Teresa Maresca
La città degli affari e della moda

Kiefer, l’arte e l’evento

Visita a sorpresa ai “Sette Palazzi Celesti” di Anselm Kiefer stravolti all'Hangar Bicocca per adattarli agli "eventi" dello sponsor. Cene e sfilate comprese...

Sono andata la settimana scorsa all’Hangar Bicocca, a Milano, per due installazioni d’arte contemporanea, di cui non vale la pena di parlare. Ma siccome si trovavano nello stesso spazio espositivo dove sono contenuti anche I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, uno dei massimi artista internazionali, sono tornata a rivederli. L’installazione site-specific, come si dice oggi, e cioè realizzata appositamente per quel luogo, era stata inaugurata nel 2004. Deve il suo titolo al Libro dei Palazzi, un trattato ebraico del IV o V secolo dopo Cristo, dove si parla del cammino iniziatico necessario per arrivare al cospetto di Dio. Kiefer ha realizzato sette torri tra i 14 e i 18 metri d’altezza, impilando moduli ottenuti colando del cemento armato nei container utilizzati per il trasporto delle merci. Le torri, di novanta tonnellate ciascuna, fenomenali costruzioni, appaiono sbilenche, come instabili, semi-crollate e arrugginite qua e là, piene di spuntoni ferrosi che aggettano, e intorno e addosso a ognuna di esse sono stati previsti elementi diversi che le caratterizzano. Perché ogni torre-palazzo rappresenta un percorso irto di difficoltà, un enigma da svelare, una nuova situazione da affrontare per crescere nell’autoconsapevolezza ed essere degni di vedere Dio.

Il progetto è monumentale, nell’intenzione come nella sua realizzazione. Dopo un viaggio a Gerusalemme, negli anni ’80, Kiefer studia la mistica ebraica (un’analoga installazione si trova in Israele), poi viaggia per il mondo in cerca delle grandi costruzioni architettoniche delle culture passate, e le piramidi come le ziggurat assire diventano punti di riferimento per la sua nuova ricerca, che riprodurrà sempre in rovina, come le torri dell’Hangar, simbolo della sconfitta dell’ambizione umana che pretende di elevarsi verso il cielo.

Ricordo perfettamente l’emozione, nel 2004, di fronte ai Sette Palazzi Celesti e il tempo che sono rimasta a studiare ogni Palazzo, a ricostruire ogni riferimento, ogni traccia che l’artista aveva lasciato, diversa per ogni torre. Ricordo che per quella chiamata «Melancholia» gli allievi dell’accademia di Brera avevano inciso su sottili e lunghe lastre di vetro le “stelle cadenti”, i numeri con cui gli astrofisici denominano le stelle, la misura della loro distanza da noi, e che Kiefer aveva poi infranto e collocato ai piedi della torre, come un sacerdote antico, con tutti i numeri che si mischiavano, senza più poter essere ricostruiti. Ricordo anche foglie sparse, come la profezia che la Sibilla prima rivela poi confonde. Ricordo le meteoriti ai piedi di due torri, numerate con dei cartellini dopo la caduta da un ignoto censore. Ricordo una grande bobina cinematografica e una cinepresa rotta e metri di pellicola spezzata ai piedi della torre più alta, come a dire che nessun racconto per immagini è più possibile. Ricordo la «Torre dei quadri cadenti», con decine di cornici di ferro contenenti lastre di vetro infrante: persone che sono state oppure opere passate e coperte dall’oblìo. Le sette torri, disseminate in un grande spazio come un’immensa navata nera, emerse come dopo un abbandono di secoli da un fondale sabbioso. Tutto questo dava il senso del’umanità perduta dopo un sogno grandioso, di rovina di cose che erano state immense, di una perdita di senso irrintracciabile.

 

Ritornando a vedere I Sette Palazzi Celesti la settimana scorsa, per poco non ho perso io il senso delle cose e dei luoghi. Anzitutto non ritrovavo l’installazione di Kiefer, per quanto fossi già all’interno dell’Hangar, ma un custode ha sollevato una tenda nera, messa lì per dividere gli spazi con le altre installazioni. Entrando, si vede che le sette torri non sono state riposizionate, come ad una prima occhiata sembrerebbe, ma è stato creato una sorta di corridoio, per quanto grande, che le contiene, alla sinistra del quale è possibile camminare su una passerella di cemento e scorrere accanto alle torri, ma non avvicinarsi, come prima. Il pavimento su cui poggiano è pure di cemento, la sabbia è sparita. Ai piedi delle torri non c’è più niente: né foglie, né stelle cadenti, né cornici…solo le meteoriti sono rimaste, forse perché sono di piombo e dunque molto pesanti da spostare. Il problema delle installazioni è che devono essere perfette, altrimenti perdono completamente di senso, diventano indecifrabili. E questo è quanto è accaduto a quella di Kiefer.

Inorridita e allarmata, chiedo al custode che cosa sia successo.  Mi risponde che prima o poi tutto sarà (sicuramente? forse?) ripristinato, e che è stato rimosso per consentire lo svoglimento di diversi “eventi” (a Milano si dice così) che turnano nell’Hangar. L’ultimo ha visto la presentazione del calendario Pirelli, con le modelle che sfilavano mentre gli esclusivi invitati pranzavano su tavoli eleganti disseminati sotto le torri, e sotto la torre più lontana un catering aveva imbandito un banchetto degno dell’Expo-per-sfamare-il-mondo. E la sabbia? Quella avrebbe certo disturbato, non si può camminare con i tacchi sulla sabbia. E gli elementi disseminati sotto i Palazzi Celesti? Troppo pericolosi per i commensali. Le meteoriti invece saranno state segnalate da candeline accese? Chi lo sa!

Allora cerco all’ingresso un responsabile, e trovo un ragazzo molto preparato in giacca e cravatta; gli chiedo: «Ma Kiefer lo sa?». Mi risponde che certo che lo sa, è addirittura venuto di persona a scegliere un colore di cemento che stesse bene con le Torri, al posto della sabbia che è davvero scomoda per tutti gli «eventi» che Pirelli, lo sponsor dei Palazzi Celesti, organizza così spesso nel suo Hangar. E mi mostra una foto recente di Kiefer in bicicletta quasi sorridente (il maestro è molto serio e intransigente) dentro l’Hangar, accanto alle torri ormai spogliate e deprivate di ogni senso, brutte e un po’ squallide, non più memori del fasto delle civiltà perduto, ma testimoni della differenza tra un committente, come i papi per Michelangelo o per Caravaggio, e uno “sponsor”.

Ma oggi si dice così.

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