Pasquale Di Palmo
“Burri e altri amici” di Leone Piccioni

L’etica nell’arte

Le invenzioni di Burri, il realismo di Guttuso, la scontrosità di Manzù, il riserbo di Morandi, la poesia di Marcucci. Artisti formalmente e caratterialmente diversi tra loro, ma che il critico accosta nella sua ideale galleria per l’autenticità del loro fare

Anche se non l’ho mai conosciuto, Leone Piccioni ha attraversato la mia vita fin da quand’ero molto piccolo. Ricordo con particolare intensità e nitidezza le sue apparizioni televisive che costellavano le serate della mia infanzia, alcuni frammenti di quella straordinaria trasmissione culturale che fu l’Approdo che i miei genitori si trovavano stranamente talvolta a guardare. Ricordo memorabili presentazioni e letture di Ungaretti che mi lasciavano turbato per via dell’aspetto fisico quanto mai inusuale e della voce che sembrava provenire da qualche anfratto o spelonca (come dimenticare le sue presentazioni alle varie puntate dell’Odissea con la regia di Franco Rossi che inquietavano più di un film dell’orrore?). E le apparizioni di Piccioni con quella sua pronuncia pacata, dall’evidente cadenza fiorentina, caratterizzata dall’erre moscia, che si entusiasmava per l’opera di autori che hanno fatto storia (ricordo che una volta parlò di Ardengo Soffici e del suo romanzo Lemmonio Boreo, suscitando la mia curiosità per quel nome così strampalato).

L.Piccioni 70Con il tempo ho dovuto misurarmi con altri libri di Piccioni (gli studi ungarettiani soprattutto) fino ai recenti volumetti editi da Pananti dedicati con garbo ed eleganza agli aneddoti e ricordi di quella società letteraria del Novecento che ancora segna la nostra epoca (spassosissimi quelli dedicati all’amico Gadda), società che favoriva quant’altre mai i rapporti interculturali. Si pensi a quanti pittori e scultori hanno contratto più di un debito con poeti del calibro di Carrieri, Sinisgalli, Gatto, De Libero, Sereni, lo stesso Ungaretti, prodighi di presentazioni e articoli.

burri copIl primo volumetto di Succedeoggi è dedicato a Leone Piccioni e ripropone alcuni gustosi ritratti di artisti con i quali il critico si è a lungo intrattenuto durante il corso della sua straordinaria carriera: Burri e altri amici (Succedeoggi, 64 pagine, acquistabile sul nostro sito, http://www.succedeoggi.it/i-libri-di-succedeoggi/ ndr). Si tratta di un raffinato libriccino edito in 150 copie numerate che riproduce alcuni cammei tratti dal volume Maestri e amici, originariamente pubblicato da Rizzoli nel 1969 e da lungo tempo esaurito. In questo libro Piccioni passava in rassegna alcuni scrittori novecenteschi che avevano assunto una particolare importanza ai suoi occhi e con i quali si era proficuamente misurato sul versante critico: da Ungaretti a Luzi, da Bilenchi a Gadda, da De Robertis a Bo. La quarta parte del libro era dedicata a una sintomatica galleria di artisti (erano presenti anche Corrado Cagli, Marino Marini e Mirko), con l’eccezione del breve ritratto inedito di Mario Marcucci, qui proposto a chiusura del libretto.

GuggenheimIn particolare bisogna segnalare il primo capitolo dedicato alla figura di Alberto Burri, di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita, in occasione del quale il Solomon R. Guggenheim Museum di New York dedica un’importante retrospettiva contenente 100 grandi opere intitolata The trauma of painting, aperta fino al 6 gennaio 2016. Leone Piccioni ripercorre da par suo l’itinerario creativo di Burri, dalla scelta, effettuata nel 1944, di confrontarsi con il mondo dell’arte a scapito della vocazione medica, scaturita durante l’internamento nel campo di concentramento americano di Hereford (lo stesso in cui era recluso anche Giuseppe Berto) alla continua, tormentata ricerca di una dimensione artistica che potesse appagarlo.

Burri combustionePiccioni racconta la lunga frequentazione con l’artista umbro, il suo carattere ombroso, i suoi lunghi silenzi, ma anche la sua autenticità, il suo anticonformismo, il sapersi mettere sempre in discussione, anche dopo lo straordinario successo e lo scalpore che derivarono all’epoca soprattutto dalle opere dedicate ai “sacchi” e alle “combustioni”. Piccioni ripercorre i momenti più importanti dell’opera di Burri (catrami, muffe, gobbi, sacchi, combustioni, plastiche, cellotex, cretti), rimarcando come si tratti del primo artista che sia riuscito ad approntare un’opera d’arte con il semplice ausilio della materia, senza ricorrere agli strumenti tradizionali. C’erano stati i precedenti riguardanti le sperimentazioni cubiste, futuriste, dadaiste, surrealiste, fino ad arrivare alle provocazioni di Duchamp, ma, come precisa Giuliano Serafini, «prima di Burri, la materia è apparsa dunque come una sorta di alibi dell’arte per mascherare la sua impossibilità di andare avanti, di rinnovarsi sul piano della forma». Piccioni trova insospettabili analogie tra l’opera di Burri e il Leopardi della Ginestra: «Quando provo a cercare un paragone letterario al lavoro di Burri (e c’è chi invoca Sartre, la vena europea, e vuol respingere l’eventuale vena di ricerca americana da altri citata), senza neppur tentare paralleli d’attualità o sociologici, penso alla Ginestra, e penso come da quel momento di poesia, dedicato alla desolazione della crosta della terra, alla sorte dell’uomo condannato alla infelicità, tuttavia Leopardi riesca a far sortire un grido di solidarietà, un messaggio per la confederazione tra gli uomini perché reagiscano insieme, si aiutino, alleviino la sorte che il presente loro propone».

MorandiDopo il cammeo dedicato a Burri figurano i ritratti di Renato Guttuso, Giacomo Manzù, Giorgio Morandi e Mario Marcucci. La scelta stessa dei nomi rappresenta un quid significativo della maniera di operare di Piccioni che non disdegna di rapportarsi all’opera di artisti (come di scrittori) molto distanti fra loro, sia sul versante ideologico sia sul piano formale. Il realismo di Guttuso si può infatti considerare pressoché antitetico rispetto alle invenzioni di Burri ma ciò che interessa il critico è ricercare quella sorta di autenticità, di crisma “etico” che caratterizza l’opera di alcuni tra i più significativi artisti novecenteschi. In questo senso la passionalità di Guttuso, la scontrosità di Manzù o la sobrietà di Morandi divengono facce di una stessa medaglia, l’espressione di una maniera coinvolgente, totalizzante di vivere l’arte, lontana dalle aberrazioni del mercato e di tanta critica solipsistica. Si pensi al riguardo all’aneddoto su una visita fatta a Morandi nella sua casa bolognese di via Fondazza: «Gli riferivamo i prezzi ai quali erano arrivati via via i suoi quadri (e lo sapeva benissimo, ma faceva finta di nulla), noi che le cose che avevamo di lui (e che terremo sempre con noi), le avevamo acquistate in quella casa, sotto quel lume a 30-40 mila lire: ascoltava quei nuovi prezzi, si metteva a ridere: “Ah sì davvero! Se ne accorgeranno, se ne accorgeranno: bell’affare che hanno fatto; staranno freschi”, in bolognese, a ridersela di gusto! Sapesse, ora, dove stanno arrivando!».

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