Pasquale Di Palmo
Ancora sul Parise di Silvio Perrella

Sentimenti non sentimentali

“Fino a Salgareda” ricostruisce mirabilmente, attraverso le opere e i luoghi, i “percorsi remoti” dello scrittore vicentino che con i “Sillabari”, sua opera suprema, è arrivato all’origine…

Cominciamo col dire quello che questo libro non è. Non è un romanzo, non è una biografia, non è un saggio critico. E, al tempo stesso, Fino a Salgareda di Silvio Perrella (Neri Pozza Editore, 208 pagine, 14 euro, già su succedeoggi http://www.succedeoggi.it/2015/08/la-citta-di-parise/, ndr) è tutte queste cose insieme e altro ancora, incidendosi nella memoria del lettore come il libro più bello dedicato a quella figura di irregolare delle nostre lettere che fu Goffredo Parise. Uscito originariamente nel 2003 per i tipi di Rizzoli, il libro viene ora riproposto in una nuova edizione riveduta e accresciuta. Il sottotitolo stesso dell’opera è diventato, su suggerimento di Raffaele La Capria che firma l’ottima postfazione, I movimenti remoti di Goffredo Parise al posto de La scrittura nomade di Goffredo Parise, rifacendosi al libro miscellaneo di prosa e poesia, I movimenti remoti, scritto quando l’autore era poco più che adolescente.

Perrella, per ragioni di carattere anagrafico, non ha mai conosciuto Parise, eppure sembra che la lunga e ponderata frequentazione con i suoi testi abbia costituito, sic et simpliciter, una sorta di inimitabile apprendistato teso a investigare, con chiarezza e acutezza di analisi, l’opera dello scrittore vicentino. Per fare questo Perrella prende a riferimento le frequenti peregrinazioni di Parise, suddividendole in cinque pregnanti capitoli dedicati alle città o ai luoghi che rappresentarono un differente approccio con l’esistenza stessa: Venezia, Milano, New York, Roma e Salgareda.

cop perrellaOgni città rappresenta un particolare momento della vita di Parise, associata a uno o più libri. «Non sono nato a Vicenza: sono nato a Venezia. Poiché la vera nascita non è quella biologica, ma bensì la nascita culturale» scrisse Parise a proposito della città lagunare in cui compose, neppure diciottenne, il suo romanzo d’esordio, Il ragazzo morto e le comete, uscito da Neri Pozza nel 1951. Questo «libro lirico e cubista», come lo definì lo stesso autore, rappresenta uno dei momenti più alti e, al tempo stesso, di più ardua interpretazione della narrativa di Parise che, sin da subito, si impone all’attenzione dei critici più attenti (Prezzolini ne favorirà una traduzione americana) come un romanzo sui generis, permeato com’è di atmosfere allucinate e surreali che rimandano a esperienze figurative più che a influssi letterari (si pensi al riguardo alla pittura di Chagall, al cinema di Jean Vigo e ad altri cineasti dell’epoca).

È paradossale considerare come il primo romanzo di Parise, stampato in 1000 copie, pur non avendo avuto all’epoca nessun riscontro sul piano commerciale, sia considerato oggi uno dei titoli più ricercati del Novecento sul versante antiquario. Lo stesso Neri Pozza pubblicò nel 1953, La grande vacanza, accattivante sin dall’illustrazione in sovraccoperta, di mano dello stesso Pozza, estremamente moderna nella grafica, in cui un volo nero di pipistrelli campeggia su fondo azzurro, documentando in maniera quanto mai appropriata la trama onirica e visionaria che serpeggia nel libro.

Milano è la stagione dell’impiego presso Garzanti e della pubblicazione di quello che si può considerare uno dei primi best-seller italiani, quel Prete bello che Parise compose nell’arco di una quindicina di giorni e che uscì nel 1954 presso lo stesso editore che pubblicherà anche Il fidanzamento (1956) e Amore e fervore (1959). Livio Garzanti ispirerà la figura del dottor Max nel successivo Il padrone, definito come una sorta di romanzo pop con la significativa adozione, da parte del narratore, di patronimici che rimandano al mondo onomatopeico dei fumetti (Lotar, Pippo, Pluto). Adombrato per essersi riconosciuto in quel modello, Garzanti si rifiutò di pubblicare il romanzo che venne stampato da Feltrinelli nel 1965. Nel frattempo Parise si era sposato e separato, aveva fatto costruire una casa «con le ali» a Vicenza in cui non riuscirà mai ad abitare, aveva visitato New York che gli aveva fatto una notevole impressione e viaggiava da un capo all’altro del mondo per scrivere i suoi reportage (Cina, Vietnam, Biafra, Laos, Cile, Giappone). Infine aveva deciso di stabilirsi a Roma, vicino all’abitazione dell’amico, succube dei suoi scherzi atroci, Carlo Emilio Gadda. A Roma frequentò scrittori e artisti e conobbe la donna della sua vita, Giosetta Fioroni, a Roma ambientò il controverso romanzo L’odore del sangue, uscito postumo nel 1997 da Rizzoli. Ma Parise non amava Roma che gli appare come una città degradata, sciatta, una caricatura della «Roma post-imperiale, con tutti quelli che venivano appunto dall’Africa, gli schiavi nubiani, le sette religiose di origine araba, i caldei».

Parise nel 1951Poi subentra la malattia, il bisogno di tornare in qualche modo alle origini ed essendosi sbarazzato della propria “vicentinità”, come asserisce nella descrizione di un sogno in cui gli appare il conterraneo Piovene in abiti settecenteschi, lo scrittore si isola in una casetta in quel di Salgareda, frazione che si trova vicino a Ponte di Piave, nel trevigiano, caposaldo del maestro e amico scomparso Comisso (nella prosa di Parise l’eleganza di Piovene sembra convivere con l’innata vitalità di Comisso). Qui si dedicherà a scrivere il suo ultimo capolavoro, quei Sillabari che, usciti in due volumi da Einaudi e Mondadori rispettivamente nel 1972 e nel 1982, costituiscono forse il punto più alto della sua produzione e in cui avviene la riscoperta di tutto ciò che è semplice e naturale. Lo stesso autore dichiarò che si proponeva di «scrivere cose che toccano i sentimenti degli uomini senza essere sentimentali». In pieno regime ideologico, la scelta di Parise di affidarsi a un afflato lirico immediato, in cui il sentimento aveva una sua precisa ragione di essere, si rivelò all’epoca quanto mai dirompente. «Con i Sillabari, lo scrittore ha scoperto un modo diverso di compiere quel movimento d’occhi verso l’origine. Non più uno sguardo lungo, ma tante piccole occhiate furtive e rapidissime, per poi tornare alla luce della vita quotidiana» osserva Perrella.

Si chiudeva emblematicamente il cerchio. Dopo tanto girovagare Parise era tornato nel suo «Veneto barbaro di muschi e nebbie», come si intitola una sua prosa, ed era approdato alla trasognata semplicità di quel «ragazzo morto» che impersonava, per usare una felice definizione di Geno Pampaloni, «l’addio alla giovinezza, alla fantasia e oserei dire alla certezza di futuro che è propria della giovinezza e della fantasia». In parole povere, l’addio alla poesia.

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