Sabino Caronia
Ancora su “La metamorfosi”

Il piccolo Cristo

A un secolo dalla prima pubblicazione del celebre racconto di Kafka, breve indagine sulle possibili letture del destino di Gregor Samsa nell’invenzione fantastica del suo autore. Non ultima quella religiosa, che spazia dal “Samsara” alla cristiana santificazione redentiva

«Chi ha letto La metamorfosi di Kafka e riesce a guardarsi nello specchio senza indietreggiare è forse capace, tecnicamente parlando, di leggere i caratteri stampati, ma è analfabeta nell’unico senso che conti realmente». Queste parole scritte da George Steiner nel primo saggio del volume Linguaggio e silenzio mi tornano alla mente in questi giorni insieme a una considerazione del ventenne Kafka in una lettera a Oscar Pollack: «Se il libro che stiamo leggendo non ci desta, come con un pugno che ci martella il cranio, perché allora lo leggiamo?… Il libro deve essere un piccone per il mare gelato dentro di noi». Cento anni fa, nel novembre del 1915, vedeva la luce in un volume doppio, per conto dell’editore Kurt Wolf nella collana Der jungste tag,il celebre racconto Die Wervandlung (vedi anche http://www.succedeoggi.it/2015/10/metamorfosi-dellidentico/).

kafka e FeliceNelle lettere scritte a Felice dal 17 novembre all’8 dicembre del 1912 è ricostruita la nascita di quel racconto, noto in tutto il mondo come La metamorfosi, sino al suo necessario epilogo: «Piangi, cara, piangi, questo è il momento di piangere. Il protagonista del mio racconto è deceduto un momento fa. Se ciò ti conforta sappi che è morto abbastanza pacificamente e riconciliato con tutti». Interessante è il legame che corre tra quel «racconto eccessivamente ripugnante» e l’amore per Felice Bauer in vista delle prossime nozze («Ti amo, Felice, così che, se tu mi sarai conservata, vorrei vivere in eterno»), soprattutto se si considera che l’immagine dell’insetto era già, non a caso, presente nel racconto Preparativi di nozze in campagna: «Quando sono a lettodevo avere la forma di un grosso coleottero, di un cervo volante o di un maggiolino».

Il rapporto con il padre e con la famiglia, da cui l’individuo è risucchiato nella pappa informe delle origini come in delle sabbie mobili, risulta evidente se si pensa che il nome stesso del protagonista del racconto, Gregor Samsa, secondo alcuni, richiamerebbe il Samsara, la catena buddista delle generazioni che troviamo richiamata anche in una considerazione del quarto dei Quaderni in ottavo: «La catena delle generazioni non è la catena della tua più intima natura, eppure vi si ricollega per diversi rapporti. Quali? – Le generazioni muoiono come gli attimi della tua vita. – In che cosa consiste la differenza?».

La forte valenza psicologica del racconto è poi confermata da una lettera a Felix Weltsch del 22 settembre 1917 in cui Kafka chiede all’amico di ricopiargli alcune righe su La metamorfosi contenute nel volume dello psicologo freudiano Wilhelm Stekel Disturbi patologici della vita istintiva e affettiva. L’interesse per La metamorfosi non viene meno in Kafka, se è vero che in una lettera del 21 ottobre 1922 gli vien fatto di segnalare all’editore Kurt Wolf l’esistenza di una traduzione di quel racconto da parte dello scrittore ungherese Sándor Marai che, come egli ricorda, «vive a Berlino».

Pubblicato e conosciuto in tutto il mondo, tranne che per molto tempo in Russia (ma si pensi al giudizio di Nabokov che lo considerava il più bel racconto del XX secolo), La metamorfosi è stato tradotto per la prima volta in spagnolo in un volume di racconti a cura di Jorge Luis Borges che porta anche una sua assai significativa introduzione (La metamorfosis, Buenos Aires, 1938). In un articolo commemorativo, anch’esso per molti versi interessante, lo stesso Borges ha sottolineato che la traduzione letterale del titolo avrebbe dovuto essere La trasformazione ma che ormai, essendo universalmente noto con il titolo La metamorfosi, non ne avrebbe potuto avere un altro. Al riguardo, non a caso, nei suoi Colloqui con Kafka Gustav Janouch, dopo aver messo in bocca allo scrittore praghese l’affermazione che «la poesia trasforma la vita», richiama il seguente giudizio: «Mi preoccupavo al pensiero che Platone escludesse i poeti dal suo Stato. Ma Kafka disse: “Ciò si spiega facilmente. I poeti tentano di applicare all’uomo altri occhi, perché la realtà ne risulti trasformata. Sono quindi elementi pericolosi per lo Stato perché vogliono trasformazioni, mentre lo Stato, e con esso tutti i suoi devoti servitori, vogliono soltanto durare a lungo”».

Tra le tante interpretazioni che sono state offerte del racconto mi sembra interessante richiamare quella religiosa che si fonda su un brano di una lettera a Felice scritta il 18 settembre 1912, proprio nel periodo in cui Kafka stava componendo La metamorfosi, dove egli ricorda che un cristiano della Slesia aveva cercato di convertirlo al Cristo. Non a caso il protagonista dell’ultimo testo teatrale di un insigne scrittore e germanista come Italo Alighiero Chiusano è Franz Kafka che, con il suo alter ego Gregor Samsa, torna in incognito a Praga e Berlino per intervistare i personaggi chiave della sua vita. Nella scena finale, dove tutti i personaggi hanno la netta sensazione che Kafka sia vivo, il centro del dramma è racchiuso nel colloquio tra Greg e Ka: «Perché mi vuoi più bene che a quegli altri?» «Perché sei buono. Perché sei santo. Quello che io avrei voluto essere. E non sono stato». «Tu sei pazzo». «Dì quel che ti pare, Gregor: ma tu sei un piccolo Cristo!». Su questa tematica religiosa si è intelligentemente soffermato tra gli altri Marco Beck: «Per bocca di Kafka, Chiusano sviluppa una penetrante interpretazione di Gregor Samsa come figura laica del Crocifisso. L’uomo-insetto si santifica in una sofferenza redentiva, sino ad assumere, suggestivamente, i tratti di un piccolo Cristo». Se poi lo scrittore praghese fosse tale quale Chiusano lo rappresenta è questione discussa che non ci riguarda e non riguarda la straordinaria invenzione fantastica del suo autore.

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