Gianni Cerasuolo
Un nuovo libro sul campione maledetto

Best e il diavolo

George Best, un grande combattente che sconfina nel mito (non solo quello del calcio): lo chiamavano il «quinto Beatle», ma lui amava i Rolling Stones ed è finito come Jim Morrison

Novembre non fu mai un mese fortunato nella vita di George Best. In una partita dell’Irlanda del Nord contro la Bulgaria venne “torturato” da un difensore avversario. Ad un certo punto, Best gli sferrò un calcio stufo del trattamento che stava ricevendo. Fu squalificato per tre giornate. Una sera, invece, era in un locale con un amico. Una ragazza, che aveva bevuto non poco, lo invitò a ballare. George rifiutò con cortesia. Quella insistette e, ricevuto un altro “no” dal calciatore, gli tirò in faccia un bicchiere di “bumba”. Lui rispose con una violenta sberla che ruppe il naso alla donna. Colpevole: evitò il carcere grazie alla condizionale. «La mia vita uscì completamente dai binari in quello che fu il mio novembre nero del 1972».

In carcere ci finì per davvero nel novembre dell’84. Aveva litigato ancora con Angie Lynn, una modella, un’altra delle sue bionde mozzafiato, la relazione più tumultuosa della sua vita. Dopo il bisticcio, lui andò «a fare il pieno» in un locale di Kings Road a Londra. Ne uscì ubriaco. Pioveva a dirotto e per raggiungere un altro locale poco distante decise di prendere la macchina, invece che attendere un taxi. «Nelle mie condizioni non ero in grado di guidare neanche per due metri e la polizia mi fermò praticamente davanti a Buckingham Palace». Lo portarono via, lo incriminarono per aver aggredito un agente e lo rilasciarono in libertà provvisoria. Doveva presentarsi davanti al giudice il giorno dopo. Ma, uscito dalla stazione di polizia alle 6 del mattino, andò dritto a infilarsi in un letto. Si svegliò nel pomeriggio e dato che «la sera prima mi era stato negato il bicchiere della staffa al Tramp, sarei tornato al Blushes per il bicchiere del buongiorno. Quando entrai fu come una di quelle scene da film con Clint Eastwood in cui tutti si bloccano, smettono di bere e di parlare e guardano nella tua direzione». Best ignorava che la polizia lo stesse cercando manco fosse stato un criminale; nei suoi confronti era stato spiccato un mandato di arresto. Doveva essere in tribunale alle 9 di quel sabato mattina, 3 novembre. Lui restò invece al Blushes e tornò nell’appartamento di Oakley Street soltanto alle 7 della domenica mattina. Fuori c’erano tanti giornalisti. Che avvisarono i poliziotti. Tentò di scappare rifugiandosi a casa di un’amica. Lei lo convinse ad arrendersi. Gli furono addosso in otto e lo insultarono pesantemente: «Segaiolo di un irlandese, testa di cazzo, ti credi un gran divo ma sei solo un irlandese di merda». Il magistrato gli tolse la patente per cinque anni ma soprattutto lo condannò a tre mesi di prigione. Nella sua autobiografia, The best, edita in Italia da Baldini&Castoldi nel 2002, George fa scrivere a Roy Collins, giornalista suo amico, che raccolse il lungo racconto: «Il giudice calcò la mano dicendo: “Io considero l’aggressione a un pubblico ufficiale un atto estremamente grave. Coloro che lo commettono lo fanno a loro rischio e pericolo. Non vedo la ragione di fare distinzione tra il suo caso e gli altri solo perché lei è famoso”». La condanna fu confermata in appello quando mancavano pochi giorni al Natale. Il furgone che lo portava al carcere di Pentonville passò anche davanti casa sua. Fu terribile, ricordava. All’arrivo in carcere fu peggio. «La puzza di quel posto mi colpì appena sceso dal furgone, un tanfo di escrementi, cibo marcio e sudore». Lì restò per pochi giorni: faceva colazione alla 7, pranzava alle 12 e cenava alle 16,30 «decisamente in anticipo rispetto ai miei ritmi». Lo mandarono poi in un “carcere aperto” nel Sussex che a lui dovette sembrare un villaggio vacanze dopo Pentonville.

George Best2Ventuno anni dopo, un altro brutto novembre sarebbe stato fatale a George. La morte gli piombò addosso e a quel punto, ridotto com’era, fu una liberazione. Polmonite, setticemia, emorragia gastrointestinale, insufficienza di molti organi scrissero nei referti i medici del Cromwell Hospital di Londra: l’alcol l’aveva divorato e ucciso quando non aveva ancora 60 anni. Era il 25 novembre  2005, dieci anni fa. Poco prima era andato a trovarlo in ospedale Bobby Charlton, il prestigioso compagno di tante battaglie nel  Manchester United. I due non si piacevano molto. Ma poi con la maturità si erano riconciliati. Best riconobbe: «Io e Bobby eravamo come bambini a scuola, ed era una cosa stupida». Molti anni prima, quando arrivò all’Old Trafford, il ragazzo di Belfast ricordava che sir Bobby era solito bere un goccio di scotch prima di entrare in campo. «L’abitudine di farsi un bicchierino era abbastanza comune negli spogliatoi allora, soprattutto nelle giornate più fredde, ma il fatto che lo facesse anche Bobby è buffo se si pensa che in seguito io sarei stato sempre associato all’alcol e lui sarebbe stato identificato come la quintessenza della morigeratezza».

Charlton uscì sconvolto da quell’ultimo incontro con Best in ospedale: «Questa è una vera stronzata» disse, non volendo quasi accettare la fine, ormai vicina, del suo amico. In quei giorni apparve anche una foto terribile di una crisalide di uomo, George morente nel suo sudario che diceva «Don’t die like me», non morite come me, secondo quello che pubblicò il News of the World. Ma non pochi amici di Best sostennero che le parole furono altre e non proprio di pentimento. Forse fu un modo per risarcirlo ancora in vita.

george best e pelèNon è mai stato un pentito, George Best. Non rinnegò quello che aveva combinato. Né scaricò sugli altri l’origine dei suoi guai, anzi chiese scusa per tutto il male che aveva fatto a chi gli aveva voluto bene. «Alle sette del mattino già muoio dalla voglia di bere» ammise in più occasioni. Scrive bene Duncan Hamilton, scrittore e giornalista inglese, in George Best, l’immortale, (edito da 66thand2nd, 493 pagine, 25 euro), apparso da pochi giorni in libreria: «Lui, all’inizio, beveva per combattere la timidezza. Poi per allentare la pressione esercitata dagli altri. Poi per sentire meno l’isolamento a cui, paradossalmente, quella pressione lo aveva portato… continuò a bere per combattere la depressione. Alla fine beveva per dimenticare. Niente riusciva ad allontanarlo dal bere… Né le pubbliche ammissioni e le richieste d’aiuto. Né la psicoterapia e i rimedi farmaceutici, tra cui le capsule di Antabuse cucite nello stomaco. Né la morte della madre per malattie correlate all’alcol. Né i due matrimoni, né i divorzi che segnarono la fine. Né la nascita di suo figlio… Non ci riuscì nemmeno la consapevolezza che gli restava poco da vivere. Essere arrivato a quel punto, commentò, era già una specie di successo».

Chi oggi ammira le gesta di Messi e di Cristiano Ronaldo, chi è rimasto fulminato dai tocchi di Maradona e di Pelé, chi ha nostalgia dei dribbling di Garrincha (una volta George firmò una lettera ai genitori come Garrincha George), non può ignorare Best. I filmati su YouTube non gli rendono giustizia. Eppure su quei campi spesso fangosi e senza erba, il “quinto Beatle” era capace di fare cose straordinarie con la maglia dei Red Devils. In undici anni, tra il 1963 e il 1974, collezionò 474 presenze e segnò 181 gol, per cinque stagioni consecutive ne fece più di tutti in campionato. Sempre con la casacca rossa dai bordi bianchi del Manchester United. Che portò a vincere una Coppa dei Campioni in quel magico 1968, la stagione del Pallone d’oro.

George Best4Fu tuttavia nel marzo del ’66, quarti di finale dello stesso torneo europeo, che Best giocò «la partita che cambiò tutto». Matt Busby, il mitico allenatore del Manchester, sopravvissuto al disastro aereo di Monaco che decimò la squadra inglese, il burbero scozzese che prese sempre le difese di George come fosse un figlio, ebbe a dire dopo il trionfo di Lisbona (5-1) che Best doveva essersi riempito le orecchie di cotone durante il discorso prepartita. Perché l’allenatore aveva chiesto ai suoi di giocare di rimessa, di aspettare il Benfica di Eusebio, a stento domato a Manchester nella partita di andata finita 3-2. Ma dopo sei minuti Best raccolse un traversone su calcio di punizione, si arrampicò più in alto del difensore avversario e mise la palla in rete. Poco dopo la replica, un gol bellissimo, travolgente, qualcosa che avremmo poi rivisto fare a Maradona: l’attaccante nordirlandese prese la palla a centrocampo, quaranta metri velocissimi, pochi tocchi per sbarazzarsi dei difensori e segnò il 2-0. Fu allora che A Bola, il quotidiano portoghese, titolò: «Un Beatle chiamato Best distrugge il Benfica». Fu allora che, complici i capelli lunghi e i basettoni, divenne il «quinto Beatle», lui che amava i Rolling Stones ed è finito come Jim Morrison. Fu allora che i flash dei fotografi cominciarono a bersagliarlo, le donne a contenderselo, i giornalisti a pedinarlo, la pubblicità a pretenderlo, i difensori a rifilargli calcioni. Graham Williams, una sorta di mastino che giocava terzino nel West Bromwich Albion, gli disse su una spiaggia di Maiorca, molti anni dopo: «Per una volta è bello veder la tua faccia, invece del tuo culo che si allontana di corsa». Grandioso e rozzo omaggio ad un genio del football.

Perché questo è stato Best, uno che è lassù nel cielo stellato del calcio. E pazienza se si continua a parlare di lui come dell’artista maledetto che cadeva in balia dei suoi demoni, come amava ripetere: le donne, l’alcol e le carte (spesso lo si dimentica, ma lui fu anche uno affascinato e travolto dal tavolo verde) tra un tripudio di stivaletti e capelli beat in un mondo che si stava capovolgendo. Un modello con quei maglioni bianchi con il collo alto che faceva impazzire le ragazze. «Tutti volevano un pezzetto di George Best», rifletteva lontano dai palcoscenici che lui calcava come una rockstar. Voleva cambiare faccia, così avrebbero smesso di inseguirlo. Sembrava un baronetto eppure nessuno pensò mai di invitarlo a Buckingham Palace.

george best3A 26 anni, la carriera di Best era già finita. Anche il “suo” pubblico, quello dell’Old Trafford, cominciò ad un certo punto ad abbandonarlo. Non gli furono risparmiate critiche e sermoni, montò l’indignazione dei benpensanti. Così si rifugiava a Marbella, a Maiorca o su qualche altra spiaggia. Non lo trattennero e lui lasciò il Manchester. Cominciò a gironzolare come uno zingaro da un continente all’altro per elemosinare buoni ingaggi. Nessuno ebbe compassione di lui. L’ingrato Manchester in seguito si rifiutò di organizzare una partita che lo aiutasse a superare uno dei momenti più difficili della sua vita: era rimasto senza una sterlina. Non c’era più Matt Busby che pure aveva tentato in tutti i modi di farlo rigare dritto. Quando, a metà degli anni Sessanta, gli anni in cui «erano le donne e non l’alcol a tenermi lontano dal mio letto», Best cominciò ad uscire con una donna sposata, Dahlia Simmons, Matt andò su tutte le furie e  lo convocò nel suo ufficio. Una stanza che era posta alla fine di un lungo corridoio, il “miglio verde” come lo chiamava George, perché sapeva che quando il mister chiamava era per qualche lavata di testa e fare quel percorso era la più lunga e difficile camminata della vita. Ovviamente mentì all’allenatore e disse che non avrebbe più rivisto quella signora.

C’è tutto un repertorio di frasi che hanno contribuito a fare di George Best un’icona della trasgressione e del dare scandalo. Quasi che si debba venerarlo come un santino indemoniato. Fu lui stesso che diede una mano a questo rituale. Quando diceva: «Se fossi molto brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé»; «Ho speso gran parte dei miei soldi per alcol, donne e automobili. Il resto l’ho sperperato»; «Ho smesso di bere… ma solo quando dormo».  Affermazioni anche autoironiche. Ma a volte accadeva, successe negli ultimi anni di vita, che si presentasse in uno studio tv ubriaco fradicio, continuando a ripetere: «A me piace scopare…», senza che il conduttore interrompesse la penosa esibizione di un uomo malato.

«La “bumba” cominciò a distruggere la mia carriera quando ancora non era quasi iniziata». Si era avviato a Manchester da Belfast, quartiere Cregagh Estate, nel luglio del 1961. Aveva 15 anni e 2 mesi. Veniva da una famiglia che tostava le fette di pane da un lato solo per risparmiare corrente, il padre lavorava al tornio al cantiere navale, la madre in una manifattura di tabacchi, sei figli, mangiavano patate e torte fatte in casa. Erano protestanti presbiteriani. «È buffo che i protestanti non mi abbiano arruolato» osservava scherzando. L’Ira una volta lo minacciò: non scendere in campo, ti ammazziamo. Lui giocò e segnò.

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