Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Poulidor, lo sconfitto

Sono i giorni del Tour de France, si fatica, si vince e si perde. Ma la memoria corre a un perdente di genio, un campione che arrivò sempre secondo (e non indossò mai la maglia gialla): Raymond Poulidor

Sono i giorni del Tour. Sono i giorni di Felice Gimondi. Cinquant’anni fa, nel 1965, il campione bergamasco, debuttante nella corsa, si prese la Grande Boucle al Parco dei Principi, il 14 luglio, la data  simbolo della Francia. Ma non è di Gimondi che si vuole qui parlare. Quanto piuttosto dell’uomo che l’italiano batté contro ogni pronostico: Raymond Poulidor, il grande sconfitto, l’eroe disgraziato del Tour, le perdant magnifique a sentire i francesi. Che gli volevano un gran bene: aveva il fascino dello sconfitto. E ancora gliene vogliono, ora che è sulla soglia degli ottant’anni.

Poupou fu come un Di Caprio che non prende l’Oscar, come Albertosi con Zoff, come Ullrich con Armstrong, come Messi con Maradona (quando indossa la maglia biancoceleste dell’Argentina): tutti campioni ma vinti. Era un signor corridore che agguantò Vuelta e Sanremo e tante altre corse: grintoso, generoso, ma spesso finiva sui podi più bassi. Poupou, il suo nomignolo, alle premiazioni doveva girarsi e guardare più in alto chi l’aveva battuto. Sicuramente questo accadde al Tour: lo corse quattordici volte, ma mai con la maglia gialla indosso. Mai, neanche per un giorno, nemmeno per una semitappa. Una maledizione.

raymond poulidor2Come in quel 1965. Jacques Anquetil non c’era. Si è detto anche che alla vigilia Jacquot staccasse assegni per incentivare l’impegno della carovana a non far vincere il suo “nemico”, Poulidor appunto. Nonostante tutto, sembrava che quell’anno la grande corsa a tappe non potesse sfuggire a Raymond. Spuntò invece quel Gimondi, un ragazzo di quasi 23 anni con una voce forte e un po’ roca. Neanche doveva andarci al Tour, il giovane che aveva la mamma, la signora Angela, che portava la posta in paese a Sedrina. Luciano Pezzi – che stava sull’ammiraglia della Salvarani – fece in modo di togliere uno dei corridori già selezionati per la corsa d’Oltralpe e inserire Gimondi che nel ’65 era al primo anno da professionista. Avrebbe dovuto dare una mano a Vittorio Adorni, il capitano. Invece già alla terza tappa Gimondi si infilò la maglia, la perse, poi la riprese, respingendo gli attacchi di Poulidor sul Mont Ventoux e umiliandolo in due crono. Due giorni dopo, il 16 luglio, il generale De Gaulle e Saragat tagliavano nastri al traforo del Monte Bianco, esaltando l’amicizia franco-italiana, come si usava dire nell’ipocrita linguaggio diplomatico. E si usa ancora.

Poupou, un nome da barboncino, scrisse ai tempi della Gazzetta dello Sport, Gianni Mura. «Finché sarà in compagnia di Poupou, nome da barboncino, Raymond Poulidor non prenderà il volo, sbatterà le ali come un tacchino che di notte sogna la bianca divisa del cigno, e i tacchini non vincono il Tour».

Anquetil ed Eddy Mercks hanno sbarrato la strada a Poulidor perché la vita ciclistica di Raymond è stata lunga, 17 anni, dal ’60 al ’77. Ha cominciato con Bobet ha finito con Hinault, notava Jean-François Quenét, raccontatore di cose francesi. Sempre con la maglia (bruttissima, per i colori che cozzavano tra di loro) della Mercier, che non aveva nessun interesse commerciale in Italia. Anche per questo Poulidor non è mai venuto al Giro. Bottino di una vita in bici: 199 vittorie.

poulidor anquetilC’è una foto che i suiveurs conoscono bene. È quella del Tour del ’64, scalata del Puy-de-Dome. Anquetil e Poulidor, spalla contro spalla, sembrano sorreggersi quasi, ma forse si fanno dispetti, Jacquot ha la bocca aperta, Poupou indossa addirittura il berrettino bianco, come se fosse partito da poco, e sembra stare meglio. Uno accanto all’altro, «uniti come un nastro che avvolge la montagna», dirà di loro Jacques Goddet, il patron (leggo su un blog, “parole rosse”). Davanti ai due francesi sono scappati Jimenez e Bahamontes, aquile spagnole imprendibili. C’è un ultimo chilometro spietato, crudele; di quelli che qualche volta, raramente, hanno innescato la miccia della ribellione nel gruppo, «una salita così, non è umana…». A 500 metri dalla cima Anquetil cede, è senza fiato, ha la faccia senza colori. Quando il supplizio finisce, sviene sulla macchina del ds Geminiani. Ma appena ritorna in sé chiede se è ancora in vantaggio in classifica. Geminiani gli risponde: «Sì, per 14 secondi…».

Col tempo i due rivali di Francia diventarono amici. Giocavano a carte insieme. Uno era il contrario dell’altro. Freddo, aristocratico e sultano Anquetil. Capace di prendere un sorso di champagne mentre arrancava in salita, amante della moglie, della figliastra e della nuora, raffinato che si infischiava dei pregiudizi. Semplice, contadinotto e fedele, la faccia squadrata e tratti duri Poulidor. Les italianes ebbero Coppi e Bartali, i francesi – che le balle ancor gli girano – questi due.

poulidor3Scartabellando nella Rete, ho trovato il lamento funebre, l’addio asciutto e grandioso a Jacquot scritto da Mario Fossati per Repubblica il 19 novembre dell’87. Fossati in due battute spiega un’epopea: «…Con la gente della strada, Anquetil aveva un rapporto difficile: fatto più di ammirazione che di amore. Del nordico aveva la morfologia anche delicata. Era un aristocratico itinerante capace di decidere un Giro o un Tour in una sola giornata di corsa, nella tappa astratta ma terribilmente concreta ai fini della classifica, la cronometro appunto. Il giorno in cui un ragazzone di Limoges, Raymond Poulidor, gli corse al fianco, il pueblo del ciclismo credette di aver trovato l’anti-Anquetil. Ed era vero ma l’aristocratico puniva costantemente e pure un tantino perfidamente il popolano Poupou…».

Quando Poulidor andò a trovare Anquetil, che stava morendo, i due parlarono a lungo. Alla fine, Anquetil rivolto all’antico rivale disse: «Mi sa che arrivi secondo anche stavolta…». Non parlava del Tour.

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