Raoul Precht
Un racconto inedito

L’incidente

«Lui avrebbe affrontato un bambino del suo stesso peso, una sola gara e basta, poi si sarebbero sommati i risultati dei vari incontri per stabilire quale delle due formazioni sarebbe stata eliminata»

Già la faccenda del peso era una cosa strana, un po’ misteriosa. Gli avevano raccomandato di farsi portare in palestra dai genitori almeno un’ora prima dell’inizio dei combattimenti, pena l’esclusione dalla gara. Dovevano pesarlo per inserirlo nella categoria giusta, e il programma di quella giornata era già sovraccarico, bisognava essere tutti puntuali. Lui puntuale lo sarebbe stato, d’accordo, ma la storia del peso non la capiva mica tanto. Di quanti chili poteva mai appesantirsi tra la sera e la mattina? Già s’immaginava la contrarietà del padre – neanche di domenica ti lasciano in pace – e le obiezioni della madre, che gli avrebbe preparato una decina di panini e tre torte diverse, perché una volta pesato avrebbe pur dovuto nutrirsi, tanto più che gli toccava trascorrere in quel postaccio, senza alcun rifornimento, tutta la giornata. Questo era forse l’aspetto più seccante: la lunga, interminabile attesa prima che toccasse a lui, alla sua categoria, e intanto gli altri, i più grandi, che sfilavano e si allenavano, si allenavano e sfilavano, al solo scopo di farsi vedere. Sarebbe stato anche lui cosi ridicolo, più tardi?

Fuori, proprio a fianco dell’ingresso principale, aveva visto l’ambulanza, con accanto due infermieri annoiati che chiacchieravano fitto fitto tra di loro. Era normale, gli aveva spiegato suo padre, c’è sempre un’ambulanza in questi casi, lo impone la legge, del resto se succede qualcosa (e qualcosa succede quasi sempre, magari una sciocchezza, una slogatura, un attacco di crampi, ma succede)  è meglio che stiano lì, pronti a intervenire. Giusto, pensò lui, è per il bene e la sicurezza di tutti, però un po’ la cosa lo impressionava. Quando passò davanti a loro, uno dei due infermieri, quello più corpulento, fece un cenno di saluto con la testa all’indirizzo del padre, poi abbassò lo sguardo alla sua altezza e gli lanciò di sguincio una lunga occhiata esplorativa, come se volesse valutare la merce. Lui sentì nascere un brivido, ma lo represse subito.

Era la sua prima competizione, e per il battesimo del fuoco era stata scelta un’occasione in cui il club si sarebbe presentato al completo, con tutta la squadra, ragazzi di ogni età. Lui avrebbe affrontato un bambino del suo stesso peso, gli avevano spiegato, una sola gara e basta, poi si sarebbero sommati i risultati dei vari incontri per stabilire quale delle due formazioni sarebbe stata eliminata e quale sarebbe passata al turno successivo. Di sicuro, quindi, non c’era che un combattimento, tutto il resto era da vedere.

Passarono un paio d’ore in cui si annoiò, non riuscendo a interessarsi alle mosse degli sconosciuti che lottavano sui vari tatami, poi finalmente vennero a chiamarlo per gli esercizi di riscaldamento. Si riunirono tutti in un angolo della grande palestra e cominciarono con la ginnastica a terra e qualche presa facile. Alla fine l’allenatore, che viveva lontano, era riuscito a venire, e questo aveva rinfrancato un po’ tutti, anche i più grandi, quelli che non l’avrebbero mai ammesso. Un incontro per categoria, stava ripetendo l’allenatore, si comincia dai più piccoli, quindi tocca subito a voi due – e aveva indicato una bambina antipatica con le treccine bionde e lui. Preparatevi, non manca molto.

Poi la confusione e il vocìo si erano trasformati improvvisamente in una specie di boato, e poco dopo, quando l’avevano strattonato per indicargli il punto in cui doveva portarsi, altrettanto improvvisamente il boato era scomparso. Restava una vaga risacca in lontananza, come un rumore di fondo, ma gli sembrò che intorno a lui non volasse una mosca. Il kimono gli stava grande, le maniche penzolavano, ma una volta tanto non si domandò se, visto da lontano, assomigliava davvero a un pinguino bianco, come sosteneva la bambina odiosa. Anche l’altro era in posizione, stava ascoltando gli ultimi consigli dell’allenatore. Stesso peso, si disse lui, sarà pure così, ma questo qui non mi assomiglia affatto: è basso, tarchiato e senza collo.

L’arbitro dette il segnale dell’inizio e della fine quasi allo stesso tempo. Lui riuscì a fare un passo in avanti, uno di lato, e si ritrovò a terra, mentre un dolore lancinante al braccio piegato gli impediva di pensare. Tutto gli girava sopra la testa, vide come in un lampo una sequenza di facce perplesse, la smorfia della bambina, la sorpresa dell’arbitro, la preoccupazione dell’allenatore; più tardi avrebbe letto anche la sconfitta negli occhi del padre. Ma quel che notò soprattutto, non appena riuscì di nuovo a guardarsi intorno, fu l’occhiata di compiacimento dell’infermiere, che lo stava aspettando.

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