Gianni Cerasuolo
Il trionfo nel basket del 1983

L’oro di Nantes

Cominciano gli Europei di basket, la memoria va a un'avventura epica che sembra lontanissima: quella volta a Nantes quando gli azzurri vinsero sul campo e sul ring

Avviso ai naviganti: lontano dal calcio c’è tanto da vedere di questi tempi. Basket, volley e rugby per esempio. Settembre, tempo di canestri (Europei), di schiacciate (World Cup) e di mete (Mondiali). Sport di orchestre chiamate squadre. Tutti i solisti al loro posto, ognuno con un ruolo, uno spartito, senza steccare. Così si costruisce l’armonia, la vittoria.

Tanti Europei di basket fa, io ho ascoltato e visto una grande orchestra, una squadra di buoni elementi, nessuna star capricciosa, che diede vita ad un ottimo concerto, una esecuzione che è diventata una piccola leggenda: l’oro di Nantes. Quel che aveva fatto un anno prima l’Orchestra Sinfonica di Bearzot in Spagna, si ripeté con la Piccola Ensemble di Gamba in Francia. Era il 1983. Il 4 giugno, un sabato, l’Italia a Nantes si issava in cima al resto d’Europa. Adesso vedremo sul parquet i vari Bargnani, Datome, Gallinari, Belinelli, Gentile, Hackett, Della Valle, Aradori, Cinciarini, Polonara, Melli, Cusin. Gli orchestrali di allora erano: Meneghin, Marzorati, Gilardi, Brunamonti, Villalta, Sacchetti, Riva, Caglieris, Tonut, Bonamico, Costa, Vecchiato.

Fu un anno romano, quell’83. A metà aprile il Banco Roma di Bianchini aveva battuto la Signora dei canestri, l’Olimpia Milano, sponsorizzata Billy, al Palaeur. E si era preso lo scudetto. Come il Cagliari di Riva, il Verona di Bagnoli, la Samp di Boskov, il Banco Roma era entrato nel salotto buono del basket italiano sfasciando qualche antica suppellettile. L’8 di maggio a Genova la Roma di Liedholm aveva fatto lo stesso in serie A. Feste e scudetti. Grazie Roma, per giorni, settimane, dal Circo Massimo alla Garbatella.

Dino MeneghinEppure non tirava una buona aria. A maggio era scomparsa Mirella Gregori, a giugno toccava ad Emanuela Orlandi. Nello stesso mese verrà arrestato Enzo Tortora con la gogna delle manette. Robaccia di casa nostra. Su schermi cinemascope, Ronald Reagan annunciava lo scudo spaziale e Margaret Thatcher rivinceva le elezioni. Noi saremmo andati a votare, ancora una volta prima del previsto, e il 26 giugno il Pci di Berlinguer sarebbe arrivato a soli tre punti percentuale dalla Dc ma il pentapartito (dalla Dc al Pli) si era rafforzato nonostante il calo dello scudo crociato. Craxi, il vero vincitore, poteva formare il governo. A quel tempo giravano i primi Swatch e altri oggetti enormi, mostruosi, che si portavano all’orecchio e che introdussero un vocabolo nuovo: cellulare. Non ci saremmo più staccati. Un po’ come accadde nel vedere e rivedere Tony Montana che diceva: «Mi prendo il mondo, chico, e tutto quello che c’è dentro».

Non pensavano di prendersi l’Europa il gruppo di baskettari messi insieme da Sandro Gamba. Un fulmine mancò di poco l’aereo che trasvolava le Alpi, portando la comitiva di giocatori, dirigenti e giornalisti (si sopportavano a stento tra di loro, questi ultimi) da Milano a Parigi. Paura e battute. Si arrivò a Limoges che era notte.

Sembrava notte anche nella prima partita, 26 maggio. Contro la Spagna di San Epifanio detto Epi, di Fernando Martin e di Corbalan. A 32 secondi dalla fine, azzurri sotto di un punto e palla in mano agli avversari. Villalta però si infila nelle trame castigliane, frega il pallone, lo dà a Riva; questi aspetta che salga Marzorati, Pierluigi detto Pierlo da Aldo Giordani, il maestro Manzi del basket televisivo, finta di tirare e l’avversario abbocca, poi si alza per davvero e scocca il tiro. Tre secondi, mancano soltanto tre maledetti, fottuti secondi al termine: il pallone sbatte sul ferro, poteva andare fuori invece decide di finire dentro. Italia 75, Spagna 74. Antonio Diaz Miguel, il coach più longevo su una panchina, 27 anni con la nazionale rossa, quello che un anno dopo, a Los Angeles, guidò, tapino, gli spagnoli nella finale olimpica contro Michael Jordan e Pat Ewing, accontentandosi di un argento che era oro, quello che arrivò dieci anni dopo a Cantù ma vi restò solo per sei partite, ebbene Diaz Miguel ebbe a dire polemico con gli arbitri su quella giocata da palla avvelenata di Marzorati: «Più che un terzo tempo sembrava un giro di valzer».

Non era musica di Strauss, piuttosto l’Ouverture 1812 di Ciaikowskij, quella dove sparano anche i cannoni, la partita di qualche giorno dopo con la Jugoslavia, ovvero la Rissa. Loro sono i campioni olimpici, ci hanno battuto a Mosca 1980, in finale. D’accordo non c’erano gli americani, noi però prendemmo l’argento, l’altra grande impresa di Sandro Gamba, e di Riccardo Sales, il suo assistente, il Barone con la erre arrotata e un paio di baffoni da gran signore, l’allenatore che diede poi dignità al basket femminile azzurro, portandolo anche ai Giochi olimpici, ma non bastò: alla fine della giostra, Sales si prese un calcio nel sedere dalla federazione. Così a volte va lo sport italiano.

Dragan KicanovicAd accendere il match con la Jugoslavia è stato Marco Bonamico: uscendo da un blocco, alza troppo i gomiti  e colpisce, lui dirà sempre «involontariamente», Dragan Kicanovic (nella foto), detto “il cobra”, bel tipo dal tiro micidiale, che giocava nel ruolo di guardia e stava spendendo gli ultimi anni agonistici con la maglia bianca e rossa numero 5 della Scavolini Pesaro. Era un caratteraccio, un attaccabrighe, un trascinatore dei marchigiani. Ora fa il diplomatico e qualche anno fa è stato nominato console della Serbia a Trieste. Kicanovic aspetta un po’ ma dentro di sé freme. A metà gara loro sono avanti: 42-36, “Praja” Dalipagic sta insaccando tutti i palloni che gli danno, Riva invece non ne mette uno, Villalta, Meneghin e Vecchiato tengono in piedi la baracca. Fino a quando Gamba fa sedere Riva e getta nella mischia Gilardi. La partita cambia, er core de Roma, il Totti dei canestri, butta dentro ogni cosa gli capiti tra le mani e mette la mordacchia a Kicanovic. Al 15’ del secondo tempo azzurri in testa e di un po’: 73-62. Accade allora che proprio Gilardi e Drazen Petrovic, un altro dei grandi primattori balcanici, allora giovanissimo, si scontrano. Petrovic finisce a terra sotto il canestro italiano. La panchina jugoslava non aspetta altro. Entrano quasi tutti in campo. Al centro Villalta e Gamba cercano di calmare gli animi, arriva Kicanovic e sferra un calcio a Villalta. Gamba si trasforma in una Erinni, insegue il serbo, lo colpisce. Tre jugoslavi tra cui Kicanovic finiscono sui tavoli dei giornalisti a bordo campo. Saltano tavoli e macchine da scrivere. Molti si scansano, altri tirano qualche colpo ai tre. Spunta anche una forbice nella mani di Goran Grbovic. È una bolgia. La panchina italiana non sta a guardare: il “principe” Cesare Rubini, che è il capo della delegazione azzurra, mena, e come mena, chiunque gli capiti a tiro. Il massaggiatore Galleani non si risparmia ma si prende un calcione da Radovanovic. Arrivano i nostri, cioè i gendarmi, e la rappresentazione di kickboxing sfuma. Torna la calma, si riprende a giocare e l’Italia vince 91-76, in semifinale troverà i deboli olandesi. Ridicole le sanzioni.

Squilla il telefono sul mio tavolo di lavoro ancora in disordine per l’incursione imprevista. Dall’altro capo del telefono c’è Silvio Trevisani, che allora era responsabile delle pagine sportive dell’Unità a Milano. Mi dice, con tono serio: «Spero che tu ti sia difeso e abbia tirato qualche ceffone…». Gli spiego che non ce ne era stato bisogno e aggiungo che nel pezzo che andrò a scrivere non potrò far finta di niente e che non sarò indulgente con la reazione sconsiderata del nostro allenatore. Silvio, prima di fare il giornalista, era stato arbitro di basket, era conosciutissimo nell’ambiente ed era molto amico dei tanti giornalisti delle testate milanesi che seguivano il basket  (Il Giorno ne aveva addirittura due in Francia). Dopo la rissa, gli schieramenti erano già delineati: i cronisti milanesi difendevano a spada tratta il coach, i romani lo criticavano. La zuffa in campo aveva accentuata la frattura tra i due gruppi che era latente. I giornalisti sono tifosi a modo loro. Ma forse in questa contesa tra caratteri individuali e testate giornalistiche (a volte ridicola, se un gruppo andava in un ristorante, l’altro gruppo lo disertava), c’entravano anche il Nord e il Sud, l’Inter e il Milan, la Roma e la Lazio, l’Olimpia Milano e la Virtus Roma, Gilardi e Riva, la Padania e la Terronia.

Il comportamento di Gamba fu un caso per qualche giorno. Sandro era nato a Milano in via Washington. Lì, quando era ragazzo, durante la guerra, era rimasto in mezzo ad una sparatoria tra nazifascisti e partigiani. Un proiettile gli aveva quasi spappolato una mano. Lui raccontava: «I medici italiani volevano amputare, quelli americani no. E mi salvarono. Nel cortile dell’ospedale vedevo i militari giocare a basket. Me ne innamorai e cominciai a giocare». Gli statunitensi lo hanno tanto considerato, e giustamente, al punto che nel 2006 lo hanno messo nella Hall of Fame del basket. lo accolsero Bob Knight e Dean Smith, santoni della palla a spicchi. «Quando mi presentarono al Madison Square Garden come l’allenatore che aveva battuto l’Urss a Mosca, ci fu un’ovazione», gli piaceva ricordare.

sandro gambaDopo la rissa, Gamba non arretrò di un passo: «Sono pagato anche per difendere i miei giocatori. Kicanovic ha colpito Villalta a tradimento e poi è fuggito. Mi dispiace solo di essermelo lasciato scappare… Sono indignato con Kicanovic, uno che prende i soldi da noi e si comporta così». La polemica invece di spegnersi si arroventava. Kicanovic promise furibondo: «Non giocherò più in Italia. La mia vita vale più di ogni altra cosa. Gli italiani volevano farmi fuori. Gamba voleva ammazzarmi». Qualcuno da Pesaro, un po’ ingrato, commentò – come ha scritto Mario Arceri nell’Oro di Nantes – «Meno male che se ne va, così ci risolve un problema…».

Quell’episodio, la rissa, servì comunque a serrare i ranghi. Se nell’Italia di Bearzot il silenzio stampa aveva fatto da diga, isolando il gruppo e lanciandolo verso il traguardo, alla stessa maniera, i pugni e i calci di Limoges, con la vittoria prestigiosa, è ovvio, fecero da propulsori verso l’obiettivo della finale a Nantes. Questa volta la Spagna venne contenuta, arginata, domata senza thrilling. E così quel soldo di cacio di Caglieris, uno dei giocatori più bassi del basket italiano, ma con la dinamite nelle gambe,  afferrò l’ultimo pallone e lo alzò al cielo. Sembrò un Tardelli senza corsa e senza urla ma ugualmente impazzito.

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