Erminia Pellecchia
Un libro “celebrativo”

Bologna è arte

Quarant'anni vissuti pericolosamente: sono quelli di Arte Fiera raccontati da un album che ripropone pittori e galleristi. Con qualche dimenticanza e qualche pregiudizio

La copertina è l’icona di una storia lunga quarant’anni che da Bologna attraversa l’Italia e abbraccia il mondo. Ed è non solo la storia di Arte Fiera, oggi tra le top dieci del globo, ma anche di una città dotta che si apre al nuovo e che genera culture e tendenze. L’illustrazione è di Emiliano Ponzi: raffigura l’ingresso di via della Costituzione della Fiera di Bologna e l’emblematico edificio progettato da Leone Pancaldi che fino al 2007 ha ospitato la Galleria d’Arte moderna. Perché l’esperienza della fiera va a braccetto con quella della Gam, inaugurata nel ’75, un anno dopo la scommessa di Maurizio Mazzotti di inserire dei quadri tra mobili, arredi, macchinari agricoli ed oggettistica di vario genere della Campionaria. L’idea: “creare un nuovo e potente strumento nel discusso mercato dell’arte contemporanea”. A dargli credito una decina di gallerie che si autotassano per fondare la manifestazione: le bolognesi De’ Foscherari, Studio G7, Forni, Duemila, Il Cancello, La Loggia, San Luca, Stivani, la Giulia di Roma e la Vinciana di Milano. Coraggiose, visti i tempi che correvano tra crisi del petrolio e il terrorismo, lo spirito sessantottesco ancora nell’aria con l’accusa della mercificazione dell’arte. Eppure fu un successo. Inspiegabile.

Lo attesta l’album in bianco e nero, una trentina di fogli di carta lucida, pesante, tenuti insieme da una spirale; tra le riproduzioni di opere compaiono foto gemma come quella di Carol Rama scattata da Andy Warhol o il tableaux vivant di Luigi Ontani, un caravaggesco autoritratto. “Eravamo in un prefabbricato bianco – ricorda Paola Forni, all’epoca una ragazzina al seguito del papà Tiziano – ai bordi del settore cibo, accanto alla tv che trasmetteva i Mondiali di calcio”. Tra il pubblico interessato alle partite e i baracchini di panini e crescione, qualcuno occhieggiava le opere. Collezionisti per caso, poi cresciuti nel gusto di pari pari con la fiera, che si ritrovano ora tra le mani capolavori di Twombly o di Boetti pagati due milioni di vecchie lire e che adesso valgono dai venti ai trenta milioni di dollari.

Arte-Fiera-BolognaÈ bello immergersi nelle pagine amarcord di Arte & Fiera 40, il volume a cura di Claudio Spadoni e Giorgio Verzotti pubblicato da Corraini. L’ha voluto, per il quarantennale della kermesse, il presidente di BolognaFiere Duccio Campagnoli, ad accompagnare le due mostre, “Lo sguardo delle gallerie sulla grande arte italiana” e “Storia di una collezione”, rispettivamente alla Pinacoteca nazionale e al Mambo (fino al 28 marzo), arricchite in questi giorni dalle quattro opere vincitrici del concorso under 40 di Arte Fiera, firmate da Valerio Rocco Orlanco, Josè Angelino, Guglielmo Castelli e Valentina Miorandi. Un excursus visuale per sottolineare che a Bologna è passata tutta l’arte italiana, dal Novecento ad oggi. “Una rassegna di maestri – spiegano Spadoni e Verzotti –. Uno spaccato dell’arte dal punto di vista del mercato con l’individuazione delle presenze più assidue, gli artisti più esposti e di conseguenza i più venduti”. Scelta discutibile, però, giacché mancano nomi autorevoli – Achille Bonito Oliva l’ha totalmente bocciata – ma giustificata dai due curatori perché “la particolarità dei loro lavori ha spesso limitato la loro vendibilità”.

La selezione premia Carla Accardi, Afro, Agnetti, Alviani, Arienti, Baj, Burri, Calzolari, Capogrossi, Casorati, Castellani, Colombo, Cucchi, Dadamaino, De Chirico, De Maria, De Pisis, Dorazio, Favelli, Fontana, Gilardi, Griffa, Guttuso, Jori, Kounellis, Manzoni, Melotti, Morandi, Morlotti, Ontani, Paladino, Paolini, Piacentino, Pistoletto, Pozzati, Salvo, Savinio, Schifano, Sironi, Sissi, Spalletti, Grazia Toderi, Vaccari, Vedova, Zorio, Mentre, tra le acquisizioni, figurano Irma Blank, Alighiero Boetti, Francesco Candeloro, Elisabetta Di Maggio, Chiara Dynys, Tano Festa, Pietro Fortuna, Chiara Fumai, Sergio Limonta, Nicola Melinelli, Aldo Mondino, Maria Morganti, Gioberto Noro e Luca Vitone. Fretta, mancanza di soldi o di spazi più ampi? Ci saremmo aspettati di più e, forse, avremmo preferito una mostra documentaria che riassumesse i quarant’anni di Arte Fiera e che colpisse l’immaginario al pari dei ricordi e delle testimonianze che abbiamo letto, con affetto e rimpianto, nel libro.

Ecco le voci dei galleristi, tra tutte quella dell’ottantenne Ginevra Grigolo: “Studio G7 è nata quasi con Arte Fiera. L’ho aperta nel 1973. Era una Bologna ricettiva e carica di fermento. Siamo stati bravi, abbiamo fatto le cose prima dei musei. Mi sono molto divertita. Ho visto Ileana Sonnabend portare la falce e il martello di Andy Warhol… Abbiamo educato le persone all’arte, ad andare in fiera per il piacere di conoscere mondi prima sconosciuti”. I magici anni Settanta, poi gli stupendi anni Ottanta. “Almeno così sembrava allora. Bologna scoppiava di buon umore. Una sbornia di ottimismo”, dice Marcello Jori, fra i protagonisti della scena artistica italiana. Evoca Andrea Pazienza, la sua energia vitale, Hermann Nitsch il sanguinario, Luigi Ontani l’etereo, la critica guerriera Francesca Alinovi, il dio greco Demetrio Stratos, leader di Area, la voce come un organo di chiesa, il raffinato Richard Tuttle e i suoi fragili teatrini di carta, Patty Smith, la giovane poetessa che giocava con il rock. I nuovi giacimenti della comunicazione: “L’arte spuntava in un sacco di posti strani. Addirittura nel fumetto”. Gli amici di “Valvoline”, Carpinteri, Igort, Brolli, Mattotti, “cannonate di talento che sparavano da giornali come Frigidaire o Alter”.

arte fiera 2016 2E c’era Umberto Eco che al Dams sperimentava gli effetti della semiotica, Oreste Del Buono con il suo Linus, il romanzo rinasceva con quel gigante dalla faccia di bambino che si chiamava Pier Vittorio Tondelli. Bologna era la meta obbligata dei viaggiatori dell’arte, la città delle ardite sperimentazioni che avevano come mente Renato Barilli, con orgoglio “critico militante”. Nelle sale della fiera si aggirava Lucio Dalla, non mancava mai di comprare qualcosa; potevi incrociare Gianni Morandi, un segugio a caccia di nuovi talenti; Fabio Capello perché sì anche i calciatori amano l’arte; l’editore e politico Federico Enriques “immerso nella folla delle opere, che si scambiano bellezza ancor più delle mele e dell’uva sui banchi dei mercati”. Silvia Evangelisti, direttore artistico di Arte Fiera per dieci anni, ha cominciato qui, nel ’74, come standista. Veniva da studi di arte medievale, “fui catapultata in un mondo straordinario”. Rimase incantata dal fascino e dall’eleganza di Leo Castelli, il grande promotore della Pop americana, estasiata di fronte alle performance di Marina Abramovic  con Ulay e di Herman Nitsch – era il 1977 – nella cinquecentesca chiesa sconsacrata di Santa Lucia: “Compresi sulla mia pelle come l’arte contemporanea potesse essere coinvolgente e pulsante”.  Tra gli aneddoti le “scuse” del ministro dei beni culturali Antonio Paolucci, che nel convegno del 1996 riconobbe che si era sbagliato nel liquidare come “marginale e subalterna” l’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento.

La fiera si radica sempre di più nella città, occupa palazzi e musei, dialoga con il Comune e con l’Università, con strutture pubbliche e private, punto culminante l’indimenticabile Art City del 2012 con decine di eventi espositivi da vivere giorno e notte. Un passato glorioso. E oggi non ci resta che piangere? La risposta, un filino di speranza, la dà Luca Beatrice: “Il futuro sta nello sforzo della proposta delle gallerie, nel coraggio. Se da Bologna partisse in questo momento, non dico un rilancio, ma una nuova consapevolezza che la produzione giovane è quella che va più sostenuta potremmo vederne delle belle. Certe cose vanno stanate, tirate fuori dalle cantine, bisogna rischiare. E Bologna è città che rischia. Il pubblico non manca e mai mancherà, ed è un pubblico variegato e curioso, pronto a diventare collezionista. La fiera gode di una grande credibilità che può mettere a disposizione di tutti per far ripartire l’orologio dell’arte in Italia”.

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