Anna Camaiti Hostert
Chicago, 13 novembre 2015

Gli occhiali di Obama

«Occorre un buon paio d'occhiali per leggere la complessità», ammoniva Benedetto Croce. Il presidente americano li ha inforcati proprio per combattere la deriva razzista prodotta dalla strage di Parigi (anche) negli Usa

Sopra un’America sonnacchiosa e disattenta rispetto a una campagna elettorale abbastanza noiosa che ormai ha già iniziato dispiegarsi da qualche mese, è piombata venerdì scorso la notizia dell’attentato di Parigi che ha scosso il paese e risvegliato l’orrore sopito dell’11 settembre. A me è arrivata nel pomeriggio dalla CNN che ha cominciato a diffondere le breaking news su quello che era appena accaduto. Avevo la televisione accesa per seguire i commenti ai recenti dibattiti politici dei giorni precedenti: quello dei repubblicani e quello dei democratici. La stessa sera avevo una cena con amici che non vedevo da tempo. Era una splendida giornata di autunno assolata e calda, non frequente nella meteorologia fredda di questo tempo dell’anno a Chicago.

Improvvisamente mi è passata la voglia di socializzare e avrei voluto rimandare la cena. Mi sono sentita ferita nel profondo, ma alla fine ho deciso di andare. Assieme abbiamo passato la serata a discutere su quello che era appena accaduto e ho visto di nuovo quel misto di grande commozione, di ansia di quei giorni di settembre che seguirono la caduta delle Torri Gemelle. E di orrore, lo stesso horror di Kurtz di Cuore di tenebra. Accompagnato dallo stesso senso di sbigottimento, di non sapere quale sia la cosa migliore da fare, di non avere una risposta precisa alla sfida che queste azioni di morte presentano.  Ma non di paura. Sono stata contenta di sentire tuttavia che non c’era alcun dubbio da parte di nessuno sul fatto che questi terroristi, uno dei quali si è fatto passare per un rifugiato siriano, dovessero essere confusi con la maggioranza dei profughi fuggiti dalla guerra civile siriana. E tantomeno con gli arabi in generale. Perché è proprio questo che l’Isis vuole. Impedire che masse di persone che cercano semplicemente di sopravvivere e di avere un futuro lascino quell’alcova di morte che è diventata la Siria rimanendo lì imprigionate in una morsa di terrore.

E immediatamente si è parlato del fatto che l’America è per definizione un paese di osmosi migratorie e di gruppi che lasciano i paesi di origine per cercare qui un futuro migliore. Gli Stati Uniti infatti quest’estate hanno offerto di accogliere 10.000 rifugiati provenienti dalla Siria. Così quando Obama nella sua conferenza stampa, seguita all’attentato, ha bollato come razzista ogni pregiudizio nei confronti dei migranti espresso da alcuni repubblicani, spiegando che queste affermazioni «non rappresentano chi siamo noi», intendendo con ciò l’America, ho trovato le sue parole appropriate e intelligenti. Parole di un leader che preferisce la cultura e la diplomazia all’uso della forza e dei pregiudizi. Cosa che non sembra essere condivisa dai 27 governatori di altrettanti stati amministrati dai repubblicani che hanno invece affermato di rifiutarsi di accogliere i profughi siriani. Alcuni di loro si sono addirittura spinti a discriminare chi accogliere, dicendo di preferire i profughi cristiani. E c’è anche chi ha addirittura parlato di esami, di test, di prove da sostenere. E di altrettante simili amenità.

E ancora più appropriate mi sono sembrate le parole del presidente che nella stessa conferenza stampa si è rifiutato di ingaggiare una guerra convenzionale contro l’Isis approvando quei boots on the ground che i repubblicani tanto sostengono. Un’escalation che, a detta di esperti del settore, esacerberebbe il conflitto e le laceranti divisioni che già esistono senza risolvere il problema. Obama ha anche parlato dei reduci che ha visitato in ospedale, quelli a cui mancano gambe e braccia a causa della guerra. Un messaggio potente contro la violenza di ogni conflitto. Il quale inoltre autorizzerebbe stereotipi e generalizzazioni che necessariamente comporterebbero un’emarginazione maggiore delle comunità arabe, specie qui negli Stati Uniti dove già uno strisciante razzismo serpeggia in molti strati della società  a diversi livelli. Incoraggerebbe una semplificazione che, come afferma Nicola Fano nel suo bell’editoriale (clicca qui per leggerlo), riduce la complessità e la ricchezza che è sempre stata patrimonio della cultura occidentale. E che è la parte fondante della nostra identità.

Benedetto Croce che certo non può essere accusato di semplificazioni sommarie e tantomeno di superficialità additava all’attenzione dei suoi contemporanei l’importanza della complessità. In particolare, parlando di una filosofia da cui dissentiva, ma che riteneva essenziale per il pensiero moderno, il marxismo, Il filosofo lo descriveva proprio come un pensiero della complessità che si offriva come possibilità interpretativa e come fondamento senza pretendere di essere l’unico punto di vista col quale guardare la storia. «Un buon paio di occhiali» lo definiva Croce, per leggere gli avvenimenti della storia che ha evidenziato la positività dei rapporti di forza nella costruzione della storia etico politica dell’umanità. Un punto di vista laico che enfatizza una capacità critica e una tolleranza che sembriamo avere dimenticato. Ma che rimangono gli unici principi possibili. Pena la caduta nella barbarie. Ed è proprio in questi momenti difficili che la sua forza deve fare scuola, come ci ha insegnato Voltaire.

A riprova dell’integrazione delle comunità arabe nella società americana ci sono i dati di una ricerca del Pew Research Center del 2011 che mostrano che, accanto al 21% che ha ricevuto quello che viene definito un racial profiling (un trattamento diverso dal resto di altri cittadini dovuto all’appartenenza etnica) specie in luoghi pubblici dove è stato oggetto di controlli particolari, c’e l’82% che è invece contento della vita che vive quotidianamente nel paese. La stessa ricerca rileva in generale che non ci sono indicazioni «di un’accresciuta alienazione o rabbia tra i musulmani in America».

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