Pier Mario Fasanotti
Consigli per gli acquisti

Il trucco del Führer

Uno storico, Walter Kempowski, ha chiesto ai tedeschi cosa ricordano di Hitler... Mentre impazza il nuovo giallismo, da Yasmina Khadra a Henning Mankell

Algeri. Peccato. Davvero peccato che un grande scrittore come l’algerino Yasmina Khadra (pseudonimo femminile di Mohamed Moulessehoul (1954) sia così poco noto e apprezzato in Italia. Ci sarebbe da indignarsi: critici e divulgatori letterari, svegliatevi, date qualche volta prova di curiosità e liberatevi dai doveri mondani e di cricca). Nelle prime pagine di questo densissimo romanzo (Cosa spettano le scimmie a diventare uomini, Sellerio, 306 pagine; 16 euro) il ritmo, peraltro di gran stile, è quello del giallo: una giovane studentessa, viene trovata senza vita all’ombra di una rupe, tra corone di fiori selvatici. Pare una bella addormentata al margine delle sozzure di una città strana e sottomessa a poteri occulti e strangolatori che si agitano in una violenza tale da rendere grottesco ogni sopruso. E Algeri, «bianca come una notte insonne», vomiterà addosso, senza ritegno, alla commissaria Nora Bidal, incaricata di trovare il killer.

Cosa spettano le scimmie a diventare uomini di Yasmina KhadraPoche pagine, poi il romanzo si tramuta nel quadro fosco dei coccodrilli politici che infestano la regione, sulla scia bavosa di lumaca feroce. Chi ha il vero potere è un vecchio, Hajji Saad Hamerlaine, di fronte al quale si inchinano tutti, compreso il viscido e arrogante (quando è solo o con altri) Dayem, magnate della stampa. A un cenno di quest’ultimo trova la rovina un uomo, un gruppo. O un pensiero. Il Dayem così potente suda e traballa quando si trova dinanzi alla scrivania del vecchio “rboba”, ossia “chi decide nell’ombra”. La coscienza è considerata un tumore maligno, quindi da estirpare. Una gran staffilata l’autore la riserva agli intellettuali, impotenti se esistono, infiacchiti se tentano di parlare. Khadra riporta una scritta a carboncino: «In Algeria i geni non brillano, bruciano. Se sfuggono all’autodafé, finiscono al rogo. E se, per caso, vengono portati sotto i riflettori della ribalta è per agevolare i cecchini». A camminare per le strade piane o di altura di Algeri è la paura, il silenzio vigliacco. Il vecchio borgo nordafricano si fa «natura morta, necropoli nella quale i fantasmi si fingono discreti come marabutti». E la ragazza assassinata? Tuonerà la vendetta sotto forma di giustizia. Pare sia l’unico modo per spazzar via la sozzura nazionale. L’autore scrive con la sciabola in mano e la mente raffinata e taglientissima.

Fleur Jaeggy Le statue d’acquaAssenze. E la trama? È ciò che immediatamente si chiede chi apre l’esile libro di Fleur Jaeggy (Le statue d’acqua, Adelphi, 110 pagine; 15 euro). La casa editrice lo ripropone oggi, essendo già uscito nel 1980. Poco importano gli avvenimenti, grossolanamente riassumibili così: ombre e pensieri dell’olandese Beeklam, che vive rintanato in una grande casa di Amsterdam sotto la quale c’è un’elegante e curiosissima collezione di statue. Queste rimandano ad altri orizzonti, in uno scenario prevalentemente cupo e piovigginoso. L’acqua è più di un liquido: forse è la stessa esistenza. Beeklam si confonde con la figura paterna, ma anche con due servitori. Quel che impera in questo affascinante e delicatissimo scenario è lo stile. Una continua evocazione di ricordi, impressioni, un insistere su particolari, perdita del controllo del tempo. Il protagonista, che si confronterà col suo doppio femminile, è uno di «coloro che sono nati persi e debuttano dalla loro fine. A serpeggiare tra le righe, impalpabili anzi eteree, è «il desiderio di vivere da annegato», «chiacchierare come uno spettro». È d’acciaio la convinzione secondo cui «solo dall’egoismo proviene la pace». Beeklam, ricordando l’infanzia, confessa: «Vi era in me una ressa mentale di conversazioni con più persone, giovani muratori e sacerdoti, domestiche, e tanti altri, mi preoccupavo di lustrare e ravvivare le parole, e il più delle volte erano fuori dagli argomenti precisi del padre». Anche chi fa fatica ad apprezzare il sinuoso muoversi delle ombre mentali, raggrumate in parole che non sono mai scolpite, può leggere questo libro la cui colonna vertebrale sta nella delicata complessità dello stile. Ma quale piacere.

Lei ha mai visto HitlerQuello là. La domanda è questa: come appariva Hitler alle persone comuni? Una serie di risposte le possiamo trovare in una sorta di antologia di pareri che Sellerio ha pubblicato in questi giorni. S’intitola Lei ha mai visto Hitler? (222 pag.; 16 euro) a cura di Walter Kempowski, narratore e storico. Peschiamo dal mucchio, ben consapevoli che ciascun commento non è un semplice pettegolezzo, ma una parte, sia pur piccola, di testimonianza storica. Una casalinga: «L’ho visto per caso in una strada di Colonia, lui era nella sua auto con il suo presunto sguardo ammaliante. Sono stata diffidente sin dall’inizio e non ho mai capito il suo fascino». Storico: «Ho assistito alle celebrazioni del primo maggio… l’ho visto marciare, molto stanco, era evidentemente truccato e il trucco – era un giorno abbastanza caldo – gli colava come lacrime sulle guance, il suo viso era tutto flaccido. Ovviamente non ha parlato, era uno spettacolo miserabile e disgustoso vederlo in quelle circostanze». Scalpellino: «Nel 1934 c’è stata la presa del potere: non è stata nulla di particolare, è semplicemente avvenuta. Non è cambiato assolutamente niente. Solo più tardi sono cambiate davvero… le SA erano molto stupide». Editore: «Arrivavano di continuo stupidi ordini del Fuhrer e il nostro comandante di divisione ha detto: “Vado a dirgli quello che penso”. Quando è tornato, ha detto: “Il Fuhrer ha ragione”». Pastore:« È stato quando Hitler è venuto a Stettino. Mi ha impressionato molto, perché tutti urlavano. All’improvviso e inaspettatamente mio padre ha detto: “Una statua del museo delle cere”».

Sabbie mobili Henning MankellSopravvivenza. Uno dei più grandi giallisti di questi tempi, lo scandinavo Henning Mankell, noto e tradotto in tutto il mondo, è venuto a mancare quest’anno, aggredito da un cancro ai polmoni. Ci ha lasciato un fascio di memorie sparse (Sabbie mobili, Marsilio, 320 pagine; 18 euro), che comprende precisi riferimenti alla sua malattia, la stessa che ha colpito persino i dinosauri secondo alcuni scienziati. «Inoltre» annota lo scrittore « Una delle poche cose che sappiamo del cancro è che nessun essere umano può avere la garanzia di non incontrarlo…quando si parla della perfezione della natura bisogna usare una certa prudenza». Mankell si appoggia sui ricordi, in un tramonto che ci piace immaginare dolce e, malgrado tutto, espressione di forte vitalità. Visitò Mantova, molti anni fa (festival letterario) e rimase affascinato da uno spettacolo teatrale di strada. Immediatamente la sua memoria tornò a un viaggio fatto in America del Sud. A Buenos Aires, dove doveva presentare un suo libro, s’accorse che «dappertutto, vicino ai portoni o sotto le vetrine illuminate, erano raggomitolati dei senzatetto, non solo singole persone ma in molti casi intere famiglie. In direzione dell’Avenida Corrientes s’imbatté in una fitta folla che stava assistendo a uno spettacolo teatrale. Quattro coppie ballavano il tango. Passione e gelosia. Due ballerini avevano almeno 70 anni. E poi il mistero e le ipotesi che avvolgono l’isola di Pasqua. E poi, e poi. Il brillante creatore del commissario Wallander, cupo e tormentato, non smette di descrivere e inventare il mondo. Fino alla fine.

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