Pier Mario Fasanotti
Si conclude «Profumo d'Africa»

La giustizia di Ardigò

«Curzi cominciò a piangere. Lo fece senza sussulti, lasciando le che le lacrime scorressero come gocce di pioggia su una finestra». Si conclude il nostro giallo a puntate

Si conclude la pubblicazione a puntate di “Profumo d’Africa”, inchiesta del commissario Ardigò. Riassunto delle puntate precedenti: il commissario Nanni Ardigò viene a sapere che si chiamava Rosso l’uomo trovato senza vita sulla panchina della piazza e che era un docente di Lettere in pensione. Vedovo, riservato, senza parenti. Ma una donna aveva abitato da lui, in qualità di badante: una bella e giovane somala, che un giorno la vittima aveva allontanato in tono perentorio, senza dare spiegazioni. Ardigò riesce ad avere un colloquio privato con la badante somala, Amina. La quale rivela, con molto candore, una abitudine del professor Rosso che a prima vista può essere interpretata come vizio senile: si scambiavano i letti. La vittima “assorbiva” dalle lenzuola della somala sia la capacità di tornare con la memoria alla propria infanzia sia quel sottile piacere di annusare il profumo della sua terra. Un profumo africano, di terre lontane. Il commissario Ardigò parla col medico curante della vittima e scopre che era gravemente malato. Altro particolare: nel suo conto corrente non c’è più un euro. In casa del professor Rosso erano segnati due numeri telefonici: il primo è quello del medico, il secondo è del netturbino che per primo dette l’allarme dopo aver trovato il cadavere del docente, sul far dell’alba. Va bene il primo. Ma il secondo? Ardigò si presenta a casa dello  spazzino, che vive in un ambiente intriso di sofferenza.

* * *

L’indomani, il commissario rimase a letto più del solito. Si sistemò i cuscini e prese un altro libro dal comodino. Lì, e per terra, ne teneva cinque o sei, da sfogliare a seconda dell’umore. Il testo che scelse riguardava la Roma antica. Un modo di dividere nettamente l’oggi dallo ieri. Si stancò abbastanza presto e s’infilò nel vano doccia. Uscì di casa e cominciò a camminare, con le dita delle mani intrecciate dietro la schiena. Quando era bambino si poneva nella stessa posizione e procedeva a falcate, davanti ai genitori che ridevano. In testa aveva un cappellaccio di paglia. Un mimo voleva essere. Ed era ovviamente applaudito.

Raggiunse il piazzone, scorse il signor Curzi che alzò la mano come cenno d’intesa. Si sedette sulla panchina davanti dove avevano sparato a quel poveretto che aveva sistemato le sue faccende pratiche come uno pronto a salire su una nave, una di quelle che portano lontano. Di nuovo il cellulare. L’agente che fu messo a guardia di Curzi lo rassicurò che il netturbino era rimasto a casa per l’intera notte. Buona notizia? Non lo sapeva. Ardigò aveva comprato il suo quotidiano preferito e cominciò a sfogliarlo. Andò alla pagina dei necrologi. Nessuno s’era premurato di omaggiare il professor Rosso. Quando alla notizia della sua strana morte, l’articolo era solo un bla-bla, un elastico tirato all’inverosimile. Unico elemento nuovo era la scuola dove aveva insegnato per tanti anni, assieme a quella di provenienza. Che non era della stessa città. Forse, pensò il commissario, il suo trasferimento era coinciso con la scomparsa della moglie, tale Franca, cinque anni meno di lui.

Una mezz’ora dopo erano seduti uno di fronte all’altro da “Elio”, ristorante apprezzato per il buon pesce. Curzi appariva spaesato.

“Le racconto una storia” iniziò Ardigò “Un netturbino del piazzone un giorno incontra un professore di liceo. Così comincia la loro frequentazione. Una certa qual sintonia, non crede? Vabbè. Il professore gli confida di avere un cancro al cervello, primo o secondo stadio, e gli chiede di aiutarlo a togliersi la vita. L’altro esita, non ha tempo di rifiutare quando si trova tra le mani un involucro: dentro c’è una pistola. Dopo un attimo afferra una cartelletta di plastica, la apre a metà così da far scorgere all’altro tante, tantissime banconote. Dà questa spiegazione, più o meno: ”Io non ho alcun figlio o parente, lei invece, come lei mi disse un giorno e veduto io stesso, ha un figlio bisognoso di cure, immagino molto costose. Mettiamo una accanto all’altra queste circostanze. Un treno arriva, l’altro parte. Quello che le ho appena consegnato è il fischio del ferroviere che mette in funzione qualcosa di pesante ma anche di molto semplice. Nel caso specifico, il premere il grilletto. Magari due volte, per sicurezza. Di notte, perché è di notte che di solito si prendono certe decisioni importanti. Ma ora, signor Curzi, mi deve dire come vi siete incontrati. E’ una mia curiosità”.

Irrigidito, senza mutare espressione, Curzi gli raccontò che una mattina il professor Rosso era scivolato per strada e lui l’aveva aiutato ad alzarsi. Seguirono altri incontri, lontano dal piazzone. Una parola dopo l’altra, fino ad arrivare a un’insolita intimità.

“E aggiunse: ”Lei però, commissario, non ha alcuna prova concreta…”.

“Non è vero. Il professore” così come mi è stato riferito” barò a quel punto il poliziotto “gli fece recapitare il suo computer”.

Ardigò immaginò che a portarlo fosse stata Amina, la somala che profumava di Africa. Poi aggiunse: ”Siccome lei è intelligente, sa bene che non possiamo dragare tutti i canali della città, che son tanti. La pistola la lasciamo lì. Va bene?”.

“Come vuole, signor commissario. Mi spieghi però il perché”.

“Potrei, poi, sequestrare il computer, che ho intravisto ieri sera a casa sua. Lei mi dirà: è vuoto. Deve sapere che i nostri tecnici sono in grado di trovare tracce invisibili lasciate da chi è convinto di aver fatto sparire tutto. E poi ci sono altre maniglie cui il giudice, o io, potrebbe aggrapparsi. Per esempio il suo numero telefonico in casa del professore…è stata una sbadataggine del professore. Ce l’ho solo io quel numero, però”.

“Quindi, appena finito di mangiare mi arresta…”

“Vede, io sono del parere che migliaia di leggi talvolta non sono in grado di formare quella che tutti sogniamo: la giustizia. Ragiono da cattivo poliziotto, ma a me va bene così. Quindi ora ordiniamo la frutta o un dolce, poi lei va suo figlio. Mi auguro che un giorno lei lo vedrà trafficare con quel computer…”.

Curzi cominciò a piangere. Lo fece senza sussulti, lasciando le che le lacrime scorressero come gocce di pioggia su una finestra. Fu un sussurro quel che disse, uno sbuffo molto simile a un “grazie”.

4. Fine

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