Danilo Maestosi
Una grande mostra al Macro

Dorfles docet

Roma rende omaggio a Gillo Dorfles pittore. A quasi centocinque anni, la razionalità del critico incontra la spontaneità del pittore. Ne viene fuori un ritratto tutto da ammirare

«No non c’è un quadro che mi piace di più, che ritenga migliore di altri e neppure uno che mi piaccia di meno, che mi sembri meno riuscito. Li ho dipinti io, come posso rinnegarli. Sono la mia vita. Forse la cosa più importante della mia vita, perché nascono in libertà da un gesto creativo e mi appartengono più di tutti i libri che ho scritto. I pensieri che ho espresso». Di fronte alle sue opere di pittore, che il Macro ha raccolto ed espone  per rendergli omaggio, Gillo Dorfles sembra perdere per una volta il lucido distacco che il mestiere da critico gli ha imposto. Eccolo lì girare di sala in sala, tra una ressa di fotografi e curiosi, un sorriso furbo e quasi infantile sul volto, orgoglioso e stupito di guardare come un testamento del suo lungo tragitto tra le burrasche, gli amori, le mode, i passi avanti e indietro di un intero secolo, quei segni, quei colori su cui ha impresso la sua impronta e la sua firma, in mostra in un museo. «E proprio qui a Roma – racconta – dove da ragazzo sono venuto a studiare e a laurearmi in neuropsichiatria, e ancora non sapevo il destino fortunato che mi sarebbe toccato, di scavarmi uno spazio nel mondo dell’arte, che amavo da sempre. Seguendo, altra fortuna impagabile, tutte le mie inclinazioni».

No, non si può negare a un uomo che tra poco supererà la soglia dei 105 anni, il passo più lento, il naso incassato in una ragnatela di rughe, l’udito che si è affievolito come uniche debolezze della sua età, il piacere senza se e senza ma di guardarsi compiaciuto allo specchio e riconoscersi vivo nel flusso ricomposto per l’occasione della sua attività di pittore. Rifiutando di giudicarsi come invece tante volte ha fatto per altri artisti, di cui ha colto con preveggenza le doti, le lacune, persino i tradimenti di se stessi cui sarebbero arrivati, cavalcando le oscillazioni del gusto. E continuando a coltivare senza soste la sua passione per il pennello. Alle pareti, proprio all’inizio della mostra, a disegnare un anomalo ma eloquente percorso a ritroso disegnato dal curatore e collega Achille Bonito Oliva, sono esposti quadri che risalgono ad appena un anno fa.

Gillo Dorfles 2Colori oggi ancora più spudorati. Come il fondale rosa magenta del quadro Blu vincente, in cui sono immersi ritagli di forme fluttuanti e filamenti di un blu azzurrino. O come quei bagliori fucsia tra cui sembrano danzare le membra di un corpo decostruito, urlando un titolo Prepotente, che è insieme un proclama e una confessione. Già, occhio ai titoli, anche quelli si sono fatti nella produzione più recente, dal Duemila a oggi, più espliciti come gli emblemi e gli abbozzi di figure da cui reclamano senso: Incubo scapigliato, Letargo, Protezione, Perplessità, Spirali di desiderio, Il giocoliere.

Quasi che l’avanzare dell’età, senza intaccare il gusto per l’ironia, avesse raddoppiato la forza della sua tavolozza e la voglia di dirsi senza fraintendimenti. Emblematico l’autoritratto che buttò giù all’impronta una decina di anni fa, durante una visita alla Fornace Falcone di Monte Corvino. Quando Gillo Dorfles sedotto dallo spettacolo di quelle enormi giare che cantavano a bocche spalancate di fronte alla fabbrica e conquistato dalla simpatia di un maestro irriverente come Raffaele Falcone, volle sedersi al desco e cimentarsi anche lui nel decorare alcune lastre. Lasciando tutti stupiti per la padronanza con cui maneggiava quei colori polverosi, che non consentono errori e ripensamenti. E ancor più stupiti per il ritratto di sé che disegnò con pochi tratti. Una maschera di un rosa cipriato su cui scolpì in nero i suoi tratti. Quel naso vistoso e ingombrante con cui il suo senso estetico è sempre stato costretto a fare i conti, quegli occhi penetranti di chi guarda dietro e oltre le cose che vede, una bocca dilatata da affabulatore che come un Pulcinella sta per far una linguaccia.

Alla faccia di quelli che ancora pensano che la ceramica sia arte minore, etichette contro cui Dorfles si è battuto con spirito da precursore. E magari di quelli che lo hanno snobbato per la sua formazione di autodidatta, storcendo il naso davanti ai suoi ghirigori. A quel bisogno di abbandonarsi al fluire inconscio della forme e dei segni che raccontava di aver ereditato da suo padre, ammirando gli schizzi che buttava giù nelle sue seriose sedute d’imprenditore.

gillo dorfles3Sì, non si può che restare incantati da un personaggio così sincero e ricco di sfumature, così calato nel suo diritto-dovere di «essere nel tempo», come suggerisce il titolo a chiave di questa antologica a tutto campo, che dà ampio risalto anche alla sua illuminante attività di saggista, maestro di estetica , studioso di costume, miti e riti di una società in perenne transito.

Attenti però, per rimanere fedeli ai suoi insegnamenti, a non scivolare nell’agiografia. Assegnando lo stesso peso a tutta la sua ininterrotta produzione di pittore. Ai suoi incerti esordi anni Trenta, intrisi di surrealismo e profondamente influenzati dalle ricerche misteriche di Steiner, come al forte e ben più significativo contributo di cui lascia impronta negli anni ‘50, irrompendo a stroncare la sterile disputa tra figurazione e astrazione. E collaborando a fondare con altri artisti, venuti anche dal mondi del design, come Munari, il liberatorio movimento «arte concreta» che, abbandonando il sentiero sterile delle ideologie, riportò al centro dell’attenzione il primato della forma e dei materiali attraverso cui si esprime. Un’avventura durata oltre dieci anni, in cui Dorfles iscrive le sue opere concettualmente più rigorose e forse più belle.

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