Andrea Carraro
Ancora su "Passaggio in Sardegna"

Ritratto di Sardegna

Il nuovo libro di Massimo Onofri è il suo migliore: l'autore racconta come un romanziere una terra mitica fatta di cose belle e cose brutte e perfino orride

Forse questo Passaggio in Sardegna (Giunti, pp.279, 12 euro), nuovo libro di Massimo Onofri ospitato nella bella collana Italiani di Benedetta Centovalli, è il migliore che ha scritto il critico-saggista viterbese (da molti anni professore all’università di Sassari) nella sua ormai lunga carriera di critico e saggista, comunque quello che a noi è piaciuto di più. Testo ibrido, di confine, che è difficile e pure ingeneroso rubricare in un genere – saggio storico, letterario, etnologico, naturalistico, enogastronomico, ma anche reportage narrativo, diario di viaggio, ironica autobiografia, a momenti pure pamphlet ecc. – Passaggio in Sardegna (clicca qui per leggerne la recensione di Nicola Fano) si richiama esplicitamente nel titolo al capolavoro di Forster Passaggio in India, certo per sottolineare l’idea del viaggio in un luogo amato ma “altro”, che è necessario conoscere a fondo, e anche “vivere”, per poterlo raccontare con onestà. Pur trasmettendo tanta conoscenza, Passaggio in Sardegna riesce a tenere desta l’attenzione del lettore grazie a una scrittura ricca, camaleontica, duttile, capace di spaziare fra diversi registri senza mai perdere smalto e necessità.

massimo onofri passaggio in sardegnaNumerosi sono i luoghi dell’isola che tocca Onofri nel suo itinerario e ciascuna tappa diventa occasione per parlare degli scrittori che quei luoghi hanno raccontato o dei personaggi che ci hanno vissuto o ci vivono: dalla Nuoro degli amatissimi Grazia Deledda e Salvatore Satta (ma anche del contemporaneo Marcello Fois, fra gli scrittori di oggi quello a cui dedica più attenzione) alla Siligo di Gavino Ledda, dall’Asinara del carcere speciale alla Sassari di Salvatore Mannuzzu, dalla Barbagia di Gramsci (splendide le pagine sul pensatore comunista, anche attraverso il filtro di un altro grande comunista, Enrico Berlinguer, cui Onofri rende un commosso e inaspettato omaggio) alla Bosa e Villacidro di Dessì, dalla Caprera di Garibaldi (con gustosi reperti agiografici) alla Maddalena raccontata da Soldati, dalla Macomer toccata da Lawrence in Sea and Sardinia (libro più volte evocato quasi a mo’ di vademecum) alla Orgosolo del regista Vittorio De Seta (Banditi a Orgosolo) fino alla Gavoi dell’omonimo festival letterario ecc.

Onofri rivela anche una attitudine all’ingrosso narrativa in questo libro: come ritrattista anzitutto, sia di figure già consegnate alla storia, sia di contemporanei (scrittori, amici, allieve assai più che allievi, in gloria di quello che l’autore stesso definisce il “proprio stilnovismo patologico”), ma anche nel gusto sapiente e preciso delle descrizioni paesaggistiche, naturalistiche  e  monumentali, sia cose belle che cose brutte e perfino orride, con qualità diresti da romanziere, come in questi due brani che stralciamo dalla tappa a Macomer: «Massimo fissa la strada che si fettuccia rapida davanti a noi, sotto un cielo grosso di nuvole gloriose e che, visto da qui, dall’altopiano assorto di Macomer, ci appare sontuosamente teatrale». «Siamo quasi arrivati a Macomer. Erba e sterpi che resistono su distese di basalto: e sul ciglio davanti a noi, la fila sghemba di case mal costruite e ancor peggio rifinite, che s’arrampica a fatica, i palazzi faticati in bilico, gli spenti colori di pioggia, il triste squallore».

Un’altra annotazione che credo utile, riguardo alla ritrattistica: vero è che le descrizioni, specialmente di figure muliebri, siano quasi sempre complimentose e galanti atte a celebrare la bellezza femminile sarda o comunque di impronta mediterranea: però non sono mai generiche, riescono sempre a suggerirti una qualità esclusiva, tipica, come in questo incantato disegno fisiognomico della sua ex allieva Manuela Madau: «Manuela è figlia del vecchio guardiano del faro di Capo Caccia, ma non è solo questo che la rende così affascinante: l’ovale basso del viso che s’allarga, di modo che le labbra, dal disegno molle e caldo, carnale, possano trovarvi gloria: gli occhi nocciola pronti a incendiarsi, scintillanti quando dilaga quel sorriso contagioso, ma d’un nocciola di cui si intuisce anche qualche pagliuzza dorata…».

Mi rendo conto di non aver dato sufficiente risalto alle notevoli qualità del libro sul fronte della critica non solo letteraria, partendo magari da una mostra di Giacometti al Man di Nuoro o dal ritrovamento dei Kolossoi a Cabras. Ma queste sono qualità già note che Passaggio in Sardegna non fa che confermare. Mi resta ancora una cosa da aggiungere. Questo libro è infine un utile dispositivo per smascherare certo kitsch insultare etnico-intenso come lo stesso Onofri mi sembra lo definisce da qualche parte: «… ma resta, della barbacirinità da protocollo folclorico, dico quella celebrata dai romanzieri isolani mediocri e di poca immaginazione…». Concludo con un personale – e marginale – rammarico: in queste pagine non si fa mai neppure un cenno a Fabrizio De André, che pure con la Sardegna ha avuto molto a che fare.

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