Sabino Caronia
Ancora su “La tempesta invisibile”

Canto per l’eternità

Nell’ultimo romanzo di Dino Claudio tornano alcune caratteristiche costanti dell'opera dello scrittore e poeta pugliese. La continuità tra poesia e narrativa, il tema del silenzio, la religiosità… Il tutto tenuto insieme in un impianto avvincente

Ritornano in questo ultimo romanzo di Dino Claudio, La tempesta invisibile (Edizioni Medusa – vedi anche http://www.succedeoggi.it/?s=Dino+Claudio), alcune caratteristiche costanti della sua opera. Innanzi tutto quella che Donato Valli e con lui la critica più avvertita ha sottolineato: la continuità sostanziale tra la poesia e la narrativa. In secondo luogo il motivo del silenzio a proposito del quale non a caso Bruno Rossi, che ha dato una significativa indicazione della «classicità trasgressiva» nell’opera di Dino Claudio, intitola Silenzio e parola un capitolo della sua monografia Dino Claudio. Il dolore e la luce (Roma, Bulzoni). Già Giuliano Manacorda nella sua prefazione a I sentieri del vento faceva delle osservazioni interessanti a proposito del tema del silenzio. Forse – scriveva Manacorda – proprio da questa situazione estrema, che apparentemente non avrebbe scampo nel suo precipitarsi verso il nulla, nasce la poesia, non come enunciazione di quella disperazione, ma come sua liberazione, o per dir meglio la poesia come pronuncia cosciente di una convinzione e suo immanente superamento, dato che la convinzione era quella del dominio, invocato o subito, del silenzio totale. Da questo consegue una «lotta tra parola e silenzio» che a giudizio del critico riguarda la totalità della sua personalità umana e poetica.

Dicevamo che ritornano alcune caratteristiche costanti. Ma quest’ultimo romanzo di Dino Claudio è stato per me una piacevole sorpresa. È un libro che presenta infatti, pur nella profondità e complessità delle problematiche sul senso della vita, dell’uomo e della presenza di Dio nel mondo, che sono del protagonista, un impianto narrativo solido e insieme agile che permette al lettore di procedere con vivo interesse, senza intoppi fino alla fine. Le riflessioni sulla vita e sul senso del nostro essere in questo mondo, la beffa del tempo, l’enigma metafisico, la coscienza del male, di leopardiana memoria, proposte sotto forma di diario nel contesto di un monologo di ascendenza appunto leopardiana, non pesano, non interrompono o spezzano il fluido svolgimento della narrazione, come, del resto, le considerazioni sulla religiosità del protagonista.

cop Messina. jpegSilvano è uno che ritiene di «non essere più cattolico» anche se, gli dice l’amico Rik, «il cattolicesimo ce l’hai nel sangue» (p. 79), è un ex cristiano («Crede che un ex cristiano può tornare a Cristo con una bella predica?», p. 174-175), anche se la sua negazione di Dio è in qualche modo un’affermazione. Il dialogo, o meglio il discorso che fa a Dio non può non far pensare alla ricerca dostoevskiana di Ivan nei Fratelli Karamazov: «Forse ti annoieranno un poco queste mie perplesse riflessioni, ma [… ] sono stato proprio costretto a pensare che la tua vacanza tra gli angeli è durata troppo a lungo, a ricordarti che gli uomini sono tue creature e che ormai è ora che ti comporti come un padre» (p. 224). A questo proposito Dino Claudio in un’intervista ha affermato che il protagonista del suo romanzo «è piuttosto un figlio che guarda con livore al padre». Il discorso sul suicidio viene portato avanti in tutto il libro da Rik, quella figura dell’amico carissimo dai tempi degli studi universitari che è, a nostro avviso, una sorta di alter-ego del protagonista – hanno vissuto insieme una giovinezza ribelle e alternativa, poi il nostro ha cercato e trovato, o almeno si illude di aver trovato, una dimensione ‘normale’ mentre l’altro è caduto sempre più nella droga fino alla pazzia che lo porta in manicomio. Silvano cerca sempre di opporgli motivazioni contrarie al suicidio. E alla fine per Rik c’è una sorta di ancora di salvezza nella sorella che lo porta con sé a Londra. È Silvano invece, quando non ci aspetteremmo una tale scelta, perché sente la responsabilità di stare vicino al figlio tanto simile a lui, sconvolto dall’abbandono della madre, che decide di farla finita. Certo il suicidio è un atto sconcertante e tuttavia non è dettato da una volontà di annientamento o di sfida a un Dio negato e cercato, è invece una scelta d’amore, fatta nella convinzione che sia l’unico modo per raggiungere e stare accanto a quel figlio che lui crede ormai morto.

Passiamo ora un momento a considerare le figure femminili nel libro. Quella più importante, la moglie, è assolutamente negativa. Le stesse figlie sono in parte succubi di questa, specie Carla che sopravvive alla sorella Marina vittima di un incidente assurdo e tragico – si può notare però che anche in questo caso la colpa è della madre, che insiste a far partecipare la figlia alla gara di nuoto, contro il parere del padre. In proposito si potrebbe sostenere che nel protagonista è presente una sorta di complesso di abbandono, che nella donna più che una compagna paritaria egli sembri cercare sempre la madre, e che a questo complesso risponda anche il bisogno di essere abbracciato persino dalla natura, dalle cose inanimate: «Nel cuore mi si scioglie una disarmata voglia di carezze e le chiedo alla strada, ai muri addormentati dei palazzi, alle statue, agli scrosci delle fontane, all’aria stessa della notte che reca alle mie labbra non so che pollini di perduti fiori di loto» (p. 93). Quest’ultima bene esemplifica la caratteristica che in questo romanzo colpisce maggiormente e che ci rivela in pieno l’animo poetico dello scrittore, la descrizione di Roma, una Roma notturna, tra statue e fontane, che è stato d’animo del protagonista, ma è insieme reale, colta con una maestria veramente notevole, con splendidi sfondi paesaggistici che ci fanno pensare al migliore D’Annunzio

Non vanno nemmeno dimenticate le belle descrizioni paesistiche della Puglia, in quel ritorno di Silvano al paese natale e alla madre che sembra veramente aprire un nuovo spiraglio di speranza nella vita del protagonista. Basti un solo esempio: «Il mare a poco a poco cambia in musica il suo fragore, gli schianti si fanno ritmo di culla ed in me la girandola dei pensieri sconfina ormai in visioni oniriche. Sono come un sasso dimenticato tra le erbe silenziose del Partenone. Su di me, tra le colonne diroccate, monche architetture e un grande cielo azzurro. E in quell’azzurro mi perdo, e mi addormento» (p. 200). Qui l’ungarettiano riferimento alla pietra “disanimata”, come altrove i riferimenti leopardiani, lungi dall’essere dei banali richiami, diventano anima e sangue: «La morte si sconta vivendo». Tutte le descrizioni non sono mai fini a se stesse, sono piuttosto come una distensio animi, servono a dare la nota giusta al momento giusto, a preparare il seguito della narrazione, che procede, lo ripeto, con vivo interesse e senza intoppi fino in fondo. E non è poco. Per concludere, veramente significativa è l’epigrafe agostiniana posta all’inizio, che, al di là della sua valenza religiosa, esprime, come meglio non si potrebbe, la tensione verso l’assoluto che è propria anche di quest’ultimo romanzo di Dino Claudio: «… Per cantare il canto/ Nuovo debbo amare le cose eterne».

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