Lidia Lombardi
Ancora su “Mahagonny” al Teatro dell’Opera

Brecht ai tempi di Mafia Capitale

La lettura di Graham Vick è una sfida all’Europa di oggi, confusa e priva di fiducia. Con una dedica particolare a Roma, «città che più di tutte conosce l’ascesa e la caduta e che ora, come il Vecchio Continente, è in profonda crisi»

Altro che superato: Bertolt Brecht – mito degli anni Sessanta/Settanta, nume tutelare dell’anticapitalismo, popolare tra il movimento studentesco quanto la Corazzata Potemkin e il Che fare? di Lenin, lustrato per i palcoscenici dalle regie di Strehler – rivive in questi giorni al Teatro dell’Opera di Roma che mette in scena l’allestimento affascinante e insieme anticonvenzionale di Ascesa e caduta della città di Mahagonny con il suo libretto e la musica di Kurt Weill (vedi anche su succedeoggi http://www.succedeoggi.it/2015/10/tutti-a-mahagonny/, ndr). Rivive, il teorico dello straniamento – anzi viene resuscitato, dopo oltre quarant’anni di ibernazione, causa l’edonismo degli Ottanta, la caduta del Muro e dell’Urss dei Novanta, la disillusione verso la politica marcia di corruzione, la rimonta del capitalismo cavalcato dalla finanza creativa, la globalizzazione che è l’opposto dell’Internazionale socialista, la marea migratoria – rivive, dicevamo, grazie alla rilettura registica che ne fa per la Capitale l’inglese Graham Vick, capace di spaziare da Wagner a Mozart e a Stockhausen. Insomma, questa volta non bisogna aver paura dello scivoloso binomio “rilettura registica”, operazione che adombra spesso scombinate attualizzazioni di Traviate e di Carmen, di Don Giovanni e di Figari. Perché Vick declina in salsa contemporanea i due temi fondamentali di Mahagonny che non solo non sono tramontati da quegli anni Venti nei quali l’opera fu composta, ma si ripropongono più spaventosi, come quando i virus, pur medicalmente trattati, si rafforzano, si incattiviscono, aumentano la potenza micidiale. Disordine morale e dittatura del denaro, sono i due temi. E vi sfido a dire che non ci plasmano la vita.

Ma Vick fa di più. Costella i tre atti dell’opera con tanti e tali indicatori del proprio assunto registico da rinvigorire il teatro epico di Brecht. Senza inaridirlo però nel didascalismo tattico, senza togliere suggestione al nuovo, ricchissimo allestimento che il Costanzi, peraltro in coproduzione con La Fenice di Venezia e il Reina Sofia di Valencia, dona allo spettatore.

bertolt-brechtChe cosa vediamo sulla scena? Continui riferimenti, sia contenutistici che scenografici, ai nostri giorni. Di più, alla realtà dell’Europa. Ancora di più, a quello che avviene ora a Roma. Intanto i tre impostori che fondano la città-utopia di Mahagonny. Non sono campioni di bancarotta e lenocinio, come nel libretto. Sono invece, avvertono i “titoli di testa”, ricercati per truffa e traffico di immigrati. Si fermano su un’autostrada che ha i cartelli verdi delle nostre, tirano su dal niente la metropoli come fanno gli speculatori edilizi con i quartieri satellite e i centri commerciali. Calano altri cartelli che recano la scritta “arrivi” e “partenze” degli aeroporti. E la scena di un asettico scalo è attraversata da una folla composita, attratta dalla calamita della città del benessere cheap e senza richiesta di documenti o credenziali. C’è l’emiro gay e il mediorientale che nasconde un bambino nel trolley, ci sono le donne coperte dal burka ma in giarrettiera e calze nere a vista. Il disabile su una sedia a rotelle trasportata da un’ambigua infermiera. Immigrati straccioni e professionisti con la ventiquattrore. Tipi che vediamo nei tiggì. E infatti li inquadrano telecamere, li intervistano cronisti d’assalto, sotto il logo di “Studio 5” – ogni riferimento alla realtà (non) è puramente casuale – mentre sullo sfondo striscioni promettono sconti del 25 per cento e “l’happy hour” che dura tutto il giorno. Niente di strano allora, nella messinscena effervescente di Vick, che il soprano (Measha Brueggerrgosman, nei panni della romantica prostituta Jenny, la voce perfettamente modulata sulle canzoni di Weill) canti prendendo in mano il microfono che le porge l’operatore televisivo.

Niente di strano che in una società di plastica nella quale la vita umana vale niente, le vittime del plot – i taglialegna proletari venuti dall’Alaska dopo aver fatto un bel po’ di soldi ma succhiati nel vortice della novella Sodoma – finiscano in un capiente cassonetto giallo quando tirano le cuoia per essersi ingozzati troppo o aver preso un mucchio di botte, come su un ring. Nel cassonetto finiscono pure i rifugiati straccioni. Mentre in un’escalation di follia la città fondata da quei furfanti che rispondono al nome di Leokadja, Fatty e Moses ammette di poter vivere alla forsennata ricerca di quattro piaceri: sesso, gola, violenza, alcool. Vi si impegolano tutti: il sindaco in prima fila con tanto di fascia tricolore, il cardinale che va a puttane e il vescovo omosex, il bullo che compie un femminicidio, l’imprenditore che gioca impudicamente a golf con la sua mantenuta. Il ritmo è forsennato, la musica oscilla tra accenni di sentimentalismo subito messi a tacere dallo stridio sarcastico di qualche strumento. «È la musica della città, della gente. In questa opera anche gli strumenti sono attori», avverte il direttore della ottima Orchestra del Teatro dell’Opera, John Axelrod. Incalza Vick: «Questo è il mio terzo Mahagonny, venuto dopo quello per il Maggio Musicale nel 1990. E nel nuovo allestimento rafforzo l’idea che non si tratta di un’opera vera e propria, piuttosto di un pezzo di teatro musicale che riprende musica operistica, ma anche quella commerciale e popolare; soprattutto musica proletaria. Ed è una bella sfida per parlare di questa Europa prima orientata a destra, poi a sinistra, in una grande confusione priva di fiducia nel capitalismo e nel socialismo, nella politica e nella chiesa. E per parlare di Roma, una città che più di tutte conosce l’ascesa e la caduta e che ora, come il Vecchio Continente, è in profonda crisi».

Ecco perché l’allestimento del Costanzi è Brecht e va oltre l’epico Brecht, parlando di continuo al pubblico. Vick vuol dirci che responsabili dello sfascio, della disperazione dei giovani siamo tutti, non solo i politici. «Anche i ricchi che frequentano il Teatro dell’Opera», ha chiosato alla presentazione del suo lavoro. Per questo i riflettori di scena a un certo punto puntano verso la platea, che si vede ripresa negli schermi dei finti tiggì sistemati sulla ribalta. Per questo agitano la scena anche 25 giovani attori, in veste una volta di immigrati, un’altra di manifestanti. Gli stessi che quando l’opera si chiude con la disperante certezza che nessuno in quella disfatta umanità potrà salvarsi, irrompono tra il pubblico e srotolano striscioni dai contraddittori messaggi. Due su tutti: “Dio è morto, firmato Nietzsche” e “Nietzsche è morto, firmato Dio”.

(Ps: l’applaudita prima è stata frequentata da moltissimi giovani. Il segno dell’apprezzamento verso l’apertura del Costanzi a titoli contemporanei e poco frequentati, secondo il coraggioso indirizzo disegnato dal sovrintendente Fuortes. Infatti la stagione 2015-2016 sarà aperta il prossimo 27 novembre da The Bassarids di Henze, compositore tedesco scomparso nel 2012).

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