Gianni Cerasuolo
Mauro Garofalo e Dario Fo

Il pugile zingaro

Due libri riscoprono la storia mitica e terribile di Johann Trollmann, alias Rukeli, boxeur di origine sinti che vinse il titolo tedesco nel 1933 umiliando i nazisti e finì i suoi giorni nel lager

Sul ring Rukeli danzava come Muhammad Alì, girava attorno all’avversario e poi pam, lo colpivacon un uno-due che quell’altro nemmeno vedeva. Rukeli in lingua sinti significa “albero”, “alberello”, perché anche da ragazzino lui si piantava lì, aspettava e poi, veloce, metteva a segno il colpo. Lo chiamavano così anche per via dei capelli neri, foltissimi e ricci come le chiome di un albero. Il suo vero nome era Johann Trollmann, era nato a Wilsche, vicino a Gifhorn, Bassa Sassonia, nel dicembre del 1907. Fu per una settimana campione di Germania dei mediomassimi. Poi il titolo gli venne tolto con un pretesto. Era il giugno del 1933, già c’era stato l’incendio del Reichstag, i nazisti stavano cancellando le ultime tracce di democrazia. Da quel match vittorioso, per lui cominciò l’inferno. Morì a 36 anni nel campo di concentramento di Neuengamme, nei pressi di Amburgo. Rukeli era uno zingaro, un tedesco certo, ma zingaro.

Si dice porrajmos e in lingua romanì significa “devastazione”, “grande divoramento”. È lo sterminio degli zingari per mano nazista e dei loro alleati, italiani compresi. Un Olocausto dimenticato, rimosso. Come se quel mezzo milione di vittime tra Auschwitz, Buchenwald, Treblinka, Dachau fossero morti di seconda categoria. Come se i pregiudizi secolari, diffusissimi e rinfocolati specie oggi contro gli zingari, sempre e comunque sporchi e ladri, avessero fatto da cortina fumogena contro il massacro. Persino al processo di Norimberga si parlò molto poco di questo genocidio ed i responsabili subirono lievi condanne. È accaduto anche con i nativi del Nord America, i cosiddetti pellerossa, o gli indios dell’Amazzonia. Ma almeno queste popolazioni, a un certo punto hanno avuto libri e film dalla loro parte – per non parlare di movimenti di protesta – che hanno riscritto le loro tragiche storie. Gli zingari no.

rukeli3Eppure la vicenda di Johann Rukeli Trollman sarebbe un bel soggetto cinematografico come lo sono state certe pellicole di Emir Kusturica. Lo si capisce sfogliando questo Alla fine di ogni cosa. Romanzo di uno zingaro, un lavoro di Mauro Garofalo, cronista che ora insegna Scrittura al Centro sperimentale di cinematografia (il volume è edito da Frassinelli, 254 pagine, 18,50 euro). Un buon libro scritto con ritmi quasi cronachistici miscelando storia e fantasia. Un’opera che non sfigura accanto a Razza di zingaro (edito da chiarelettere, 160 pagine, 16,90 euro), il nuovo romanzo di Dario Fo, arricchito da tavole dipinte dall’autore, anche lui affascinato dal caso del pugile zingaro. Probabile che il premio Nobel ricavi uno spettacolo teatrale dalla storia di Rukeli.

Sorprende per certi versi questo moltiplicarsi di ricordi attorno a Trollmann, ignorato o quasi dagli stessi tedeschi almeno fino agli inizi degli anni Duemila quando finalmente gli venne restituita la corona conquistata nel ’33. Con la federazione tedesca di pugilato che ha mal digerito questo riconoscimento. Ad Hannover, la città dove il boxeur era cresciuto con i genitori e gli otto fratelli, gli hanno intitolato una stradina dove lui giocava da bambino. Sei anni fa a Berlino gli è stato dedicato un monumento a forma di ring. Unico a scrivere la drammatica storia del pugile zingaro era stato un giornalista e scrittore, Roger Repplinger, il cui libro è comparso anche in Italia con il titolo Buttati giù, zingaro. E un film su Trollmann è stato anche fatto, di recente, nel 2012. Titolo: Gibsy (nella foto sotto). Regista: il tedesco Eike Besuden. Ma non ha lasciato tracce.

Gibsy di Eike BesudenGarofalo coglie Rukeli nei momenti fondamentali della sua tragica esistenza nei tre round in cui è diviso il romanzo. A cominciare dall’incontro nella palestra Sparta Linden di Hannover con Ernst Zirzow, il manager-allenatore che gli propone di passare al professionismo e di seguirlo a Berlino: «Per il professionismo non c’è problema. Ma per venire con te, be’ ci vengo ad una condizione» dice Rukeli: «Posso avere una moto?». Era un bel tipo, lo zingaro: piaceva alle donne che accorrevano ai suoi combattimenti e lui le puntava dal ring mentre boxava, tra un sbuffo e l’altro. Prima di un incontro, una dama con la veletta gli aveva lanciato un mazzo di rose rosse e la foto aveva fato il giro della Germania. Incontri occasionali, vite che si sfioravano «in un tempo, condannato alla mutilazione di sé…».

Una fu la donna al di sopra delle altre, Olga, una studentessa tedesca che divenne sua moglie e gli diede una bambina. Olga lo scongiurò di scappare via, di andarsene dalla Germania perché l’aria era diventata irrespirabile: avevano visto quello che stava succedendo a qualche loro amico ebreo. Ma lui volle restare. Anzi come supremo gesto d’amore verso Olga e la figlia, divorzia, mentre la persecuzione si accanisce su ebrei, zingari, comunisti, gay: «Adesso sei al sicuro, adesso sei di nuovo tedesca» dice alla moglie che non accetta quella separazione.

Johann saliva sul ring con dei pantaloncini neri su cui aveva fatto scrivere Gibsy che era poi il nome che aveva dato ad un uccellino che veniva a beccare sulla finestra di casa. E lo speaker al centro del quadrato, lo annunciava, urlando così: «Giiiibsy Trollmann». Lo fece anche la sera del 9 di giugno 1933 alla sala Bockbrauerei di Berlino, titolo dei mediomassimi in palio contro Adolf Witt. Il pubblico parteggiava per il nostro, ne è affascinato per il suo modo di boxare. La sala era piena di nazisti con le divise nere; si erano sistemati nella parte superiore dell’impianto: il loro pugile era Witt. A bordo ring Georg Radamm, presidente della federboxe tedesca, «al braccio portava la fascia rossa con l’aquila». Witt cerca di colpire lo zingaro con i suoi possenti destri. «Ma Rukeli gli girava attorno, mandando a vuoto i suoi attacchi…». All’ottava ripresa erano pari, poi le ore spese in massacranti allenamenti cominciavano a fruttare, perché Trollmann «scaricò addosso al campione ariano una serie di diretti di disturbo per poi doppiare cambiando passo con il destro, ganci alle spalle, a stancare la guardia dell’avversario, tirarla giù». Nell’ultima ripresa Johann aveva schivato con uno spostamento di qualche centimetro il diretto sinistro dell’avversario poi sferra un montante alla milza, un montante al mento: «Era entrato nella zona d’ombra di Witt». Che non era finito al tappeto ma aveva accusato il colpo. Il pubblico era in visibilio. Ecco l’ultimo gong, l’allenatore che gli dice: «Bravo, hai vinto». E un verdetto che non arriva. Radamm, il presidente della federboxe, vuole il “no decision”, nessuna decisione: il titolo non è assegnabile, l’incontro è pari. Ma il pubblico non ci sta, comincia a fischiare, a protestare, a scandire in coro: «Rukeli, Rukeli…». Le SS avevano portato le mani sulle armi. Ma un gerarca ha fatto cenno loro di lasciar perdere. Solo allora l’arbitro dà vincente per un solo punto Rukeli, lo zingaro. Che alza le braccia al cielo per poi essere portato in trionfo. Non sa quello che gli aspetta.

rukeli2Otto giorni dopo, mentre si sta allenando in palestra, Johann riceve una lettera: la federazione gli toglie il titolo e gli ordina di sottoporsi ad un nuovo match, con il titolo in palio, contro un altro avversario: Gustav Eder (che poi diventerà campione d’Europa). Gli avevano tolto la corona per «cattiva boxe». Lui non doveva muoversi dal centro del ring, non doveva ballare, non doveva dare spettacolo. Infatti non poteva schivare i colpi con i suoi «movimenti animaleschi» e la sua «eleganza effeminata»: atteggiamenti che non rientravano nel nuovo stile tedesco di fare boxe. Uno stile codificato nel cosiddetto Deutscher Faustkampf, pugilato tedesco.

Il 21 luglio 1933, nel mese in cui Hitler aveva cancellato tutti i partiti, nella stessa sala del primo match va in scena il combattimento imposto dal Terzo Reich. Ma Trollmann sorprende tutti. Dal tunnel degli spogliatoi esce una figura coperta di bianco. «Rukeli aveva i capelli dipinti d’oro tirati all’indietro e la pelle quasi traslucida sotto i riflettori. Lo zingaro si era cosparso di farina». Johann si era travestito da ariano. Quelli volevano un campione di razza pura e lui li aveva accontentati, sbeffeggiandoli. «Ti sei messo la cipria, pagliaccio» gli aveva gridato l’avversario. Che l’aveva subito aggredito anche con cazzotti proibiti, anche dopo il suono della campanella, ganci a martellare le tempie di Rukeli. Che incassava e sputava sangue. L’altro che martoriava una costola incrinata da un vecchio combattimento, lo zingaro che cedeva. Per sempre. «Non c’era vittoria per quelli come lui. Né redenzione. Solo oblio».

Non tutte le fonti sono concordi nel dire che Trollmann si sia presentato con la faccia incipriata o infarinata. Lo sottolinea lo stesso Mauro Garofalo nelle note finali. Ma la leggenda del pugile gitano dice che le cose andarono davvero così. E poi, che cosa importa? La sua è innanzitutto una storia di discriminazione e di razzismo. Il suo destino era segnato, non aveva più vie di scampo: doveva reagire in qualche modo. Da lì in avanti andrà sempre peggio: Rukeli verrà cancellato dalla boxe tedesca, andrà a tirare pugni in fiere di paese e baracconi da circo per guadagnare qualche soldo, si farà sterilizzare per evitare di finire nei campi, farà il facchino ai mercati. Per un po’ si rifugerà in una foresta, poi verrà preso, arruolato nella Wehrmacht e mandato a combattere in Polonia, Belgio e Francia. Ma nel ’42 arriva un decreto che espelle sinti e rom dall’esercito. Infatti in quell’anno Johann Trollmann viene arrestato, portato in una centrale riservata agli zingari, pestato e alla fine deportato nel campo di Neuengamme. È solo un numero adesso: 9841. Qui è riconosciuto da un ex arbitro di boxe e costretto ogni sera, dopo una giornata di lavori pesanti, a combattere contro uomini in divisa di SS. Un giorno si è ribellato e ha mandato al tappeto un kapò, tale Emil Cornelius. Che si è vendicato qualche tempo dopo, colpendolo con una pala e poi sparandogli.

Ecco la storia di Hurricane-Rukeli.

Facebooktwitterlinkedin