Domenico Calcaterra
Italia, 13 novembre 2015

Parigi e Parise

Seguendo l'insegnamento di Parise, del suo racconto “Antipatia” dei Sillabari, viene da dire: di queste cose, «io non me ne intendo». Per non sconfiggere il dolore con la retorica

In questi giorni sono stato invitato, dal direttore di Succedeoggi, a dire la mia, a caldo, sui tragici fatti di Parigi. Stordito dalle narratologie opposte e di contorno che si sono da subito accavallate, non ho potuto non provare disagio e antipatia, per tutto questo parlare: “scontro di civiltà”, “guerra di religione”, “bastardi islamici”, “siamo in guerra”, “follia del papa a indire il Giubileo”…

Mi sono sentito come l’uomo protagonista del racconto “Antipatia” dei Sillabari di Goffredo Parise, e come lui ho pensato: di queste cose, «io non me ne intendo»; tradendo tutta la mia difficoltà ad accogliere, o peggio, pronunciare parole senza senso. Quel preferirei di no: per un linguaggio che non mi appartiene, per quella babele di contrapposte ideologie e parrocchie che speculano sul dramma, per l’emotività di strada che pontifica sul da farsi.

Ebbene, io non capisco il serpeggiare di tutto questo semplicismo di ritorno.

Vedo solo che i più difettano di autentica pietà: per l’infanzia e la giovinezza tradita di questi morti (che ci rammentano quelli di ieri). E come l’uomo protagonista del racconto di Parise, non credo nella politica, non credo che ogni azione dell’uomo sia un’azione politica (semmai, oggi sempre più figlia di un calcolo economico).

Da più parti s’inneggia alla guerra, c’è chi si frega le mani per questo, chi gode e pensa: «Gliela faremo pagare! Si meritano le bombe!» (e ci sono i mercanti di morte a brindare e calpestare). E c’è un’aria, pesante, di déjà-vu (1915-2015?), da refrain maledetto, per una guerra una volta ancora invocata come «sola igiene del mondo» (che ci appartiene, forse ci identifica).

Mi fa paura l’odio contro una bambina delle elementari, l’intolleranza verso tutto un mondo e un sistema di cultura. Forse, che si sia già in guerra è un fatto. E questo dato modifica le nostre vite? – mi domando. La precarietà è il tratto dominante di questa contemporaneità malata. La cosa migliore che possiamo con buon senso augurarci è che l’uomo sviluppi gli anticorpi per difendersi da se stesso.

E come trovare le parole adatte da rivolgere ai miei alunni quando, atterriti dal volo radente dei caccia francesi sulle nostre teste, mi chiedono se l’I.s. minaccia anche noi, le nostre case, le nostre famiglie? Non ho saputo dire altro che bisogna rimanere saldi: la sola difesa organizzata da opporre a quanto accaduto; guardarsi dall’odio, ciò che possiamo fare.

Le sole parole udibili sono state quelle di Antoine Leiris, che venerdì si è visto strappare la compagna della vita, e che ha rivolto agli attentatori parole sì amare ma comunque vittoriose e inattaccabili, scardinando così ogni ingranaggio, ogni retorica perversa, ogni diabolico campanile: «…eppure non avrete il mio odio» – questo il leitmotiv della sua lettera scritta a caldo, il giorno dopo l’accaduto. A campeggiare l’idea di non cedere alla stessa ignoranza, a recare con sé una forza capace di vincere tutti gli eserciti del mondo, a consumare e protestare l’invincibile affronto, dinnanzi ai carnefici, della libertà, del diritto alla felicità. Nell’affermare, la vittoria, sempre e comunque, delle ragioni della vita su quelle della morte.

Ho scritto qualcosa di politico, di ideologico, di rinunciatario o di semplicemente retorico? Io non me ne intendo, io non lo so.

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