Gabriele Trama
Lo stato d'emergenza di Santa Barbara

Il petrolio di Obama

La Casa Bianca punta a incrementare le fonti energetiche pulite e a non dipendere dalle forniture straniere di materie prime. Ma cercare petrolio a ogni costo è pericoloso, come dimostra il nuovo disastro in California

Pochi giorni fa in California è stato dichiarato lo stato di emergenza per disastro ambientale: nella contea di Santa Barbara, alcuni chilometri a Nord di Los Angeles, una marea nera di petrolio ha investito le spiagge della costa. Il combustibile è fuoriuscito da un oleodotto che collega una piattaforma per l’estrazione del greggio da giacimenti sottomarini alle raffinerie sulla terra ferma. Le cause della perdita non sono state ancora rivelate. Cifre ufficiali parlano di “solo” 80.000 litri, ma la stessa società che gestisce l’impianto ha fatto sapere che l’enorme macchia di greggio, che si avvicina alle spiagge, potrebbe essere di quasi 400.000 litri. Gli uomini delle piattaforme sono al lavoro per delimitare con barriere flottanti e altri sistemi il petrolio sversato, mentre i volontari ambientalisti sono impegnati a ripulire le spiagge. Il tutto mette gravemente a rischio anche alcune specie di cetacei e leoni marini che in questo periodo dell’anno iniziano la migrazione verso il Nord, attraverso l’area inquinata.

Quest’ultimo disastro ambientale avviene a pochi giorni dalla protesta della città di Seattle contro le trivellazioni nel mare Artico nei pressi dell’Alaska. Nella città del movimento no global è stata organizzata una grande manifestazione per impedire che la Shell usi il porto cittadino come base logistica per la spedizione al polo. La grande multinazionale energetica aveva già in passato tentato trivellazioni in quella zona con esiti abbastanza disastrosi. Nel 2013 la piattaforma si era sganciata dal rimorchiatore e, in balia dei venti artici, era finita a schiantarsi contro le coste dell’isola di Sitkalidak. Malgrado sia evidente, come purtroppo dimostrano gli incidenti del Golfo del Messico e questo più recente della California, che trivellare il fondo marino è il modo più rischioso per estrarre petrolio dalle viscere della terra, e che trivellare il fondo di mari artici sia ancora più pericoloso per le estreme condizioni climatiche, l’amministrazione Obama ha concesso alla società anglo-olandese di ritentare l’avventura in Alaska. Da qui le ire degli ambientalisti, che non sono state certo placate dalle deboli rassicurazioni su regole di sicurezza più stringenti imposte  per le esplorazioni nel grande Nord.

Forti critiche si sono levate contro il presidente Obama, non solo da Seattle ma da tutti gli ambientalisti americani e non solo. L’accusa è di giocare su due tavoli: da una parte il presidente alza la voce contro il cambiamento climatico e firma l’accordo con la Cina per la lotta al riscaldamento del pianeta e dall’altra rilascia una concessione per esplorazioni petrolifere ad alto rischio.

La politica energetica dell’amministrazione Obama, al suo secondo mandato, è abbastanza chiara: favorire lo sviluppo delle fonti rinnovabili e la crescita di una “green economy” e tentare di ridurre il più possibile la dipendenza da forniture energetiche estere, causa di guerre per il controllo delle fonti. D’altra parte non è possibile pensare di passare di colpo a un impiego totale di sole fonti rinnovabili, in un paese in cui tutti hanno l’automobile. Prima che tutte le macchine degli americani abbiano un motore elettrico, dovranno scorrere ancora fiumi di petrolio.

L’indipendenza energetica e la riduzione dell’impegno bellico passano attraverso il fracking e le trivellazioni sottomarine, ma gli ambientalisti vogliono maggior vigore nello sviluppo delle rinnovabili e lo stop alle estrazioni dal fondo marino.

La speranza è che questo recente disastro in California spinga il Governo a rivedere la sua posizione almeno sulle esplorazioni sottomarine a più alto rischio, in condizioni estreme come in Alaska.

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