Pier Mario Fasanotti
A proposito di "Fumisteria"

Il romanzo di Portella

Fabio Stassi ha scritto un romanzo che ricama in margine alla verità della strage di Portella della Ginestra. Un caso classico in cui la fantasia può spiegare la realtà

Il paese si chiama Kalamet, nome inventato. O, come suggerisce l’autore, non “tradotto” per distrazione dai fascisti. È in Sicilia. Una mattina come tante, Ester si alza dal letto prima del marito, il facoltoso avvocato Filippo Licata (12 anni più anziano di lei), sessualmente svogliatissimo, clinicamente sterile, abituato a passare lungo tempo nel suo sontuoso bagno. Ester, indossata una delle tante vestagliette, tutte molto trasparenti, prende il caffè sul terrazzino con la governante Mariannina. Cerca il sole, l’aria buona, la luce. Non vuole essere calamita di sguardi vogliosi. Ester è bella, sensuale, corpo slanciato: «In strada la guardavano tutti, non se ne poteva fare a meno…, eppure non ce n’era uno che prima o poi non abbassasse gli occhi… era come se la sua stessa bellezza fosse più sconveniente della voglia degli uomini. Come se tanta solare perfezione nascondesse un riserbo, una distanza, che non era data dalla forma sfuggente del viso, né dall’aria silenziosa che potesse giudicarsi superba». Ma Ester è femmina casta, mai farebbe un torto al marito, stimatissimo in paese. Che come unica lettura ha manuali sull’origine e l’uso delle spade.

Ester diventerà il baricentro di un fattaccio di sangue, sullo sfondo di decennali soprusi fascisti, e del primo grande mistero dell’Italia repubblicana, quando il primo maggio del 1947 (in Sicilia aveva vinto la sinistra) il bandito Salvatore Giuliano apre il fuoco sulla folla festante e lancia manifestini contro i comunisti, causando la morte di 14 persone e il ferimento di trenta. Lì si celebrava la festa dei lavoratori. Interessante, perché ha rigature socio-poetiche, è la serie di considerazioni che Fabio Stassi esterna sui muli e gli asini, ben presenti il primo maggio in quell’angolo di morte: «Almeno fin quando ebbe vita la società contadina, il mulo e l’asino erano sempre stati da sempre la chiave più universale e comprensibile, della sofferenza umana». In particolare i muli: «Il loro odore è quello dei ruffiani, dei lustrascarpe, e loro conto sempre errato di salire di salire un giorno nella scala animale, da mulo a capomulo, ed avere altri asini da vessare». Portella è un valico tra due montagne. Brullo, a parte le ginestre. In quell’angolo inospitale parlarono molti oratori, a cominciare dall’epoca dei Fasci Siciliani. Giuliano morì in carcere per mano del suo luogotenente Gaspare Pisciotta (finito male).

fabio stassi fumisteriaA questo punto molti direbbero: “Ma procediamo con ordine”. No, non è il caso indicando la bellissima storia, arguta e lessicalmente elegante e intellettualmente  profonda scritta da Fabio Stassi , edita dalla Sellerio col titolo Fumisteria (166 euro, 12 euro). Stassi – è giusto ricordarlo – è nato a Roma (1962), ma la sua famiglia proviene dalla Piana degli Albanesi, dove c’è appunto Portella. L’andamento arbitrariamente irregolare della mia segnalazione obbedisce alla fascinazione di questo affresco, storico, personale e brutale della vicenda. Dicevamo: mentre la bella Ester si gode il sole e il caffè a gambe incrociate,  l’avvocato s’incuriosisce nell’avvertire un insidioso odore di fumo nella parte del letto dove dorme la moglie. Eppure lui ha smesso da quasi un mese. Una curiosità, dicevamo, non ancora un sospetto. Diventerà tale grazie all’arguzia di due carabinieri che devono indagare sulla ragione della morte violenta di Rocco La Paglia, trovato in una strazzera, col capo sotto l’acqua di una fontanella che continua a lavare il sangue. È stato ucciso con due colpi di pugnale alle spalle, la punta nel cuore. Lo vedrà anche la coppia Licata. Ester sviene, inorridita. Poco prima il legale ha confidato a un amico: «Te lo giuro. Non che ogni sera, voglio dire, io e mia moglie, insomma… No, è soltanto da quando dormo da con lei, il mio letto profuma di donna, di femmina, capisci? Ma ieri sera, nonostante Ester fosse al suo posto, che sognava come un angelo, il solo odore che ho riconosciuto infilandomi sotto le lenzuola è stato quello del tabacco».

L’amico ci scherza sopra: «Sarà che le donne, le sigarette, fanno parte di noi, ormai, della nostra immaginazione». La spiegazione, singolare ma involontariamente foriera di tragedia, verrà dal “vizio” segreto della governante: le sue sigarette impregnavano gli abiti della “signora”, comprese le camicie da notte e le vezzose vestagliette.

portella della ginestra guttusoUno dei carabinieri decide di esaminare il foglietto lasciato accanto al cadavere di Rocco La Paglia, eversivo, spesso in esilio e in galera. E dalla prigione inveisce contro una terra tradita: «Dal paese se ne sono andati anche gli scarpari, mi hanno detto, perché non hanno più nessuno cui fare le scarpe. Sono rimasti solo quelli senza cervello, un poco di pescatori e chi sta in carcere come me. Quando ci hanno chiuso la miniera, dopo la guerra, perché lo zolfo non serviva più…chi è tornato ai campi, chi con le bande, in montagna… a starci sopra ti viene il gelo nelle ossa… io mi sono messo a fare il contrabbando… a me è andata bene… ho la malattia del chicchiamentu, della balbuzie. E così da bambino. Ormai mi sono rassegnato: neppure quando morirò, riuscirò a terminare la frase. Per questo scrivo, almeno nessuno mi interrompe e si mette a ridere». Quei due carabinieri cominciano a dar retta a quella prassi molto siciliana delle lettere anonime, molte delle quali possono contenere uno spunto se non un indizio. Giunge alla questura di Kalamet uno stentato stampatello: “LA PAGGHIA S’ABBRUCIA SE CI SI FA L’AMURI SUPRA E VI SI LASSA ‘NA SIGARRETTA ADDUMATA!”. Il brigadiere Bellomo, appurato che non esiste un proverbio simile, associa “pagghia” a La Paglia, ossia a Rocco. Che è sempre stato un gran fumatore.

Si scava nella vita del comunista, ma anche in quella dell’avvocato, non a caso accanito lettore di libri sull’arma bianca. Si viene a scoprire che Rocco, poco più che ventenne, baciò appassionatamente Ester. Casualmente, in una sacrestia. Primo e unico bacio tra i due, che si conoscevano da ragazzini. Da quel giorno la ragazza diventò la sua Beatrice. Ma non volle mai mettersi in contatto con lei: troppo in alto, socialmente. Rocco, il cui padre sopravvisse alla strage di Portella della Ginestra, si chiude in se stesso, lavora a bottega con la madre. Deluso da tutto e da tutti. Non vede quasi nessuno. Ma rimugina, fa ricerche in proprio.

salvatore giulianoI carabinieri raggrumano la loro verità mettendo insieme i brandelli più importanti tratti da un «turbine di chiacchiere». Licata viene arrestato e condotto al carcere dell’Ucciardone, sbalordito come un imputato di Kafka. Sarà un carabiniere, disobbediente ai regolamenti, a informarlo grossolanamente del perché delle manette ai polsi. Ossia che avrebbe ammazzato Rocco per gelosia sulla scia della convinzione che tra questi ed Ester continuasse da tempo una focosa relazione adulterina. Ecco spiegato il mistero dell’odore di fumo, mischiato a quello della femmina nel letto coniugale. L’avvocato pronuncerà, prima di precipitare in una afasia regressiva, una sola parola: «Buttana». Parola che appesantirà, durante il processo, il capo di imputazione. Intanto il paese pare quasi unanime: c’è chi parla di diritto d’onore, c’è chi insiste sul comportamento della “buttana”. Infine un’ondata di contumelie contro Rocco: «I contadini devono stare con i contadini». Poche le eccezioni, tra cui quella di un prete, amico del rivoluzionario deluso, del comunista, del fumatore accanito  e presunto sciupafemmine… Ester va a trovare in carcere il marito e si trova dinanzi a una larva umana che scrive frasi sulle pareti della sua mente scivolosa. Tra cui: «Siamo nudità che si cercano. Soltanto questo». Oppure: «Tutto è ombra, anche l’amore». Lei è disperata. Decide di chiudere la casa e partire. Per dove non sa ancora. Il giorno della vigilia riceve la visita di un amico intimo di Rocco,  Santo Cicala. Il quale spiega, facendo i nomi, chi davvero furono coloro che ordinarono al bandito Giuliano di sparare sulla folla. Ecco finalmente la verità su Portella della Ginestra. Verità scabrosissima scoperta da Rocco, che per questo pagò con la vita. Ovviamente non ve la riveliamo.

Certo, quello di Fabio Stassi è un romanzo. Si sa tuttavia che spesso la narrativa fa luce sulla storiografia. A proposito della ripetuta delusione che si mastica in Sicilia, mi viene in mente quanto un giorno Leonardo Sciascia disse: «I siciliani non amano il mare perché dalle onde arrivano gli invasori e perché tra le onde ci sono le navi sulle quali s’imbarcano coloro che lasciano per sempre la loro isola». Stassi non cita questa cruda frase, il cui significato però pare serpeggiare tra le sue pagine.

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