Alberto Fraccacreta
Un giovane festival di qualità a Senigallia

Salviamo il teatro al grido di Bacajà!

A colloquio con Michele Pagliaroni, uno degli ideatori e direttori artistici di una realtà “popolare” che tra spettacoli (10 in cartellone) e corsi di formazione punta quest’anno sulla Commedia dell’Arte

«Ci riposeremo! Sentiremo gli angeli, vedremo tutto il cielo di diamanti, vedremo che tutto il male della terra, tutte le nostre sofferenze, si annegheranno nella misericordia che riempie di sé l’universo, e la nostra vita sarà tranquilla, serena, dolce, come una carezza. Io ci credo, ci credo… (Gli asciuga le lacrime con un fazzoletto) Povero, povero zio Vania, tu piangi… (Tra le lacrime) Tu non hai avuto gioie in vita tua, ma vedrai zio Vania, vedrai… Ci riposeremo… (Lo abbraccia) Ci riposeremo!». L’appello all’esistenza che la giovane Sonia in modo ingenuo e profondo rivolge a Zio Vania, nel finale dell’omonimo dramma di Čechov, è forse la vetta più alta del teatro mondiale e, al suo interno, concentra il senso di ogni possibile rappresentazione. L’origine antica della parola “teatro” risiede tanto nell’incantevole sguardo del tauma, la meraviglia di essere, quanto nella conseguente situazione di rapimento estatico che da essa deriva e sfavilla: quasi che il mirare in scena raggiunga la completa identificazione con l’uscire da sé.

bacaja-2015Il teatro, com’è noto, ha un forte timbro politico-paideutico, poiché affronta temi d’interesse comune e raggiunge risposte spesso precorritrici di importanti modificazioni sociali; ma non bisogna dimenticare l’apporto “catartico”, la sua cioè fondamentale attitudine all’esorcismo delle paure, delle vicissitudini, dei mali radicati. È dunque una forma d’arte legata alla palingenesi, alla rigenerazione esistenziale e integrativa: un Paese che desidera elevarsi culturalmente estirpando i pregiudizi, dovrebbe promuovere la sua crescita.

Come ha giustamente rilevato Nicola Fano nel suo intervento sulla chiusura del Teatro Due a Roma (http://www.succedeoggi.it/2015/07/chiude-il-teatro-due/), l’Italia non ha una politica culturale mirata, che si prodighi nell’articolare proposte formative ben salde. Anzi, appare oggi il luogo privilegiato dell’entertainment dilettantistico: qui prospera, qui lede col fendente, qui usurpa il posto di qualità e tradizione. Fortunatamente abitano il suolo nazionale alcune realtà “a macchia di leopardo”, che ancora sopravvivono nella giungla della manipolazione e hanno forza di innalzare vertiginosamente il gusto, talvolta correggendone la tendenza. Bacajà! è senz’altro una di queste. Nasce la scorsa estate in seno al Centro Teatrale Senigalliese dell’attore David “Zanza” Anzalone, insignito dagli onori di pubblico e critica per il sorprendente spettacolo Handicappato e carogna (scritto a quattro mani con Alessandro Castriota, poi edito nel 2008 per Mondadori). Il programma di quest’anno è d’eccezione: Titino Carrara, Leo Bassi, Le Belle Bandiere, giusto per fare qualche nome. Là dentro si respira un’aria di amicizia saldata a una severa professionalità. Intervistiamo Michele Pagliaroni, ideatore e direttore artistico del festival assieme a Erika Giacalone e allo stesso “Zanza”.

Cos’è Bacajà!? Quale cultura vuole trasmettere? A quali valori fa riferimento? Qual è stato il riscontro di pubblico avuto quest’anno?
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Bacajà! è un festival di teatro popolare che si sta svolgendo a Senigallia (dal 12 al 31 luglio) e che propone un calendario di dieci spettacoli serali assieme a importanti momenti di alta formazione teatrale. Il cortile della scuola elementare “G. Pascoli” è stato trasformato, per l’occasione, in un’arena a cielo aperto con la solida architettura dell’edificio a fare da scenografia. Il nome stesso Bacajà! riecheggia la cultura dell’atellana e rimanda al clima infervorato delle feste dionisiache: si pone dunque all’origine del rito teatrale. Un nome che vuole trasmettere vitalità e clamore; siamo esseri umani e al grido di “Bacajà!” pretendiamo di restarlo. Il teatro popolare affronta i bisogni, le urgenze reali dell’uomo e ci permette, per mezzo della risata, di esorcizzarne le angosce, lasciando tracce chiare nelle nostre coscienze. Alla sua seconda edizione, il festival è ancora giovane ma già il pubblico lo premia: la platea è sempre gremita e molti spettatori restano anche in piedi pur di vedere gli spettacoli. Popolari sono anche i prezzi: anche quest’anno infatti abbiamo voluto mantenere il libero ingresso, invitando lo spettatore a lasciare un’offerta in base a “quello che la sua passione pensa di dovere al teatro”, per dirla con le parole di un amico del Bacajà!. Teatro popolare, dunque: ma professionale e internazionale. Il nostro obiettivo era di legare idealmente Senigallia al resto d’Europa presentando un cartellone composto da artisti locali, nazionali ed europei (Francia e Spagna), con l’intento di realizzare una vera e propria rete di connessioni artistiche e culturali. E per la prossima edizione già si guarda oltre!».

I tre stage e gli spettacoli in cartellone sono incentrati sulla Commedia dell’Arte e sulle sue emanazioni. Perché puntare su questo tipo di linguaggio teatrale?
«Gli stage sono una parte importantissima di Bacajà!: per la prima volta i tre maggiori Maestri di Commedia dell’Arte – Michele Monetta, Claudia Contin e Carlo Boso – sono uniti in un approfondito percorso di formazione che descrive analiticamente tutti gli aspetti dell’Improvvisa. Puntiamo sulla Commedia dell’Arte perché è un teatro che parla un linguaggio universale, che si rivolge alla parte più profonda dell’uomo. Un teatro che incarna nevrosi e ipocrisie della società, ne punisce i vizi e premia la virtù. Che sa proclamare vigorosamente una morale chiara, invitando lo spettatore a identificarsi con quello che vede in scena, a prendere parte, a scegliere».

Quali sono i rischi del teatrante di oggi, in particolar modo nel nostro territorio nazionale? Quale dramma vive, inoltre, il teatro contemporaneo?
Lo spirito della nostra epoca si nasconde dietro un intrico di segni, e il rischio maggiore per un teatrante, per un artigiano del teatro, è quello di non abbandonarsi all’esigenza di raccontare la propria visione del mondo. Il teatro deve continuare a essere Luogo della formazione della coscienza sia individuale che sociale. Ma ciò che si rischia oggi è l’appiattimento dei temi e, soprattutto, del linguaggio».

Nonché del pensiero, aggiungo. È vero che per essere scritturati è necessario, praticamente d’obbligo, aver fatto un passaggio in televisione? E quale rapporto sussiste tra la televisione e il teatro? La prima è responsabile della svolta cabarettistica della nostra cultura teatrale?
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Questo è proprio uno degli aspetti a cui mi riferivo nella risposta precedente. La televisione è diventata una sorta di imbuto da cui l’artista deve passare per avere accesso ai grandi circuiti teatrali nazionali. Spesso, in tale passaggio, qualità e umanità si perdono e si assiste a quella che tu definisci “svolta cabarettistica” della cultura teatrale che comporta una forte omologazione dei temi e dei linguaggi, la perdita totale di ogni spinta “eversiva” delle opere e lo snaturamento del ruolo del pubblico teatrale sempre più assimilabile a quello di (tele)spettatori. Il Bacajà! e tante altre interessanti realtà in Italia e all’estero ci insegnano che il pubblico non accetta un tale declassamento e reclama con forza la propria dignità».

[Altri fondamentali collaboratori del festival sono: Serena Anzalone per la segreteria d’organizzazione; Martina Leonardi per l’ufficio stampa; Danilo Mancini per la grafica; Alessandro Brugnettini per la fotografia; Matteo Giunta per l’aiuto organizzativo. Per le info complete sulla promozione, sui partner, sugli stage e sul programma degli spettacoli si rimanda al sito www.bacaja.com o alla relativa pagina Facebook.]

 

 

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