Mario Dal Co
Torna una «fiaba musicale vera»

Bambini in guerra

Radiotre ha riproposto l'opera che Sandro Cappelletto e Claudio Ambrosini hanno tratto dal "Quaderno di Boschet", splendida testimonianza del rapporto fra tragedia e immaginario popolare

1. Il quaderno
Nel maggio 1993, la Biblioteca Comunale di Seren del Grappa allestisce la mostra fotografica “1917/1918 – il Feltrino invaso”. Il parroco di Seren, Giuseppe Boschet offre agli organizzatori della mostra il suo quaderno di quarta elementare, scritto sette anni dopo la fine della Grande Guerra. La sua maestra di quarta, Anna Maria Piccolotto, detta il titolo di un tema da svolgere in classe «Racconta un fatto che ti ha impressionato molto».  Boschet sceglie ricordi della guerra e dell’occupazione impressi nella sua memoria di bambino di 4 anni. Il tema piace alla maestra che gli dà Bravo chiedendogli di continuare a scrivere su quaderno di quinta, dove bisogna scrivere piccolo e questo impegno preoccupa Giuseppe: «Io ho detto che non ci sto perché non sono usato a scrivere piccolo. Poi ho visto che è rimasta stufa e allora sono rimasto stufo anche io (..) ma la Maestra ha detto che mi lascia fuori dal tema degli altri se scrivo le cose della guerra». Così nasce il patto tra Anna Maria e Giuseppe e nasce il quaderno dei ricordi.

Edito in anastatica da Zanetti nel 1994, tipografia DBS di Rasai di Seren del Grappa, il quaderno di Boschet offre una visione della guerra straordinaria, quella di un bambino piccolo, che non si chiede perché, ma interagisce con i fatti e con le persone, ignorando le versioni raccontate dai giornali sotto censura e dai bollettini fumogeni del Comando Supremo. Il bambino ignora, infatti, tutte le finzioni retoriche che mostrano da un lato i nostri eroi coraggiosi e magnanimi, e dall’altro i nemici vili e crudeli, e percepisce, pur nei suoi limiti cognitivi, molto di più della realtà di quanto sia capace l’epica della guerra.

bambini e prima guerra mondialeIl quaderno è pubblicato con note storiche e linguistiche e con poche fotografie significative, con un piccolo ma sapido apparato critico. Un apparato scarno, prodotto da una cultura storica che negli ultimi anni ha superato i manicheismi e restituito l’enormità di catastrofi, violenze, meschinità e generosità che, con la rotta di Caporetto, ha travolto le popolazioni del Friuli e del Veneto nord-orientale. La guerra ha schiacciato i singoli attori trasformando in pochi mesi con indifferente imparzialità i vincitori e i vinti del momento nel loro opposto, lasciando una scia di devastazioni che ha annientato con la miseria, la fame e la violenza sia i vinti sia i vincitori. La scenografia edificata dai regimi di guerra  nega la libertà per cancellare la possibilità di nutrire i propri personali sentimenti di umanità. Ma essi si impongono ad alcuni, spesso in momenti di assoluta solitudine – come testimonia anche il quaderno – quando, nella desolazione senza luce, affiora il barlume della coscienza oppure, come per Boschet, la pietà di un sentimento religioso popolare, ma profondamente sentito e vissuto.

Il linguaggio è un italiano con inserti dialettali, locuzioni, nomi, soprannomi, che la maestra sorveglia e corregge ma, dimostrando nuovamente una intelligenza non comune, non toglie dal foglio. Il tema dominante è la fame, che tormenta gli abitanti rimasti dopo l’invasione (vecchi donne e bambini) e i soldati arrivati già provati da una scarsità drammatica dei rifornimenti ordinari, e che in poche settimane danno fondo, senza preveggenza alcuna ubriacati dall’enormità della vittoria, alle risorse delle aree occupate,  all’epoca tra le più povere del paese.

prima guerra mondialeRiporto l’incontro di Giuseppe con il soldato austriaco «che mangiava il suo rancio. (…) Era magro, ma magro che si potevano contare tutti i ossi e aveva la faccia bianca  come una camicia (…) e era stufo che pareva che piangesse. Io guardavo la sua gavetta e lui mi ha dato una mano e mi ha preso sul braccio, poi lui non ha più mangiato e mi ha dato tutto quello che c’era dentro. Dopo io andavo sempre su e lui mi prendeva sul braccio  e mi dava da mangiare e qualche volta un cucchiaio lo mangiava anche lui. Dopo non so quanti giorni non l’ho più trovato e mi sono messo a piangere. Forse sarà morto».

2. La favola vera
La collaborazione tra due veneziani (forse sensibili anche perché la città era praticamente in prima linea dopo Caporetto), trasforma il quaderno in «fiaba musicale vera», con inserti di parole di altri autori significativi. La musica e il testo recitato e cantato propongono una rilettura dello spazio emotivo e del tempo tragico. Lo spazio emotivo è quello ristretto dei pochi muri entro cui si svolgono i fatti ricordati, uno spazio intenso e chiuso in cui si muovono pochi ma significativi personaggi, entrati a forza -per così dire – nella mente plasmabile del bambino. Scena classica che viene animata da una lingua vernacola, non per questo meno intensa sul piano emotivo. La dimensione del tempo di carica, anche nelle parole di Boschet, di attesa e timore della morte: un intervallo di tempo sufficiente a ciascun uomo per poter raggiungere gli estremi del suo valore morale.

sandro cappellettoLa prima rappresentazione di questa favola si è tenuta alla Fenice il 13 dicembre 2014, a riprova che quel Teatro non solo lavora tanto, ma soprattutto lavora bene. Ricorda Sandro Cappelletto (nella foto accanto) nella presentazione: «All’inizio del 2014 Claudio Ambrosini, che ringrazio con affetto, mi ha fatto scoprire il quaderno, invitandomi a una nuova collaborazione in vista di un omaggio del Teatro la Fenice al centenario della prima guerra mondiale. Non abbiamo avuto esitazioni: la Grande Guerra doveva essere vista con gli occhi di un bambino. Al quaderno di Giuseppe Boschet, si intrecciano alcuni versi di Anna Achmatova e brevi passaggi tratti da scritti e discorsi di Nelson Mandela. Una poetessa russa e un uomo politico sudafricano. Tutti e due, vissuti nel Novecento sotto diverse dittature, hanno conosciuto la guerra, la prigionia, la più spietata oppressione. Ma non hanno mai odiato, hanno ostinatamente continuato a credere che per l’essere umano sia possibile amare gli altri esseri umani».

claudio ambrosiniPiù avanti Claudio Ambrosini (nella foto accanto) spiega con quali opzioni ha affrontato l’opera «Le scelte musicali mirano a rispettare la duplicità dei piani e degli approcci. Da una parte quindi un coro maschile, espressione vocale di quegli uomini che la guerra virilmente combattono ma che dopo sanno anche raccontarla, ad esempio nei canti di montagna, spesso assai sensibili, delicati. A questa dimensione collettiva si alterna poi una voce di donna, una per tutte, a rappresentare quella controparte femminile che di tutte le guerre altrettanto porta il peso: come madre, sposa, vedova, sorella, fidanzata, figlia. Anche gli strumenti seguono una logica simbolica, oltre che funzionale, dall’iconicità di tromba e tamburo alla duttilità del pianoforte. Una tavolozza essenziale per rendere qualcosa di affine a una pittura naïf o un ex voto, di quelli che s’incontrano talvolta nelle chiesette o sui capitelli nei sentieri di montagna. La “scenografia sonora” adatta a una fiaba, purtroppo assolutamente vera».

Il quaderno contiene anche un’altra colonna sonora nascosta, che non sentiamo neppure nella musica della fiaba, ma che la lettura trasmette in modo subliminale. Sono le orazioni cui la nonna di Giuseppe ricorre nei momenti critici per cercare conforto nella preghiera. Momenti decisivi per il bambino, che in questa vicinanza emotiva e in questa confidenza con la nonna trova  un rifugio. La nonna è il sostegno, mentre il padre è richiamato e la madre irrimediabilmente separata per effetto dell’invasione, perché ha scelto di lavorare a Genova come balia per il guadagnare qualcosa. L’orazione è il passaggio dove la tensione emotiva e drammatica si attenua o si addormenta, alla sera insieme a Giuseppe; ma spesso è anche il passaggio che apre uno spiraglio sull’abisso spropositato tra la vitalità dell’infanzia e il mondo che si contrappone alla possibilità di viverla.

3. Viva Radio Tre…
Radio Tre ha riproposto nel week end degli attentati di Parigi la fiaba musicale di Ambrosini e Cappelletto. Scelta forse casuale, ma sicuramente piena di senso. La voce e l’inflessione vernacolare di Sandro Cappelletto, rimangono sospese nel racconto senza stupore delle cose più  terribili, con il tono piano della favola che contrasta con la musica ricca di timbri e di registri, di dinamiche che richiamano le tensioni delle vicende narrate e del contesto che noi conosciamo e che il bambino narrante ignora.

Non ho trovato nel sito web di Radio Tre il podcast dell’opera, che invece potrebbe essere riproposta. Tra i meriti di questa radio, non ultimo quello di dare un senso al mio obolo obbligatorio a favore della Rai, non c’è quello per un sito web all’altezza della sua produzione ampiamente multimediale o per servizi capaci di assicurare una agevole fruizione on demand dei contenuti, compresi quelli di archivio e di search. Contenuti che, forse, produrrebbero ricavi con la pubblicità se andassero sui canali esistenti della rete…  

Riferimenti
Per il testo di Giuseppe Boschet: http://www.zanettieditore.it/?dp_portfolio=677
Per la presentazione della prima alla Fenice:
http://www.teatrolafenice.it/media/8hukh1418384244.pdf
Per lo spettacolo tenuto a Seren del Grappa il 10 maggio 2015 dalla scuola primaria di Seren:
http://www.libreriaquattrosass.it/spettacolo-teatrale-la-grande-guerra-negli-occhi-di-un-bambino-2/

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