Erminia Pellecchia
Due mostre al museo di Donnaregina

L’arte per giocare

Il Madre di Napoli rende omaggio a due maestri dell'arte contemporanea: Daniel Buren, che usa l'arte come un gioco, e Elaine Sturtevant, che inventa simulacri di finzione

«Io penso che il divertimento sia una cosa seria», scriveva Calvino ne Il visconte dimezzato e citare l’autore de Le città invisibili è inevitabile quando allo sguardo appare, quasi evocata dal sogno che sognavamo da bambini, la città dei balocchi di Daniel Buren. Bianca, evanescente; poi colorata, coloratissima. Le architetture fantastiche, sottolineate da una tavolozza di arancioni, verdi, gialli, rossi e azzurri, si mostrano inaspettate, abbagliano con la loro danza cromatica che rompe il grigio dei vicoli e dei palazzi che abbiamo attraversato prima di approdare in quest’Isola che non c’è sorta nel cuore antico di Napoli. E proprio come i Bimbi Sperduti del romanzo di Barrie troviamo ad accoglierci, alle porte del Madre, il Peter Pan Buren felice di portarci in volo nei Giardini di Kensington, lì dove la poesia regna.

La sala Re Pubblica, al pianterreno del palazzo delle esposizioni di via Donnaregina, si è trasformata, infatti, grazie all’intervento dell’artista francese in collaborazione con l’architetto Patrick Bouchain, in un “Kindergarten”, uno spazio ludico, un giardino dell’infanzia, dice il direttore del museo Andrea Viliani che ha curato, con Eugenio Viola, questo “lavoro in situ”, che dialoga intensamente con l’ambiente che invade e pervade.

Buren2La ciclopica installazione (l’ammireremo fino al 31 agosto) è illuminata da neon lattiginosi ed è composta dall’assemblaggio di un centinaio di moduli di forme geometriche e colori diversi, quasi artigianali giocattoli di legno ispirati ai solidi del pedagogo tedesco Friedrich Wilhelm August Frobel: basamenti quadrati, torri cilindriche, timpani triangolari collocati simmetricamente tra loro, archi forati al centro, l’interno rivestito da cerchi optical, ipnotici nel rincorrersi delle righe nere, tutte di 8,7 centimetri, segno ricorrente e distintivo delle opere di Buren. L’effetto è quello di un cannocchiale che esalta la percezione del dentro-fuori, della città ideale in cui passeggiamo con infantile meraviglia e della reale che si inquadra, come memoria, nel varco dell’ingresso principale. Noi stessi attori di una performance a sei sensi, che stupisce, diverte e coinvolge, viviamo questa esperienza come un «Gioco per bambini», il titolo di questo grande progetto – spiega Viliani – «fatto con le cose più semplici, quelle che i bambini apprendono da subito a manipolare; sembra un divertissement sull’arte contemporanea che in potenza possono fare tutti, ma in realtà richiede talento e anni di ricerca».

«Con l’espressione è un gioco per bambini spesso si indica qualcosa facile da fare – interviene lo stesso Buren – come se non valesse nulla. Ma i bambini sono artisti bravissimi, sono magnifici e allo stesso tempo rendono la creazione facile, rendono naturale l’estremamente complesso. A me l’idea di realizzare cose che
saprebbero fare i bambini piace». E l’ha fatto a Napoli – «la città che più amo, dove da 45 anni, dopo il battesimo con Lucio Amelio nel 1972, sono intervenuto più volte» – operando con la luce e con lo spazio. La valenza visiva si associa a quella teorica. «Volevo lavorare sulla percezione dello spazio – conferma l’autore – su come la nostra retina elabora in modo differente strutture che pure hanno la medesima forma e grandezza, mostrando nuove potenzialità. Per me il colore è pensiero puro e quindi inesprimibile, altrettanto astratto come una formula matematica o un concetto filosofico».

Questo equilibrato e complessivo “Jeu d’enfant” è il primo step dei progetti che nel 2015 il Madre ha appositamente commissionato all’artista di Boulogne, Leone d’oro nel 1986 alla Biennale di Venezia. E, alla vigilia della esposizione internazionale della Laguna che apre le porte il 9 maggio, il museo ha reso omaggio a un altro Leone d’oro, Elaine Sturtevant, scomparsa lo scorso anno. Dopo il tributo del Moma, questa di Napoli è la prima retrospettiva dedicata da un’istituzione pubblica ad una delle più influenti artiste del XX secolo, che ha esplorato con straordinario anticipo concetti quali “autorialità” e “originalità” in relazione ai meccanismi di produzione, circolazione, ricezione e canonizzazione dell’immagine e dell’immaginario artistico. Il titolo doppio Sturtevant Sturtevant (fino al 21 settembre), secondo le intenzioni della curatrice Stéphanie Moisdon, enuncia con effetto immediato l’articolarsi della mostra intorno alla pratica della ripetizione, intesa come dispositivo collettivo, in cui l’unicità del soggetto si confronta con altre possibili personalità.

sturtevant2A partire dal 1964, Sturtevant inizia a ripetere le opere degli artisti icone a lei contemporanei, da Duchamp, Beuys, Warhol, Johns, Lichtenstein, Oldenburg, Stella, fino a toccare la generazione successiva dei Paul MacCarthy, Mike Kelley, Robert Gober, Anselm Kiefer, Felix Gonzàles-Torres prima ancora che avessero
un riconoscimento più ampio: una ricerca estetica e intellettuale profondamente radicata nel pensiero filosofico, che ha prima cortocircuitato le logiche stesse della Pop Art e, poi oltrepassato i criteri dei linguaggi appropriazionisti, emersi successivamente negli anni Ottanta. L’hanno chiamata copista, “ladra” di immagini. C’è chi ha definito la sua produzione «inqualificabile». Tutt’altro, osserva la Moisdon, «è forse la prima vera artista del XXI secolo che, nella ripetizione di opere di altri artisti, ha pioneristicamente esplorato, negli ultimi 50 anni che hanno visto l’affermarsi di estetiche post moderne e il definirsi della rivoluzione digitale, una possibile modalità di superare elementi quali la giurisdizione del diritto d’autore, o copyright, l’idea di proprietà intellettuale e la supposta unicità del soggetto creatore. I suoi lavori non sono mai copie, ma altrettanti originali, in quanto pensiero in azione che mette a fuoco un’esperienza dell’arte di cui, destabilizzandone l’ordine della rappresentazione, arriva ad analizzarne l’essenza».

Con un pizzico di ironia, la critica apre l’allestimento al terzo piano del Madre con una carta da parati dove campeggia la scritta “Wanted”, ricercata. È la stessa Elaine, laurea in psicologia, a chiarire il suo progetto. «La decisione di utilizzare altre opere – scrive – quali catalizzatori per portare in superficie tutto ciò che a loro soggiace, è stato sorprendente, nella sua validità e veracità; terrorizzante nelle possibili conseguenze. Era mia intenzione sviluppare domande che, nella loro attualità estetica, sondassero il concetto stesso e i limiti dell’originalità».

Insomma, non ci troviamo di fronte a copie, ma ad interrogativi sul tempo e la memoria in cui il passato, senza perdere il suo aspetto di dato storico, ritrova la sua stessa validità di concezione nella riproposta presente, nella sua riscrittura al di là di convenzioni, generi e stili. Con la Sturtevant l’arte riscopre il suo statuto di «far vedere cosa ci fa vedere» e «pensare cosa ci fa pensare». Ecco la campionatura di Nue descendant un escalier e Fresh widow di Duchamp, la Rivoluzione siamo noi di Beuys, le Marylin e i Silver pillows di Warhol, gli Store object di Oldenburg, le bandiere, i numeri e le lettere di Jones, i dipinti
ispirati alla grafica dei fumetti di Lichtenstein, l’astrazione minimalista e post-painterly di Stella, i Partially burder sinks di Gober. Cloni-simulacro, di cui l’artista statunitense scandaglia le strutture profonde, il potere reale, l’intensità e l’energia dell’invenzione. Con la sua “seconda volta”, col suo disturbante
sdoppiamento dello sguardo, li restituisce alla contemporaneità, li eleva dal tempo contingente.

sturtevant1La mostra, infine, riserva una particolare attenzione alla produzione video degli ultimi quindici anni, in cui si leggono riferimenti che vanno dal cinema hollywoodiano all’immaginario televisivo e pubblicitario. Se in The dark theatre of absence/fragmented and sliced del 2002 (ispirato al The painter di MacCarthy) Elaine fa letteralmente a fette la grande fabbrica globalizzata delle immagini contemporanee, e in Elastic Tango del 2010 riutilizza, rimonta, ricombina freneticamente le sue opere in un loop esasperante, è nell’installazione Vertical Monad del 2007 che riusciamo a comprendere la relazione che lei intrattiene con il linguaggio e il senso stesso dell’arte, una volta liberata da costruzioni esteriori come dalla singolarità individuale. In uno spazio monocromo di un blu-grigio profondo, da un grande monitor al plasma si diffonde la lettura di un testo in latino, le prime pagine dell’Etica di Spinoza. È un’esperienza totalizzante, fisica e mentale. Interiore. Di fronte alla contraddittorietà e all’appiattimento costante e progressivo dei sistemi di rappresentazione e informazione e dei modi di comprensione e valutazione (dell’arte ma anche della vita), Sturtevant ci indica
una via d’uscita: la realtà finalmente svelata oltre la fragilità dei limiti individuali, affacciati su un orizzonte spiazzante e stordente dove non esistono più né passato né futuro, né originale né copia, ma solo, come sottolinea lei stessa, «la verità brutale del potere silenzioso dell’arte».

Le foto sono di Amedeo Benestante

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