbastanza divertenti». Dopo il suo capolavoro, Infinite Jest, cominciò a svegliarsi tra le undici e mezzogiorno, per poi mettersi a scrivere fino alle due o tre del pomeriggio. Wallace spiegò poi: «Seguo una routine di scrittura regolare solo quando il lavoro mi va male o a rilento». E tenne ad aggiungere che lo svegliarsi presto, lavorare dalle sette e mezza alle nove meno un quarto «è, in pratica, tutta una fesseria barocca».

Facebooktwitterlinkedin