Pier Mario Fasanotti
Un giallo per l'estate/5

Cormery e il detective

«Fu a quel punto che nella testa di Cormery s’accese una lampadina: - Telefonate a tutti i reparti psichiatrici degli ospedali della città, descrivete quest’uomo». L'ultima puntata dei "Soldatini di Napoleone”

Riassunto delle puntate precedenti: il commissario Cormery e il suo vice Gasbarro si trovano dinanzi a un uomo morto con due proiettili conficcati all’altezza del cuore. La zona è frequentata da prostitute. Nell’auto della vittima ci sono due cose che incuriosiscono i poliziotti: due mazzi di chiavi e un peluche a forma di rana. La vedova della vittima Letizia, ha un corpo splendido e un viso molto brutto. Scostante, dà l’impressione di non essere mai stata sentimentalmente legata al marito: Cormery ne ricava poche informazioni. La sua attenzione è comunque attratta da una serie di soldatini posti su un comò del soggiorno, di cattivo gusto. Sono i soldatini della battaglia di Waterloo. La vedova, intanto, gli spiega che il secondo mazzo di chiavi corrisponde all’abitazione di Amalia, la zia di suo marito. Il commissario incontra zia Amalia, che aveva fatto da madre a Gianni fino al suo matrimonio. Sì, dice l’amabile donna, mio nipote passava giornate intere qui, anche senza dirlo alla moglie…

* * * 

Cormery non perse tempo. Col cellulare compose il numero che aveva trovato. Rispose il titolare dell’agenzia di detective privati, un tale Alfonso Cormani. Si qualificò e ottenne immediatamente un appuntamento.

– Tra meno di un’ora sono da lei… no, non si allarmi, è solo per delle informazioni… buongiorno, a dopo.

Rimise tutto a posto e raggiunse la zia Amalia in cucina. Mescolava lentamente il minestrone. Si salutarono. Con reciproca cordialità. Cormery le promise di venirla a trovare ancora, magari “con la soluzione in tasca”. Le si umidirono gli occhi, fece sì con la testa, ripetutamente, a convincere se stessa su una rapida soluzione del caso. Era chiaro che si sarebbe acquietata parzialmente conoscendo la dinamica di quella morte e, soprattutto, sapendo che quello o quei mascalzoni non l’avrebbero fatta franca. La sua espressione malinconica pareva significare “meglio che niente”. Ma ormai, pensò il poliziotto, zia Amalia stava faticosamente abituandosi al fatto di aver perso più un figlio che un nipote.

Poi gli porse la mano umidiccia: – Spero davvero abbia trovato un punto di partenza per la sua indagine… un particolare, non so…guardi che l’aspetto, signor commissario, lei mi ha fatto una promessa…sa, non è voglia di vendetta, la mia. È solo che io credo ci sia per davvero una giustizia. Quale che sia, del buon Dio o quella che trovate voi. Ah, una cosa: come faccio a vedere il corpo di mio nipote?

– Mi dia il numero di telefono. L’avviso io e le mando un agente che l’accompagnerà all’obitorio.

– C’è ancora gentilezza in questo mondo. Grazie, grazie.

Poi girò il volto da un’altra parte. Piangeva.

Alfonso Cormani, il detective privato, abitava al primo piano di una casa anni Sessanta al limite di una via rumorosissima. Tanto è vero che Cormery fece fatica a captare per intero le frasi di quell’uomo magrolino, dai tratti appuntiti, stempiatissimo, anzi quasi calvo, seduto alla scrivania di legno nero.

– Come lei sa, commissario, noi siamo tenuti al segreto…

Ma sì, le solite fregnacce. Cormery decise di giocare la carta dell’alleanza professionale: – Lo so bene, ma consideri che in questo caso, ossia in presenza di un morto, lei ed io stiamo dalla stessa parte. Abbiamo pure un cognome simile, ci ha pensato? Sarebbe ridicolo che facessi intervenire il magistrato. Che ne pensa?

Cormani emise di un sospiro di soddisfazione. O di autocompiacimento: – Vabbe’, non sarò certo io a ostacolare un’inchiesta della polizia. Mi permetta, almeno, di  non rivelare il nome di questo club. Sa, io lo chiamo così. A parte questo, facciamo così: lei mi pone delle domande e io rispondo. Ok?

– Perfetto. Prima domanda: per conto di chi queste foto sono state scattate?

– Su richiesta del marito, che ovviamente qualche sospetto ce lo doveva avere. Mi sono intrufolato nel mondo del porno casalingo. Lei lo saprà meglio di me, ci sono tante organizzazioni. Tutte con una facciata rispettabile. Nel caso specifico ho pagato per guardare questa Letizia che faceva i suoi numeri… lei comprende, eh?… dietro un vetro d’una stanzetta. Una prestazione a tempo. Per guardoni. A me è stato facile scattare foto senza farmi accorgere. Ho fatto domande al titolare del club e ho saputo che avrei potuto passare da guardone a cliente in tutto per tutto. Pagando molto di più, s’intende.

– Lo immagino – commentò Cormery – E mi dica: la prestazione segreta di Letizia Marchisio ha avuto una fine? Oppure è ancora cliente di quel club?

– È durata meno di tre anni. Ho saputo che aveva bisogno di soldi. Tutte, più o meno, dicono la stessa cosa. Alcune rimangono, altre fanno… cassa, poi spariscono. A meno che siano ricattate. Sa, succede anche questo.

– Sto a quanto lei mi dice. Un’altra cosa, signor Cormani: che reazione ha avuto il marito? Lei ha esperienza di queste cose.

– Secondo me se l’aspettava, ma tutto sommato non voleva crederci. Mi è sembrato un uomo malinconico e disincantato. Non vorrei sbagliare, ma si è tenuto tutte le foto in attesa di una rottura, di una discussione esplosiva, non so bene. Questa è la mia impressione.

La mattina seguente l’inchiesta ripartì in modo velocissimo e inaspettato. Altra telefonata alle prime ore del giorno. Cormery si allontanò subito da Patrizia, che sbuffò nell’amaro dormiveglia. Era Andrea Perrino, il Serpico esperto in camuffamenti: – Commissario, ho fermato una donna. Che ora è nella mia macchina.

– E chi sarebbe? Dimmi innanzitutto come si chiama.

– Maria Grazia… il cognome non lo ricordo ma…

Cormery lo interruppe immediatamente ricordando quel che gli aveva riferito zia Amelia: – Prima di spiegarmi perché l’hai bloccata, fai in modo che non scappi… anzi, portala subito in commissariato…ma spiegami perché…

– Più o meno nel luogo dove è stata trovato quel pover’uomo c’era lei che frugava nell’erba, freneticamente. Mi sono insospettito, mi sono qualificato come poliziotto e le ho chiesto i documenti. Mentre frugava nella borsetta, ho intravisto una specie di pistola…

– Che tipo di pistola?

– Una che spara pallini di plastica dura… un giocattolo, mica una vera.

Cormery pensò subito al bersaglio di carta e alla rana con gli occhi grossi. Evidentemente Gianni Marchisio si divertiva a sparare anche fuori dai Luna Park. Perrino continuò il suo racconto dicendo che questa Grazia stava cercando una catenina d’argento. Alla domanda sul perché lo facesse, aveva risposto che l’aveva perduta. Perrino aveva insistito con le domande e alla fine Grazia, all’incirca venticinque anni, dolce, graziosa anche se non bellissima, ammise che la catenina era il regalo dell’uomo che amava.

– Tutto qui? Non ha detto altro sul suo fidanzato?

– Si è rifiutata. Che faccio ora, commissario?

– Te l’ho appena detto: portala in commissariato. Però non spaventarla, trattala con gentilezza.

Subito dopo un’altra telefonata. Era l’ispettore Gasbarro.

– Commissario, che faticaccia con questi stramaledetti Luna Park… però, a furia di chiedere in giro, ho trovato il posto dove davano come premio dei peluche come la rana che abbiamo trovato nella macchina…

– Hai detto “davano”… vuoi dire che il bancone del tirassegno non c’è più?

– Appunto. M’hanno detto che erano in due, marito e moglie. Ma sono andati via. Un tizio, particolarmente loquace, m’ha riferito che quella coppia era guardata male perché circolava il sospetto che spacciasse droga ai ragazzi…

– Vieni in commissario. Troveremo una donna che probabilmente sa molte cose.

– Come vuole – rispose Gasbarro, deluso della strada che aveva battuto, alla fine rivelatasi poco importante, anzi inutile.

Era già capitato a Cormery di trovarsi davanti a una persona all’inizio reticente e poi improvvisamente loquace. Grazia Manfredi, la giovane donna della catenina d’argento, aveva la faccia buona e triste. Si mise prima a piangere. Poi disse che amava Gianni.

– Era con lui quando…

– Sì. È andata così, commissario. Gianni voleva farmi provare la sua pistola che spara pallini. Io la presi, ci provai. Ma sbagliai completamente mira, forse per l’emozione. Un proiettile, anzi due, bucò la tela di un uomo alto e grosso che stava dipingendo… era a una decina di metri da noi…

– Il quale reagì male, immagino – disse Cormery.

– Ci insultò, sbraitò, disse parolacce, una dopo l’altra… ora non ricordo che cosa abbia risposto Gianni, fatto sta che quello sparò due colpi all’uomo col quale, da alcuni mesi, condividevo progetti importanti…

Pianse di nuovo. Si riprese e aggiunse che subito dopo il pittore, Omero secondo il rigattiere ambulante, smontò il cavalletto e sparì in fretta e furia.

– Sentii il rumore di una moto…forse era sua, parcheggiata più avanti. Ah, dimenticavo: mi ha minacciata, dicendomi che se avessi fiatato con la polizia mi avrebbe cercata e fatta fuori.

Il commissario aveva ricostruito la dinamica dei fatti. Ma non bastava, ovviamente. Dove si trovava il colpevole?

Congedò Grazia, ancora scossa da un pianto intermittente, e parlò con Perrino e Gasbarro. Difficile trovare Omero, il pittore così iroso da diventare in un attimo un assassino, però bisognava scovarlo a tutti i costi. Probabilmente era un uomo con la mente disturbata.

– Batti ancora quel parco, e magari nei dintorni – suggerì Cormery – Se si crede un grande artista, è difficile che smetta di ritrarre paesaggi, quindi…

– Commissario – intervenne l’ispettore Gasbarro – ma lei crede che possa farsi vedere da quelle parti dopo quello che è successo?

– Non hai torto, certamente. Ma non lo possiamo escludere visto che cerchiamo un uomo con delle turbe psichiche…a meno che…

Fu a quel punto che nella testa di Cormery s’accese una lampadina, come nei fumetti di Walt Disney: – Telefonate a tutti i reparti psichiatrici degli ospedali della città, descrivete quest’uomo.

L’ordine venne pazientemente eseguito. Dopo circa un’ora Gasbarro ebbe tutto sommato la sua rivincita, dopo aver seguito senza esito la pista del bancone da tirassegno:-Commissario, penso che abbiamo fatto centro…

– L’espressione, visto come è andata, non è tra le più felici, lo ammetterai. In ogni caso complimenti.

– Fortuna, solo fortuna – si schermì l’ispettore con un sorrisetto volpino. Poi aggiunse di aver chiesto agli infermieri di tenerlo nel reparto, a costo di dargli sedativi.

– Ottimo, buona idea. Dai, ragazzi, ora si va. E alla svelta. Partiamo tutti e tre con una volante. Ci aspetta un Van Gogh con la faccia cattiva…detto tra noi, speriamo che gli abbiano fatto un’iniezione potente: una scazzottatura sarebbe l’ultima cosa che vorrei affrontare, oggi… è una bella giornata, c’è il sole e mi sento di buon umore. O quasi.

5. Fine

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