Danilo Maestosi
Al Macro di Via Nizza

Clonare, fotografare

Dura fino a gennaio il Festival internazionale di Roma della fotografia. Ci sono sperimentatori e maestri, sempre all'inseguimento del trucco pittorico e solo di rado in contatto con la realtà

Un’atmosfera di mesto, cerimonioso congedo accompagna la visita della mostra con cui nel grande salone del Macro di via Nizza il Festival internazionale di Roma della fotografia presenta fino al 17 gennaio la sua quattordicesima edizione. Trascinata dal titolo e dal tema che la rassegna si è scelto, «Il presente», la fotografia sembra qui invitarci a celebrare una sorta d’addio a quelle peculiari ragioni d’identità che la distinguevano fin dalla nascita, per addentrarsi nella palude di contaminazioni ed elaborazioni concettuali nella quale il virus del postmoderno ha precipitato altre discipline artistiche.

Lo sconfinamento più evidente è verso i territori della pittura. Curiosa nemesi che avrebbe il sapore di una rivincita per le pratiche di figurazione tradizionale, costrette a reinventarsi dall’avvento, a fine Ottocento, di uno strumento, come la camera oscura, capace di avvicinarsi alla realtà con più immediatezza e verosimiglianza, se queste pratiche, abbandonate da molti come relitti archeologici, non dovessero oggi fare i conti con una crisi di consapevolezza, traguardi e mercato ancora più devastante.

PAOLO PELLEGRIN3Dalla pittura traggono forza i due lavori che s’impongono al primo sguardo nel salone centrale. Sono gigantografie firmate da un maestro di talento e tendenza come Olivo Barbieri, cui una applaudita antologica, ancora in corso al Maxxi, rende già ampio omaggio. Indubbiamente un bel colpo d’ala la scelta del soggetto, sperimentata in un ciclo site specific sulla nostra città, realizzato l’anno scorso: due diverse inquadrature del plastico custodito al museo della Civiltà romana che ricostruiscono la capitale dell’Impero nel momento del suo massimo splendore. Un artificio calcolato d’ambiguità questo trasloco dalla veduta dal vivo alla copia in grande scala, che consente all’autore di simulare due degli effetti preferiti delle sue esplorazioni: la ripresa dall’alto di un elicottero in volo e i suoi mirati dosaggi di sfocature.

Ma fin qui resteremo nel regno della fotografia. Rivendicando uno statuto di artista senza etichette Barbieri aggiunge però allo sfondo, che ha già alterato con viraggi di colori pastello, sfumature dal rosa al celeste, la nota stridente del segno pittorico, sovrapponendo ai volumi del plastico il collage di una piramide bianca e sproporzionata. Lo stesso espediente che utilizza nel secondo lavoro ritagliando sullo sfondo ingrigito del modellino da museo la sagoma candida e irreale dell’acquedotto antico che scavalcava come una tangenziale caseggiati e monumenti. Trucchi in postproduzione che fanno parte del repertorio di sconfinate magie che le nuove tecnologie e il passaggio dalla macchine analogiche a quelle digitali hanno offerto ai fotografi, per correggere e moltiplicare gli effetti di un’immagine, fissata da un’inquadratura e un clic.

A riportarci alla routine tradizionale della fotografia resta solo la riproduzione e l’ingrandimento dell’immagine a stampa. Non è per fossilizzarsi nelle vecchie spartizioni di campo. Perché non ricorrere ad ibridazioni in un mondo che rivendica il meticciato come orizzonte del presente e del futuro? Sbagliato imporre freni e limiti alla creatività. Ma vengon su due dubbi. Rottamare le specificità della tecnica che si usa e con cui si è raggiunta riconoscibilità da maestri non significa inaridire in partenza la ricchezza dei potenziali espressivi che quella tecnica potrebbe ancora fornire? E non si rischia per questa strada di approdare alla terra desolata, nei vicoli ciechi del kitsch?

PAOLO PELLEGRIN1Come in altri due vistosi esempi di contaminazione che questa mostra espone lungo il percorso. Il primo nel siparietto dedicato all’olandese Rachele de Joode, che ritaglia frammenti di foto, li incolla su sagome piatte o altri poco significanti supporti a rilievo e poi le espone come sculture: lo sguardo sull’istante a due dimensioni della fotografia che svapora e perde anima adottando la vista a tre dimensioni di un pessimo falegname. Il secondo nel singolare esperimento di Fabio Barile che per raccontare il terremoto dell’Aquila sovrappone a due paesaggi di colline fotografate in bianco e nero un tracciato di segmenti colorati preso in prestito da un sismologo che ricorda i dripping di Pollock.

A riscattare lo spettacolo deludente di questa dilagante tendenza alla migrazione e alla clonazione della fotografia la mostra offre, per fortuna, un piccolo suggestivo gioiello che senza rinnegare le armi della fotografia ne moltiplica lo sguardo a specchio, rubando i trucchi della scenografia e le atmosfere spaesanti da realismo magico di alcuni pitturi metà Novecento. Lo fabbrica Paolo Ventura montando in sequenza tre scatti, ispirati da una vecchia foto di Saul Steinberg, nei quali ritrae se stesso, volto attonito e desolato sotto un cappello a larga tesa mentre tiene per mano suo figlio, la faccia increspata in una smorfia beffarda, il corpo fasciato da una buffa giubba da domatore di circo, che in una didascalia lo stesso autore dice di aver visto indosso a suo padre. Lo sfondo rimane immutato: una periferia senza tempo alla Sironi, palazzi grigi, l’insegna di un cinema, un cielo invernale. Immagine dopo immagine invece l’adulto rimpicciolisce, il corpo rattrappito da un fotomontaggio fino a raggiungere la statura di un nano, venti centimetri buoni sotto le spalle del figlio, che ora gli stringe la mano a imporgli protezione e dominio. Non ricordo di aver mai visto  l’inesorabile trapasso di ruoli da una generazione all’altra messo in scena con tanta malinconica intensità.

Strappa un raffronto indiretto, con la pittura classica stavolta, anche uno dei capitoli più gettonati dal pubblico, quello riservato alle grandi firme della fotografia, invitate in occasione di questo festival a misurarsi liberamente sul tema di Roma. Belle e di grande scuola le foto dell’autore di turno, Paolo Pellegrin. Il problema nasce dal fatto che Pellegrin ha accettato e incassato l’ingaggio ma in qualche modo evitata lo sfida. Per paura di rivangare un campo giù tanto e così bene arato da altri, forse. Per una motivazione ideologica, taglia corto l’artista: voglia di raccontare una realtà fastidiosa e rimossa. Toccanti i suoi bianchi e neri, quel suo inseguire col suo obiettivo tra ombre e luci nella sua quotidiana normalità la vita di una famiglia di zingari, momenti di felicità, altri di malinconia. Peccato che l’unico richiamo a Roma delle sue immagini è che questo gruppo di nomadi ci vive: insomma è una città disprezzata ed emarginata in un campo abusivo. Non sarebbe stato più corretto e più giusto legare anche alla città questa immagini, far capire che è qui a pochi chilometri che quest’umanità si consuma, sconta le conseguenze del rigetto cui è sottoposta? In altri tempi non sarebbe stato possibile ad un pittore, neppure uno d’alto rango, sottrarsi in nome della libertà di creazione ai vincoli di un committente, cui doveva successo e sopravvivenza. Magari aggirarli, ma ignorarli mai. Questo non ha impedito ai maestri, che più veneriamo, di sfornare capolavori immortali e innovare la storia della pittura.

Le foto sono di Paolo Pellegrin,
http://www.fotografiafestival.it/portfolio_page/paolo-pellegrin-sevla/

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