Pasquale Di Palmo
La nuova raccolta poetica di Franco Buffoni

Come Turing

Una silloge di taglio in gran parte autobiografico dove il tema dell’omosessualità, che costò la vita al padre dell’informatica inglese, ricorre come un filo rosso. Una poetica che risente della lezione di alcuni autori del ‘900

Dopo la pubblicazione dell’Oscar mondadoriano del 2012 contenente le Poesie (1975-2012) e della raccolta Jucci (Mondadori, 2014) con la quale ha vinto il Premio Viareggio, Franco Buffoni licenzia ora Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli, pagine 128, euro 17,00). Si tratta di una silloge suddivisa in quattordici sezioni che accolgono componimenti abbastanza brevi, di taglio perlopiù epigrammatico, dedicati in gran parte al tema autobiografico del rapporto tra genitori e figli (anche se, nel caso di Buffoni, si deve parlare di un autobiografismo sui generis, avente a che fare con quella sorta di particolare Bildung affrontata in raccolte precedenti).

Il titolo del libro è ispirato alla figura di Alan Turing (1912-1954), uno dei padri dell’informatica, «il cui contributo fu decisivo nel decrittare i codici segreti nazisti» e che «morì suicida, dopo essere stato sottoposto a castrazione chimica in quanto omosessuale». E il topos dell’omosessualità è quanto mai presente nella dinamica della raccolta, ricorrendo come un fil rouge nelle varie sezioni della stessa che si articolano procedendo quasi a strappi, con improvvise varianti intorno al nucleo di quelle tematiche “forti” che da sempre caratterizzano la poetica di Buffoni. Tra queste ricorre il rapporto controverso con il padre («Ogni volta che fisso negli occhi un albero/ Sento che mio padre mi guarda/ E non è affatto piacevole»), la cui figura ispirò una raccolta importante come Guerra (Mondadori, 2005), e quello con la madre, più amorevole e disteso, contrassegnato da una forma di peculiare pietas.

BuffoniNon è un caso d’altronde che i titoli stessi di alcune sezioni e di molte poesie dichiarino apertamente il contenuto di tali tematiche: si passa infatti da Pater a Mater a Vita col padre e con la madre ecc. Il rapporto con il padre è un rapporto ambivalente, in cui il rancore – anche se stemperato dopo la sua scomparsa – per una figura che incarna un perbenismo ammantato di ipocrisia si nutre di esiti ancora accesi, spesso sconfinando nell’invettiva, nella provocazione vera e propria: «Tranquillo…/ Non piangerò come da piccolo./ L’onore, dici?/ Quello poi l’ho ritrovato/ Nei sobborghi londinesi» (A mio padre). Paradossalmente non si può non mettere in relazione il potere di questo pater familias con quello di Monaldo Leopardi, cui è ispirato Per placare Monaldo, il testo inaugurale della raccolta, o la stessa poesia che dà il titolo al libro. È come se l’autore proiettasse queste sue ossessioni e idiosincrasie in altre epoche storiche al fine di rilevare quella continuità di intenti che irretisce la sua personale biografia e, in senso lato, la nostra stessa contemporaneità.

Più tenero e sfumato appare il rapporto con la madre, intessuto delle dolorose vicissitudini legate alla sua malattia e alla sua vecchiaia, con cadenze a tratti quasi gozzaniane: «Così fino a diventare una signora vecchia/ Nella casa che le assomiglia,/ La tappezzeria senza colore con gli strappi nascosti dai fiori/ La badante che dorme nella stanza del figlio che non torna/ E nel bagno degli anni cinquanta le gocce in fila sul marmo nero» (Le gocce in fila). Si veda al riguardo il ricorso, tipico in Buffoni, ad anastrofi, iperbati e anafore. La silhouette della madre è contrapposta in alcuni testi a quella del padre, quasi a riproporre quel dissidio che si era alimentato dopo anni e anni di forzata convivenza: «Da giovane donna seduta al virginale/ L’espressione pacata/ Di mia madre diciottenne/ Nel ritrattino alla Vermeer,/ Che fa pendant/ Con la piccola luce di collera negli occhi/ Del babbo adolescente/ Che ricordo bene al naturale» (Ritratti).

Ma i contenuti di Avrei fatto la fine di Turing non si esauriscono qui, essendo l’opera stessa di Buffoni da leggere in chiave non univoca. Si pensi in tal senso al titolo stesso di una delle sue raccolte fondamentali, Il profilo del Rosa (Mondadori, 2000) e a ciò che scrive Massimo Gezzi: «Il titolo, che si impone solo alla fine di una lunga oscillazione, è felicemente polisemico, alludendo sia alla sagoma del monte Rosa e delle sue quattro cime, da sempre impresse nella retina dell’autore, sia al triangolo rosa che nei campi di concentramento nazisti veniva apposto sulla divisa dei prigionieri omosessuali».

Buffoni copertinaLa critica ha rilevato a più riprese quanto sia attuale, nella poetica di Buffoni, la lezione di alcuni autori novecenteschi – per anni si era parlato di un processo di continuità con gli esiti della cosiddetta “linea lombarda” – che hanno avuto, in maniera diversa, un ruolo fondamentale nello sviluppo sia dello stile sia di alcune tematiche ricorrenti. In primo luogo Giovanni Giudici che, al pari di Buffoni, ha dovuto misurarsi con quella che ha definito L’educazione cattolica, come recita il titolo di una sua silloge, a cui si affiancano idealmente le figure di Nelo Risi, Giovanni Raboni che, non a caso, caldeggiò l’esordio di Buffoni, e Vittorio Sereni. E proprio a Sereni è dedicata una delle poesie accolte nella silloge donzelliana, Vittorio Sereni ballava benissimo: «Era una questione di nodo alla cravatta/ E di piega data al pantalone,/ Perché quella era l’educazione/ Dell’ufficiale di fanteria,/ Autorevole e all’occorrenza duro/ In famiglia e sul lavoro».

E a questi mentori va riconosciuta la tendenza a ricorrere a uno stile in cui sia possibile alternare registro basso e sublime che così bene Buffoni riuscirà a sviscerare nella sua opera, come risulta da questo testo, Virilità anni cinquanta, proposto integralmente:

La bottega del barbiere di domenica mattina
Camicie bianche colletti barbe dure
Fumo. E quelle dita spesse
Quei colpi di tosse quei fegati
All’amaro 18 Isolabella
Al pomeriggio sulla Varesina nello stadio
Con le bestemmie gli urli le fidejussioni
Pronte per domani, lo spintone all’arbitro all’uscita
La cassiera del bar prima di cena.

Un altro degli aspetti basilari è quello riguardante l’attività di traduttore (soprattutto dall’inglese) e dello studioso di traduttologia che ha fondato una rivista indispensabile come “Testo a fronte”. A tal riguardo ci limitiamo a segnalare soltanto le versioni da Seamus Heaney la cui opera ha avuto una notevole influenza sulla poetica di Buffoni, con particolare riferimento ai Bog Poems. Ma una delle conquiste più ragguardevoli mi sembra quella relativa al recupero, con questa nuova raccolta, di un’immediatezza e una felicità di dettato che hanno pochi eguali nella produzione poetica di questi anni.

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