Danilo Maestosi
Una personale al Palaexpo

Teatrino LaChapelle

Roma rende omaggio a David LaChapelle, profeta vanitoso del postmoderno trasformato in marketing: il fotografo che vuole coniugare Michelangelo e Andy Warhol

L’opera domina l’intera parete e trasforma in altare di culto l’intero atrio circolare del Palaexpo. E l’icona che ha favorito l’ascesa nel Pantheon delle celebrità di David LaChapelle, 53 anni, osannato maestro della fotografia made in Usa, gli conferisce uno statuto numinoso da Divo di questo nostro Millennio, che nella Fama ha trovato la sua anima, nel superfluo il suo habitat. Un passaporto d’eternità che gli permette di sorvolare indenne qualunque giudizio. Persino il sospetto che si tratti di un documento contraffatto. Chi può permettersi di fermare alla dogana come un falsario un dio patentato? E come reggere l’accusa di blasfemia dei suoi adoratori?

Eppure quest’opera, Il Diluvio, è un falso dichiarato. Ormai condonato dalla leggenda che ne avvolge la nascita. Nel 2008 – raccontano i suoi biografi – David LaChapelle ottenne il privilegio di una visita in solitario alla Cappella Sistina. Quasi un segno del destino quel richiamo al suo nome. Ne uscì folgorato. Il genio di Michelangelo gli aveva indicato la strada. E anche il punto da cui incominciare i suoi passi: quel grande tassello sulla volta affrescata che raffigurava il diluvio universale. Tra tanti capolavori lassù in alto uno dei meno noti: dettaglio prezioso per chi come lui si è formato sul vangelo spiazzante della pubblicità. Uno dei meno riusciti probabilmente: bene anche questo. E poi quel tema del mondo minacciato dall’acqua era idea che da tempo gli frullava in testa.

Da Michelangelo, LaChapelle ha preso quasi nulla. Se non l’aura di una sfida a distanza che il suo nome irradiava: il povero Leonardo e la sua Gioconda ne sanno qualcosa. E poi la posa dei corpi, così vicina all’enfasi barocca dei nudi dei suoi modelli newyorchesi, così lontana dai miraggi platonici che ossessionano la maturità del grande scultore fiorentino. E poi quel mescolare in molti gruppi in fuga o impietriti dal terrore personaggi di ogni età, cosa nuova per LaChapelle che per anni prima aveva inseguito solo emblemi di giovinezza rampante e di perfezione. Il raffronto si ferma lì. La tragedia del peccato e della punizione divina, una cacciata dal paradiso estesa a tutta l’umanità, non sfiora neppure il fotografo americano più attento al pettegolezzo e allo scandalo che ai grandi rovelli dell’etica. Quella che consuma non ha nulla di epico, è solo una sorta di piccola vendetta privata, formato Broadway : ecco così apparire sul set la sagoma inclinata e sul punto di crollare del più noto albergo di Las Vegas, ecco galleggiare tra le macerie una insegna di Gucci. Altre griffe da esporre al dileggio che si aggiungono a quella di Michelangelo, a completare lo spot. Ma impera il postmoderno e i cultori del kitsch osannano come capolavori questa gigantografia e le altre della seria che declina il leit motiv della minaccia idrica, senza curarsi troppo se l’acqua di LaChapelle assomiglia al ristagno di un rubinetto che perde più che all’onda devastante di uno tsunami. Danni rilevanti anche quelli, con quel che costa uno stagnaro a Manhattan.

david lachapelle3Verrebbe da chiudere qui il discorso, appagati nel bene e nel male. Ma i curatori della mostra si rendono conto del rischio e per offrirci un ritratto a tutto tondo di LaChapelle, completano il campionario inserendo in questa ricca antologica, più di 100 opere, alcune mai viste in Italia, lavori che ci raccontano il prima e soprattutto, come dice il titolo, Il dopo Diluvio. Il prima è utilissimo per farci toccare come a poco a poco maturi la formazione estetica del nostro artista, partendo dal momento in cui ribellandosi alle costrizioni del mondo della pubblicità , decide di mettersi in proprio, scollinando dalle passerelle di sfilate e dai brainstorming delle agenzie di marketing verso le ribalte delle gallerie private e dei musei. Come? Trasformando la scena che doveva fissare con i suoi scatti in un tableau vivant. Un teatrino ravvivato da un copione frizzante, un capovolgimento di senso tarato per il pubblico dei salotti che contano cui, sulle orme del suo vate Andy Warhol, sceglie di rivolgersi e strizzar l’occhio. Come nell’immagine, primi Anni Ottanta di una biondona che tira su dalle narici una manciata di diamanti: la ricchezza? Un tonificante più gratificante e ambito della cocaina. Poi a poco a poco i suoi set si riempiono di scenografie strabordanti, di modelli messi in posa, di colori che sembrano rubati all’immaginario naif e variopinto dei santini dei templi indù. La fotografia che ruba il mestiere al cinema e l’aura alla pittura, che torna così a mettere in crisi. L’arte dell’apparire al posto dell’arte dell’essere, perché LaChapelle teorizza esplicitamente nelle sue interviste che i suoi modelli non sono attori, cui chiede di tirar fuori quello che hanno dentro, cosa per lui irrilevante, ma involucri riassunti dalla posa e dal gesto che fa loro esibire. L’effetto di questo trattamento di pura cosmesi risultano evidenti nella serie che sempre negli Anni Ottanta dedica alle imprese, ai miracoli e alla predicazione di Cristo. Un Vangelo, raccontato da poliziotti in divisa, finte pie donne tutte o quasi di colore, fusti presi in prestito dalle copertine di Vogue: al centro di ogni scena si erge un Cristo bello e impossibile, alto, muscoloso, capelli da hippie, che manifesta il suo potere e la sua pietà senza alcuna espressione. Ogni parvenza di emozione è messa al bando, nei teatrini di LaChapelle non si respira aria di vita vera, ma un odore stantio e surriscaldato di cipria, sudore, segatura, plastica.

david lachapelle2Quasi inevitabile che dopo il successo planetario del Diluvio LaChapelle senta il bisogno di rinnovarsi. Rinunciando alle coreografie di modelli nudi. Il capitolo del dopo è sigillato dalla rinuncia di figuranti. Al posto dei corpi emergono sagome di macchine accartocciate, monete immortalate con un gusto per i viraggi alla Warhol, velivoli e jet che si inseguono tra nuvole e cieli di caramella a simulare emblematici  disastri da upperclass. E ancora stazioni di benzina immortalate come relitti archeologici. Paesaggi di impianti industriali, trasformate in torte inquietanti modellate con scampoli di cartapesta e materiali riciclati. L’iperrealismo che chiede aiuto a qualche tocco di surrealismo per attingere al sublime dell’arte. LaChapelle quanto meno ci prova, gliene va dato atto. Anche se le sue nuove creazioni fanno quasi rimpiangere il messaggio posticcio dei suoi teatrini farciti. E la serie che più – a nostro avviso – suscita emozione nasce da una sorta di ritorno all’antico. A Dublino un incendio devasta un vecchio museo delle Cere. David LaChapelle ottiene il privilegio di ritrarne a suo modo il disastro. Prende quel che resta dei manichini bruciati e li rimette insieme. Un puzzle di eroi resuscitati come mostri, zombie dalle guance piagate, labbra tumefatte e annerite, mani e gambe incrociate in gesti senza più senso. Divi di Hollywood, politici, grandi della terra. Un Pantheon in rovina. Per la prima volta la bravura di questo fotografo della superficie raggiunge l’intensità del presagio.

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