Vincenzo Nuzzo
Cartolina dal Portogallo

Nostro cuore gotico

Tomar e Santarém: due luoghi della vita e dell'architettura gotica intorno a Lisbona. Sono zone franche delle memoria dove i fantasmi del passato sembrano ancora vivi

Risiedendo a Lisbona si può decidere di scoprire cosa c’è oltre i suoi confini urbani. Lisbona è in qualche modo il Portogallo intero. Un po’ come Parigi è la Francia. Fatto curioso per una nazione come l’Italia (non diversa è la Germania) dove ogni metro quadrato di territorio, fittamente occupato, ha una sua identità specificissima. Ma naturalmente ciò può valere solo in qualche modo. Perché non è che il Portogallo, pur essendo molto piccolo, non abbia le sue specificità locali. Per esempio le sue due estreme regioni, il nebbioso Minho al nord e l’assolato Algarve al sud, non solo si differenziano notevolmente tra di esse ma anche si distaccano abbastanza dal corpo centrale del paese. Comunque, data la sua non grande estensione, quest’ultimo può essere in qualche modo inteso come dintorni di Lisbona anche in zone e luoghi abbastanza distanti dalla capitale.

Due di questi luoghi sono Tomar e Santarém, l’uno borgo templare e l’altro borgo goticissimo.

A Tomar ci si va attirati innegabilmente dalla curiosità morbosa legata al mito templare, oggi così in voga nel mondo dei polimorfi gusti di un esoterismo new age che indubbiamente fa di ogni erba un fascio. Per cui, nel progettare la visita e poi nel condurla, bisogna fare il massimo sforzo per sottrarsi ai trabocchetti tesi da questa piuttosto volgare tentazione. Eppure non c’è nulla da fare. In qualche modo da qualcosa del genere si viene inevitabilmente catturati. E affatto in negativo. Lo si sente subito non appena si varcano le poderose mura del Convento di Cristo e Castello di Tomar, rese ancora più alte ed imponenti a causa dell’apparecchio strategico dell’antica fortezza islamica (precedentemente forse romana),  e cioè l’alambor. Una pietrosa e scoscesa parete inclinata destinata a rendere difficile l’approssimazione del nemico alle torri (se ne può prendere visione per esempio nel castello crociato di Crac de Chevaliers in Siria). Immediatamente si è attirati irresistibilmente dalla mole tronco-conica della Charola (l’originale chiesa-fortezza ricavata da un pre-esistente edificio del castello arabo) e dal fantasmagorico apparato decorativo apposto poi ad esso nel corso della cinquecentesca riforma manuelina.

tomar1 portogalloQuesto già da lontano, ma quando poi ci si approssima di più si è letteralmente ingoiati da un vero e proprio apparato scenico fiabesco e surreale. Gargoils resi ancora più deliranti ed improbabili dalle tortuosità che ne cancellano i tratti distintivi, profusione lussureggiante di figure simboliche dall’esasperata resa scenica (vere e proprie immense catene e fibbie, rampicanti alberi della vita, fiori di loto…), teste da Bafometto, innumerevoli svettanti pinnacoli. E il rosone della Charola. Mai visto nulla di simile: un assolutamente asimmetrico vortice tortuoso ed ondoso inglobante vaghe e sospiranti ombre animiche.

Ma tutto questo è nulla davanti allo spettacolo a cui si assiste entrando. Di colpo, facendo ingresso nella navata centrale da una porticina laterale, ci si trova di fronte al ventre tenebroso della Charola. È un immenso e variopinto baldacchino quadrangolare sorretto dalle stesse colonne del Tempio di Gerusalemme. Dentro di esso presenze statuarie bibliche e le gabbie dorate del gotico fiammeggiante.

Da qualche parte è inciso un sigillo di Davide. Ma dappertutto domina la spirale, riprodotta in ogni forma. Anche nella forma di un reticolo di intrecciate losanghe romboidali.

È abbastanza noto che la spirale è un elemento architettonico di culti assolutamente remoti, e risale infatti a strutture come i santuari sumerici ed il Palazzo di Cnosso, e dove ci viene suggerita la sua associazione alle scale incrociate e quindi ad un labirinto sempre conducente ad un tetto dove la Terra comunica con il Cielo. Così l’Albero della Vita e della Conoscenza, la cui vetta è la stessa Sapienza sacra (la Sofia) nella sua più integrale espressione. Equivalente allo Spirito che soffia sulle acque (pneuma, vayu, e ruah.  Ed infatti nel Convento di Cristo le scale della parte più recente (manuelina) recano proprio ad un tetto dove il sole letteralmente dilaga. Lì ci invade l’aroma delle vecchie pietre arroventate dal sole. Quello della così morbida ed aurea pietra di Tomar. Segno indelebile di un mondo ormai cancellato dal Moderno: io lo conosco dal profumo che avevano i terrazzi adiacenti al soffitto dell’antica casa paesana di mia nonna.

Poi c’è la cittadina attraversata dal lento e verde fiume Nabão. Anch’essa deliziosamente imbalsamata nel passato. Con viuzze fiancheggiate da negozi dalle austere e dolci vetrine di una volta. Il caffè centrale è un misto di Art Nouveau e lisce rotondità anni 30-40 ‒ il tutto amalgamato dalla rinfrancante sciatteria della decadenza. In questo reticolo sorgono diverse chiese romaniche e gotiche. Ma soprattutto l’antica sinagoga recuperata all’oblio succeduto alla conversione forzata dei giudei. Ha l’aspetto di un’umida ma venerabile cantina. L’altare circondata da un quadrato di sedie, antiche stele, vetrine con mezuzah, kippah ed altro.

Da questo luogo si può poi di nuovo regredire verso Lisbona.

Santarém portogalloDopo aver visto Tomar, della città di Santarém ‒ zeppa di chiese romanico-gotiche, regolarmente provvista della sua antica Alcaçova (il castello), sede regale alternativa in quanto prossimissima a Lisbona, e fatta anch’essa di fascinose vie e viuzze ‒ non si fa nemmeno a tempo a parlare.

Molto prossima alla capitale è poi Mafra, sede di un palazzo che fu a lungo sede estiva dei re portoghesi. Altro edificio assolutamente fantasmagorico, con due candidi e possenti torrioni laterali che da soli lasciano a bocca aperta. Ma è di nuovo anche qui l’interno che ci cattura irresistibilmente. Gli amplissimi, altissimi e soleggiati corridoi che collegano i torrioni sono veri e propri viali da passeggio. Ad essi seguono poi gli ambienti di ogni genere e stile succedutisi nel tempo come luogo di soggiorno preferenziale dei reali. Due luoghi in particolare però avvincono allo stesso modo del castello di Tomar : ‒ l’ospedale francescano e la biblioteca.

Nell’ospedale colpisce soprattutto la sala di degenza. Non è altro che lo spazio di una chiesa, davanti al cui altare, in  una penombra fresca ma ancora aleggiante di presenze, si allineano delle cellette decorate ad azulejos interamente occupate da letti fatti di ferro bruno e tavole di castagno. In fondo davanti all’altare se ne sta ancora, di spalle e pregando per i malati, un monaco di bassissima statura. Irresistibile la tentazione di guardargli in viso oltre il cappuccio calato su di esso. Ma non ci si riesce. È un fantasma. La biblioteca poi, molto simile a quella di Coimbra, appartiene al convento francescano, anch’esso inglobato nel palazzo e parte integrante da sempre della sua vita.  È uno spazio ampio e altissimo, dalle pareti decorate di ori e stucchi e zeppo di una quantità immensa di libri. Chissà se consultabili. Ma della loro manutenzione si occupano i morcegos, minuscoli pipistrelli che si nutrono di tarme.

Alla fine, prossimi ormai al ritorno a Lisbona, non si può non fare una deviazione verso Ericeira. La si può cogliere di sorpresa ormai molto prossima al crepuscolo. Mentre le nebbie create dalla risacca riflettono le ultime luci del giorno lungo la riva delle spiagge oceaniche, creando così un velario che più eroicamente romantico non potrebbe essere (ricorda molto Otto Runge e Caspar David Friedrich).  Dietro le spiagge immense falesie incredibilmente regolari e lisce, emicicliche o dritte come muraglie, si levano verso il paesino già illuminato. Tortuose stradine di acciottolato ascendenti e discendenti, che a volte si perdono in spiagge deserte. E dovunque giovani ed atletici surfisti barbuti. Al centro una serrata piazza rettangolare adorna di possenti platani tutti potati. A quell’ora vuota e sonnolenta, ma promettente profumate e brulicanti delizie estive.  E davanti a tutto questo un mare levigatissimo ancora emanante bagliori giallo-grigiastri. Quel mare inquietante e senza fine, che i pescatori di qui attraversavano su battelli mono-albero di venti metri giungendo fino in Brasile.

È il cuore nudo e povero, questo, dell’incredibile e favoloso coraggio sacrificale di questo popolo. Forse per questo la popolazione di Ericeira assistette silenziosa al definitivo addio al paese dell’ultimo suo re, Manuel  II, che da qui si imbarcò per l’esilio sullo yacht reale “Amelia”.

Ancora una volta il passato ci lascia sentire la sua palpabile presenza in questo paese.

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