Alberto Fraccacreta
Dopo la sfida di Berlino, a 30 anni dall’Heysel

La Juve e la Nemesi

Sembra stregata la sorte dei bianconeri alla Champions League, ma la squadra di Allegri si è battuta nella finale contro il Barcellona con eroismo epico. Con Morata-Ettore in agguato, sconfitto da un Achille-Suarez…

Hanno trascorso trent’anni in Purgatorio, e vi sono rimasti. Se si eccettua la parentesi lippiana del ’96 (finale vinta per altro ai calci di rigore), per la Juventus Football Club persiste un Purgatorio lungo e tortuoso. Il fio è pagato a caro prezzo. La Champions League sembra per i Nostri una manifestazione stregata: maliarda e crudele. Quattro finali perse (una quinta e una sesta nel tempo che precede,con il morso di Cruijff e la puntura velenosa di Magath), lunghissime astensioni da stilita dei quattro deserti, il sorpasso dell’Inter di Mourinho.

HeyselLa prima Champions – allora Coppa dei Campioni – della storia del club bianconero è la più triste della storia in generale: nella cosiddetta “strage dell’Heysel”, allo stadio di Bruxelles, il 29 maggio del 1985, dopo scontri e cariche prima della partita da parte degli hooligan del Liverpool, 39 tifosi (di cui 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e un irlandese) morirono nella ressa. Oltre 600 furono i feriti. A onor del vero, la dirigenza juventina chiese di non disputare l’incontro, ma commissari Uefa e forze dell’ordine belghe si opposero per evitare ulteriori disordini. L’apparente vittoria, decretata da un gol su rigore di Le Roy Platini, si risolse in una più amara sconfitta. La televisione austriaca sospese la radiocronaca, situando in sovrimpressione una scritta corsara: «Questa che andiamo a trasmettere non è una manifestazione sportiva». Bruno Pizzul, sconcertato per la decisione irrispettosa di mandare avanti il baraccone, si impegnò in un commento asettico, grigio, oggettivante.

Da quel giorno la Champions League assomiglia a una medicina acre per la Vecchia Signora. Qualsiasi partita essa giochi nel torneo è vissuta con sofferenza, sentore di castigo, Nemesi alle porte. Alleggia un consapevole discernimento dell’errore non voluto: «non bisognava giocare» tuona la coscienza in seno alla società, – la serpe nel seno di Cleopatra. Il tintinnio di quelle parole affilate come cristalli e conficcate nella carne come pungiglioni, il «non bisognava giocare», accompagnarono Del Piero, Conte, Zidane, simile a una colpa dei padri che ricade immancabilmente sui figli. E accompagnano per mano, sabato scorso, Buffon e Pirlo. «Non bisognava giocare». «Non bisognava…». «Non…». Cala il silenzio. Sfrecciano le lacrime.

juveQuando la Juve presenzia nella massima competizione europea per club, accade sempre qualcosa di impreveduto: una squadra avversaria che improvvisamente impazza e balza alla ribalta, gol stolidamente irregolari, rigori mancati (vedi l’episodio di Pogba), abbagli madornali dei giocatori rapiti da un forza avversa che li soverchia, sconfitte brucianti. Il manto delle Moire è lì. Fluttuante. Col Borussia Dortumund nel ’97 la doppietta fulminea di Riedle, l’estatico tocco di tacco di Del Piero su cross di Boksic che riaprì le speranze, il tremendo pallonetto di Lars Ricken a chiudere i conti. E i bianconeri erano superfavoriti. «Non bisognava giocare». Nel ’98 la volta del Real Madrid: Del Piero questa volta ‘a mezzo servizio’, la rete di Mijatović forse in fuorigioco. Partita molto blanda. Giocata sporadicamente e sporcamente dalla Juve e vinta da un’intuizione tzigana. «Non bisognava giocare». Nel 2003, col Milan avvantaggiato dal giallo di Nedved, la traversa di Conte e il rigore di Shevchenko. «Non bisognava giocare».

A pochi giorni dallo scandalo Fifa, nel triste ricordo di un Trapattoni turlupinato a più riprese – con precisione “svizzera” – come commissario tecnico di Italia e Irlanda, i bianconeri non riportano il calcio nel terreno della fiducia sportiva e della speranza nei valori etici. Però i pronostici a sfavore in ogni match da loro affrontato, lungo quel cammino che ricorda la scala al Trascendente di San Bonaventura, conferisce alla squadra di Allegri i connotati di un eroismo iliadico, assommato nella particolare figura di Ettore: bella e perdente. A questo proposito un solo nome: Álvaro Morata. È lui l’Ettore in agguato, un predestinato nelle partite che contano. Esistono i fenomeni del calcio ed esistono coloro che del calcio sono un destino: Morata è senz’altro uno di questi ultimi. Mostro di freddezza, stilettata letale, al posto giusto nel momento giusto. Solo un Achille-Suarez, forte di una semidivinità data dalle sue auguste contorsioni a terra, poteva punirlo. Il resto è cronaca. Buffon salva il risultato con una parata da sciamano tunguso. Tevez, scaltro, tenta di progettare il cavallo di Troia: gli vien fuori un muflone di Corsica. Neymar segna di mano, gioco da villano. Messi abbaglia ma spariglia.

SanchezD’altra parte va bene così, onore al meritevole Barça, i Nostri hanno combattuto con grande dignità. Nessuno si aspettava che vincessero davvero. Resta una sola, piccola stonatura: quando nel 2005 il Milan perse col Liverpool malamente, in modo quasi paradossale, fu un grande dispiacere per chi possiede un’identità italiana. Dal mio piccolo punto di vista avrei preferito che la coppa tornasse in Italia, benché in una squadra avversaria, piuttosto che in Inghilterra. La mancanza di unità e solidarietà nazionale, l’assenza di reale cooperazione in nome di un provincialismo esasperato che da sempre dilania e gorgheggia, è forse la spia, in una questione assai futile e risibile come il calcio, di un grande dramma del nostro Paese. Al di là di ciò, si resta in Purgatorio a rammemorare e commemorare i 39 morti. A biascicare che allora – forse non come adesso – «no, non bisognava giocare».

 

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